LIBRO XII

SOMMARIO

1. La natura degli angeli buoni e cattivi è la medesima.

2. Non v'è essenza contraria a Dio perché ciò che non è appare del tutto diverso da lui, essere trascendente ed eterno.

3. I nemici di Dio non lo sono per natura ma per contraria volontà; essa, se è un male per loro, è certamente il male di una natura buona, poiché non v'è imperfezione se non è un male.

4. Le creature irrazionali o non viventi nel loro specifico modo d'essere non dissentono dall'armonia del tutto.

5. Il Creatore è degno di ammirazione per ogni specie e modo d'essere di tutte le creature.

6. La causa di felicità degli angeli buoni e la causa d'infelicità degli angeli cattivi.

7. Non è oggetto di ricerca la causa efficiente della cattiva volontà.

8. C'è l'amore depravato con cui la volontà deflette dal bene che è fuori del divenire al bene che è nel divenire.

9. Se gli angeli santi abbiano come promotore della volontà buona il Creatore del loro essere con la carità in loro diffusa mediante lo Spirito Santo.

10. Si esamina l'opinione di coloro i quali ritengono che il genere umano come il mondo siano sempre esistiti.

11. Falsità della teoria che attribuisce al passato molte migliaia di anni.

12. Vi sono coloro i quali non ritengono eterno il mondo ma suppongono o che sono innumerevoli mondi o che un solo e medesimo mondo sempre ritorni e finisca in un determinato ciclo di tempi.

13. Che cosa si deve rispondere a coloro i quali lamentano che l'origine dell'uomo è tarda?

14. Alcuni filosofi hanno sostenuto che si avrebbe uno svolgimento dei tempi in modo che al termine dopo un certo periodo tutti gli avvenimenti sarebbero nella identica successione e significato.

15. L'origine del genere umano è nel tempo e Dio l'ha ordinata non con un nuovo disegno né con volontà posta nel divenire. Si ipotizza se per sostenere la verità che Dio è stato sempre Signore si debba credere che mai mancò la creatura, di cui egli fosse Signore, e in qual senso si dice che è stato creato nell'eternità l'essere che non è a lui coeterno.

16. In che senso si deve intendere che all'uomo fu da Dio promessa la vita eterna prima dei tempi eterni?

17. La fede integra sostiene la verità sull'immutabile ordinamento e volere di Dio contro il sistema di coloro i quali sostengono che le operazioni di Dio ripetute dall'eternità tornano costantemente negli identici cicli di tempi.

18. Errano coloro i quali sostengono che l'infinito non può essere contenuto nella scienza di Dio.

19. La successione dei tempi.

20. Si condanna il sentimento irreligioso di coloro i quali affermano che le anime degne della somma e vera felicità tornano costantemente nei cicli dei tempi alla medesima infelicità e affanno.

21. Creazione di un solo primo uomo e in lui del genere umano.

22. Dio ha avuto prescienza che l'uomo da lui creato all'inizio avrebbe peccato e insieme ha previsto il numero degli eletti che dal genere umano avrebbe trasferito con la sua grazia al medesimo destino con gli angeli.

23. L'essere dell'anima umana fu formato a immagine di Dio.

24. Se gli angeli possono essere considerati creatori di un essere per quanto infimo.

25. Soltanto con l'operazione di Dio si forma l'essere e la forma sostanziale di ogni creatura.

26. I platonici ritengono che gli angeli furono creati da Dio ma che essi sono gli operatori del corpo umano.

27. Nel primo uomo ebbe origine l'intero destino del genere umano perché Dio previde quale parte si dovesse onorare col premio e quale condannare alla pena.

 

Libro dodicesimo

DIO HA CREATO BUONI GLI ANGELI E UNA SOLA VOLTA L'UOMO NEL TEMPO

 

Bene e male negli angeli e nel mondo [1-9]

Comune società di angeli e uomini.
1.
1. Prima di parlare dell'origine dell'uomo, con cui avviene nel tempo l'inizio delle due città per quanto attiene al genere degli esseri ragionevoli e mortali, come è già dimostrato che è avvenuto per gli angeli nel libro precedente 1, penso di dover esporre ancora alcuni concetti sugli angeli stessi. Si deve dimostrare, cioè, per quanto mi è possibile, che non si può considerare assurda e non conveniente una comune società di angeli e di uomini. Quindi si può parlare con proprietà non di quattro città, ossia società, cioè due di angeli e altrettante di uomini ma di due soltanto, una composta di buoni e l'altra di cattivi, tanto angeli che uomini.

Essere o non essere con Dio uno vero buono.
1.
2. Non si può dubitare che le opposte tendenze degli angeli buoni e cattivi non sono derivate da opposti fattori e princìpi, poiché Dio, autore e creatore buono di tutti gli esseri, ha creato gli uni e gli altri, ma dalle rispettive volontà e inclinazioni. Alcuni infatti si mantengono stabilmente nel bene universale, che per loro è lo stesso Dio, e nella sua eternità, verità e carità. Altri invece, smaniosi di un proprio potere, come se fossero un bene a se stessi, sono scesi dal sommo beatificante bene universale ai beni particolari e, sostituendo l'ostentazione dell'orgoglio alla più alta eternità, l'inganno della menzogna alla verità più evidente, il gusto della fazione all'unificante carità, divennero superbi, menzogneri, portatori di odio. Categoria dunque della loro felicità è l'essere uniti a Dio e pertanto la categoria della infelicità dei ribelli si deve rilevare dal contrario che è il non essere uniti a Dio. Perciò se la giusta risposta alla domanda perché gli uni sono felici è che sono uniti a Dio, e alla domanda perché gli altri sono infelici è che non sono uniti a Dio, e perché soltanto Dio è il bene della creatura ragionevole o intelligente in ordine alla felicità. Non ogni creatura è capace di felicità perché le bestie, le piante, le pietre e altre del genere non hanno e non conseguono questo dono. Tuttavia quella che ne è capace, non lo può da sé, poiché è stata creata dal nulla, ma da lui che l'ha creata. Raggiungendolo è felice, perdendolo è infelice. Ed egli che è felice non da altri, ma perché è bene a se stesso, non può divenire infelice perché non può perdere se stesso.

Vero bene essere con Dio.
1.
3. Affermiamo dunque che il bene non diveniente è soltanto Dio uno, vero, felice e che le cose da lui create sono certamente dei beni, perché sono da lui, ma divenienti, perché non sono state create dal suo essere ma dal nulla. Dunque quantunque non siano il bene più grande, perché Dio è un bene superiore a loro, tuttavia sono grandi beni quelli che, pur divenienti, possono in ordine alla felicità esser uniti al bene non diveniente, che è il loro bene, al punto che senza di lui sono necessariamente infelici. Ma non perché non possono esser infelici, le altre cose nell'attuale universo sono più perfette, come non si deve dire che le altre parti del corpo sono più perfette degli occhi perché non possono essere cieche. Come infatti l'essere dotato di sensazione, anche quando soffre, è più perfetto della pietra che non può assolutamente soffrire, così la creatura ragionevole anche se infelice, è più nobile di quella che è priva di pensiero e di sensazione ed è quindi incapace di infelicità. Questa è la verità. L'essere ragionevole quindi creato in un grado tanto alto, sebbene sia nel divenire, unendosi al bene che non diviene, cioè a Dio sommo, raggiunge la felicità e colma la propria insoddisfazione soltanto se è felice e Dio soltanto può colmarla. Dunque è per lui un'imperfezione non unirsi a Dio. Ma l'imperfezione danneggia l'essere e perciò si oppone all'essere. Quindi quello che non è unito a Dio differisce da quello che gli è unito non nell'essere ma a causa della imperfezione. Tuttavia, malgrado l'imperfezione, l'essere intelligente ci si presenta molto perfetto e dotato di grande dignità. Il giusto biasimo dell'imperfezione di un essere è indubbiamente riconoscimento della sua dignità. Infatti è ragionevole il biasimo dell'imperfezione perché con essa si rende abietto l'essere dotato di dignità. Quando si dice che la cecità è una imperfezione degli occhi, si dichiara che la vista è funzione competente dell'occhio e quando si dice che la sordità è imperfezione dell'orecchio, si dichiara che l'udito è funzione competente dell'orecchio. Allo stesso modo quando si dice che imperfezione della creatura angelica è il non essere unita a Dio, si dichiara apertamente che l'essere uniti a Dio è formale al suo essere. Infine è impossibile pensare o dire qual grande dignità è essere unito a Dio in maniera da vivere per lui, da attingere sapienza da lui, da beatificarsi di lui e da godere un bene così grande nell'immunità dalla morte, dall'errore e dalla sofferenza. Pertanto anche dall'imperfezione degli angeli ribelli, cioè che non sono uniti a Dio, dato che l'imperfezione di per sé danneggia l'essere, appare evidente che Dio ha creato il loro essere tanto buono che per esso è un danno non essere con Dio.

Contro i sostenitori dei due principi.
2.
Siano ben precisi questi concetti, affinché non si pensi, quando parliamo degli angeli ribelli, che abbiano potuto avere l'essere da un altro principio e che del loro essere non è autore Dio. Ci si libererà più speditamente e più agevolmente dalla irreligiosità di questo errore, quanto più profondamente si potrà intendere ciò che mediante un angelo Dio disse quando inviava Mosè ai figli d'Israele: Io sono Colui che sono 2. Poiché Dio infatti è essenza somma, cioè è nel grado sommo e perciò non diviene, diede alle cose create dal nulla l'essere, ma non l'essere nel grado sommo, come è lui. Diede ad alcune di essere di più, ad altre di meno e così ordinò le essenze in vari gradi. A proposito di essenza, come da sapere si ha sapienza, così da essere si ha essenza, un termine certamente nuovo, che gli antichi scrittori latini non hanno usato, ma usuale ai giorni nostri. E affinché non mancasse alla nostra lingua il termine che i Greci dicono , dal verbo è stata coniata la parola di essenza. Dunque, fatta eccezione per ciò che non esiste, non esiste un essere contrario all'essere che è nel grado sommo e da cui sono tutte le cose che sono. All'essere è infatti contrario il non essere. E pertanto non esiste una essenza contraria a Dio, cioè alla somma essenza e creatore di tutte le essenze qualunque esse siano.

L'essere e la sua imperfezione.
3.
Nella Scrittura sono chiamati nemici 3 di Dio quelli che non con l'essere ma con le imperfezioni sono contrari al suo dominio, sebbene non riescano a far male a lui ma a se stessi. Sono nemici infatti con la volontà di opporsi, non con la possibilità di danneggiarlo. Dio infatti è fuori del divenire e assolutamente immune da alterazione. Quindi l'imperfezione con cui resistono a Dio quelli che sono considerati suoi nemici non è un male a Dio ma ad essi, ed altera in loro il bene dell'essere. Dunque non l'essere è contrario a Dio ma l'imperfezione, perché in quanto male è contraria al bene. Non si può negare che Dio è il bene nel grado sommo. L'imperfezione è pertanto contraria a Dio come il male al bene. Inoltre è un bene anche l'essere reso imperfetto e l'imperfezione è dunque contraria anche a questo bene. Ma a Dio è contraria soltanto come un male al bene, invece all'essere che rende imperfetto non soltanto come un male, ma anche come male che danneggia. Non ci sono mali che danneggiano Dio, ma gli esseri soggetti al divenire e alla corruzione, sebbene siano buoni anche per l'attestazione delle loro imperfezioni. Se non fossero buoni, le loro imperfezioni non potrebbero danneggiarli. Infatti danneggiandoli, non fanno altro che togliere loro interezza, bellezza, sanità, virtù e tutto ciò che di bene viene solitamente sottratto o diminuito nell'essere mediante l'imperfezione. Che se manca costitutivamente, non è un male che nuoce perché non toglie nulla e perciò neanche è imperfezione. È impossibile l'essere imperfezione e non danneggiare. Se ne conclude che, sebbene l'imperfezione non possa danneggiare il bene che non diviene, tuttavia può danneggiare soltanto un essere buono, perché esiste solamente nell'essere che danneggia. Il concetto si può esprimere anche in questa forma: l'imperfezione non può esistere nel sommo bene e può esistere soltanto in un qualche bene. Il solo bene può essere dunque in qualche essere, il solo male in nessuno. Anche gli esseri che sono stati resi imperfetti da un iniziale cattivo volere sono un male in quanto imperfetti, sono un bene in quanto esseri. E quando un essere imperfetto subisce la pena, a parte che è sempre un essere, si ha un bene anche nel fatto che non rimane impunito. Questo è giusto e ciò che è giusto è indubbiamente un bene. Infatti non si subisce la pena per le imperfezioni naturali ma per quelle volontarie. Anche il fatto che l'imperfezione si rinvigorisce quasi naturalmente per l'assuefazione e per continuità ha avuto inizio dalla volontà. Sto parlando infatti delle imperfezioni dell'essere che ha l'intelligenza capace della luce intelligibile con cui si distingue il giusto dall'ingiusto.

Perfezione e imperfezione nel tutto.
4.
D'altronde è assurdo ritenere meritevoli di condanna le imperfezioni delle bestie, degli alberi e delle altre cose soggette al divenire e alla morte che sono prive del pensiero, della sensazione o anche della vita, il cui essere soggiace al dissolvimento. Queste creature hanno ricevuto un determinato limite dal volere del Creatore in modo che, scomparendo nel succedersi le une alle altre 4, svolgano la meno perfetta armonia del tempo che conviene nel suo genere alle varie parti di questo mondo. Non si dovevano rendere eguali alle celesti le cose terrene, ma non è giusto che esse mancassero all'armonia dell'universo, perché le altre sono più perfette. Nello spazio, dove dovevano trovarsi le cose terrene, le une vengono all'essere succedendosi ad altre che scompaiono, le cose più piccole soccombono alle più grandi con la trasformazione di quelle che scompaiono nelle caratteristiche di quelle che sopravvivono. È questo l'ordinamento delle cose divenienti. Ma non ci diletta la bellezza di questo ordinamento, perché noi, inseriti in una parte secondo la condizione del nostro continuo morire, non possiamo percepire il tutto, nel quale si armonizzano con adeguata proporzione le singole particelle che quindi ci appaiono irrazionali. Per questo molto giustamente ci si insegna di accettare con la fede la provvidenza del Creatore, in ordine alle cose in cui non riusciamo a scorgerla con la ragione. Non dobbiamo osare cioè di biasimare nella leggerezza dell'umana presunzione l'opera di un sì grande ideatore. Per lo stesso motivo anche le imperfezioni, non volontarie e non meritevoli di pena, delle cose terrene, se le consideriamo con saggezza, confermano che gli esseri stessi hanno tutti come autore e creatore Dio. Infatti ci riesce sgradito che in essi sia sottratto dall'imperfezione naturale ciò che nell'essere è gradito. Si eccettua il caso che spesso agli uomini sono sgraditi gli esseri quando diventano dannosi, perché allora non considerano le cose ma il proprio interesse. Si ha un esempio in quegli animali, la cui eccedenza colpì la tracotanza degli Egiziani 5. Ma a questo titolo possiamo biasimare anche il sole, perché alcuni trasgressori o insolventi sono condannati dai giudici ad essere esposti al sole. Quindi l'essere, non valutato secondo il nostro vantaggio o svantaggio ma per se stesso, rende gloria al suo ideatore. Così anche l'essere del fuoco eterno rientra senza dubbio nell'ordine, quantunque sarà la pena dei dannati. Infatti niente è più bello del fuoco perché è fiamma, forza e luce, niente è più utile perché riscalda, sana e cuoce, sebbene niente è più doloroso di una scottatura. Dunque esso, che se è accostato in una certa maniera è anche dannoso, se è usato convenientemente è molto utile. Non è possibile esporne a parole l'utilità nell'universo. Non si devono quindi ascoltare quelli che nel fuoco apprezzano la luce e deprezzano il calore, non giudicano cioè dal punto di vista delle proprietà dell'essere ma del proprio vantaggio o svantaggio. Costoro vogliono vedere ma non vogliono aver caldo. Riflettono poco che la luce, la quale certamente a loro è piacevole, dà fastidio per contrasto a una vista inferma e il caldo che dà loro fastidio è per conformità condizione di vita di molti animali.

Tutto rientra nell'ordine.
5.
Tutti gli esseri dunque, per il fatto che sono ed hanno perciò la propria misura, la propria forma e una determinata pace con se stessi, sono certamente buoni. Essendo inoltre dove devono essere secondo la finalità della natura, conservano il proprio essere nelle proporzioni in cui lo hanno ricevuto. E poiché non hanno ricevuto di essere per sempre, acquistano e perdono perfezioni, secondo l'esigenza e il movimento delle realtà, alle quali per legge del Creatore sono soggetti, perché per divina provvidenza tendono a quel risultato che il razionale ordinamento dell'universo implica. Inoltre il dissolvimento, che conduce alla fine gli esseri divenienti e mortali, non è tale che mentre fa cessare d'esistere ciò che era, implichi necessariamente come conseguenza, che non venga all'esistenza ciò che doveva cominciare ad esistere. Questa è appunto la verità. Dio dunque è l'essere perfettissimo e per questo è da lui creata ogni essenza che non è perfettissima. Essa non può infatti essere a lui eguale, perché è creata dal nulla e non potrebbe assolutamente esistere se non fosse creata da lui. Egli perciò non si deve biasimare perché siamo contrariati dalle varie imperfezioni e si deve lodare nella valutazione di tutti gli esseri.

Non c'è essere essenzialmente cattivo.
6.
Risulta quindi che causa vera della felicità degli angeli buoni è l'essere uniti all'essere perfettissimo. Quando invece si cerca la causa dell'infelicità degli angeli ribelli si presenta ragionevolmente quella che, essendosi essi distolti dall'essere perfettissimo, si sono volti a se stessi che non sono perfettissimi. Questo vizio si chiama superbia. Infatti: Inizio di ogni peccato è la superbia 6. Non vollero mantenere in ordine a lui il proprio valore 7 ed essi che sarebbero più perfetti se fossero uniti all'essere perfettissimo, anteponendosi a lui, scelsero di essere meno perfetti. Questo è l'iniziale disfacimento, l'iniziale impoverimento, l'iniziale imperfezione di quell'essere che non fu creato per essere perfettissimo ma per beatificarsi nell'essere perfettissimo e così ottenere la felicità. Essendosi da lui distolto, non ha cessato di essere, ma è regredito nella perfezione e per questo è divenuto infelice. E se si cerca la causa efficiente di questa cattiva volontà, non la si trova. Che cosa infatti produce la volontà cattiva, se è essa a compiere l'azione cattiva? Perciò la volontà cattiva è efficiente dell'azione cattiva e non si ha causa efficiente della volontà cattiva. Infatti se questa causa è un essere, o ha o non ha la volontà; se l'ha, o l'ha buona o cattiva; se l'ha buona, è assurdo dire che la volontà buona è efficiente della volontà cattiva. Nell'ipotesi la volontà buona sarebbe causa del peccato. Niente di più assurdo. Se poi l'essere che nell'ipotesi sarebbe efficiente della volontà cattiva, ha anche esso una volontà cattiva, chiedo qual essere ne è causa efficiente e affinché si abbia un limite nella ricerca, torno a ricercare la causa della prima volontà cattiva. Non vi fu una prima volontà cattiva che ebbe per causa una volontà cattiva; è prima quella increata. Infatti se è esistita prima quella da cui l'altra doveva esser causata, la prima è quella che ha causato l'altra. Se si risponde che la volontà cattiva non è stata causata e che pertanto è sempre esistita, chiedo se è esistita in un qualche essere. Se non è esistita in alcun essere, non è esistita affatto; se invece è esistita in un essere, lo rendeva imperfetto, era per esso un male e lo privava di un bene. Pertanto una volontà cattiva non poteva esistere in un essere cattivo ma in uno buono, diveniente però in modo che l'imperfezione lo danneggiasse. Se non lo danneggiò, non fu neanche una imperfezione e non si può quindi dire che fosse una volontà cattiva. D'altronde se lo danneggiò, certamente lo danneggiò togliendogli o diminuendone il bene. Quindi non poté esistere un'eterna volontà cattiva in quella cosa in cui prima era esistito un bene connaturato, che la volontà cattiva potesse sottrarre danneggiandolo. E se non era eterna, torno a chiedere chi l'ha creata. Resta da dire che un essere, in cui non esisteva la volontà, creò la volontà cattiva. Chiedo se questo essere era superiore, inferiore o eguale. Se superiore, era anche più perfetto, dunque aveva la volontà anzi la volontà buona. Lo stesso si dica se era eguale. Finché due esseri sono egualmente dotati di volontà buona, l'uno non rende cattiva la volontà dell'altro. Rimane che un essere inferiore, privo di volontà, creò la volontà cattiva dell'essere angelico che per primo ha peccato. Ma qualunque sia la cosa inferiore fino alla più bassa terrenità, dal fatto che è essere ed essenza, indubbiamente è buona perché ha una propria misura e forma nel suo ordine specifico. Come dunque una cosa buona può essere efficiente di una volontà cattiva? Come, insisto, il bene può essere causa del male? Infatti quando la volontà, abbandonato l'essere superiore, si volge alle cose inferiori, diventa cattiva, non perché è male l'oggetto a cui si volge ma perché il suo volgersi implica un pervertimento. Perciò non è la cosa inferiore che ha reso cattiva la volontà; essa stessa, essendosi resa cattiva, ha appetito sconvenientemente e disordinatamente una cosa inferiore. Se infatti due individui con eguale disposizione spirituale e fisiologica vedono l'avvenenza di un medesimo corpo e a tale vista uno si lascia sedurre al godimento illecito, l'altro si mantiene costante in un sentimento pudico, qual è la causa, a nostro avviso, che nel primo si ha una volontà cattiva e nel secondo non si ha? Quale cosa ha causato la cattiva volontà nell'individuo in cui è stata causata? Non l'avvenenza del corpo perché non l'ha causata in entrambi, sebbene si sia offerta egualmente allo sguardo d'entrambi. Oppure è in causa la disposizione fisiologica di chi vede? Allora perché non quella dell'altro? Oppure la disposizione spirituale? E allora non perché dell'uno e dell'altro? Abbiamo premesso appunto che entrambi erano in un'eguale disposizione spirituale e fisiologica. O dobbiamo dire che uno dei due è stato tentato da un'occulta suggestione dello spirito maligno, come se non con la sua volontà abbia acconsentito a quella suggestione o ad altra istigazione. Chiediamo dunque chi ha causato in lui questo consenso, questa cattiva volontà che ha messo a disposizione di chi lo istigava al male. Ma per eliminare anche questa difficoltà del problema, supponiamo che entrambi abbiano la medesima tentazione e uno ceda e consenta e l'altro rimanga fermo nel proprio proposito. In tal caso è chiaro forse che uno non ha voluto e l'altro ha voluto mancare alla castità e certamente con la personale volontà, poiché eguale era in entrambi la disposizione fisiologica e spirituale. La medesima creatura avvenente si è presentata alla vista di entrambi, una tentazione occulta ha sollecitato entrambi. Dunque a coloro che vogliono sapere quale cosa ha reso cattiva in uno di loro la volontà, se ben riflettono, non se ne presenta alcuna. Se si dicesse che egli stesso l'ha resa cattiva, si deve rispondere che anteriormente alla volontà cattiva egli era un essere buono e che suo autore è Dio, bene immutabile. Qualcuno potrebbe dire appunto che l'individuo, il quale, a differenza dell'altro, ha acconsentito alla suggestione della tentazione per abusare della bellezza di un corpo che si è presentato alla vista di entrambi, sebbene l'uno e l'altro prima di vedere ed essere tentati fossero in eguale disposizione spirituale e fisiologica, da sé ha reso cattiva la propria volontà, anche se prima della volontà cattiva era buono. Chi la pensa così rifletta perché l'ha fatto, se cioè perché era un essere, ovvero perché è stato creato dal nulla e si accorgerà che la volontà cattiva non ha la sua origine dal fatto che è un essere ma dal fatto che è un essere creato dal nulla. Infatti se l'essere è causa della volontà cattiva, si è costretti a dire che il male è prodotto soltanto dal bene e che il bene è causa del male, perché la volontà cattiva sarebbe causata da un essere buono. Ma è veramente impossibile che un essere buono, sebbene nel divenire, causi prima di avere la volontà cattiva qualche cosa di cattivo, cioè la stessa volontà cattiva.

Oggetto e sua privazione nel conoscere.
7.
Non si cerchi dunque la causa efficiente della volontà cattiva. Essa non è causa che produce ma distrugge, perché anche essa non è un fare ma un disfare. Avviarsi al disfacimento dalla condizione più elevata del proprio essere a quella meno perfetta, questo è cominciare ad avere la cattiva volontà. Voler trovare dunque le cause di questi processi di disfacimento, giacché, come ho detto, non fanno ma disfanno, è come se si volesse vedere le tenebre o ascoltare il silenzio. Eppure le une e l'altro ci sono noti, le prime con la vista, l'altro con l'udito, non tuttavia nella forma sensibile, ma nella privazione della forma. Non si chieda dunque di conoscere da me questi concetti che io conosco di non conoscere, a meno che non si chieda di apprendere a non conoscere ciò che si deve conoscere di non poter conoscere. Infatti gli oggetti, che non si conoscono nella loro forma ma nella privazione di essa, in certo senso, se così si può dire o pensare, si conoscono con la non conoscenza per non conoscerli con la conoscenza. Quando la facoltà visiva osserva le forme sensibili, in nessuna parte vede le tenebre se non in quel punto in cui comincia a non vedere. Così non ad altro senso ma al solo udito compete percepire il silenzio che tuttavia si percepisce soltanto non ascoltando. Allo stesso modo la nostra intelligenza si rappresenta le forme intelligibili col pensiero, ma appena diventano irrazionali, le apprende nell'atto stesso che non le capisce. Chi infatti ha l'idea del delitto? 8.

Bene e sua privazione nel volere.
8.
Questo invece io conosco, che l'essere di Dio mai, in nessun luogo, da nessuna parte può disfarsi e che possono disfarsi soltanto le cose create dal nulla. Ma queste hanno cause efficienti quanto sono più perfette e quanto più fanno il bene perché solo allora fanno qualche cosa. Hanno al contrario cause che disfanno in quanto si muovono al disfacimento e per questo fanno il male perché allora fanno soltanto cose prive di significato. Conosco inoltre che nell'individuo, in cui si verifica la volontà cattiva, si verifica in modo che se non volesse non si verificherebbe e perciò la giusta pena è conseguenza di imperfezioni non necessarie ma volontarie. L'imperfezione non si ha col tendere al male, perché non si danno esseri che sono un male, ma con un atto che è male, perché contro l'ordine degli esseri si tende dall'essere perfettissimo all'essere meno perfetto. L'avarizia non è un'imperfezione dell'oro ma dell'uomo, che rovesciando l'ordine dei fini, ama l'oro abbandonando la giustizia che doveva essere valutata incomparabilmente superiore all'oro. E la lussuria non è un'imperfezione dei corpi belli e avvenenti ma dell'anima pervertita che ama i piaceri sensibili abbandonando la temperanza, con cui ci adeguiamo a cose spiritualmente più belle e immaterialmente più avvenenti. Così l'orgoglio non è imperfezione della buona reputazione ma dell'anima pervertita, che ama essere esaltata dagli uomini disprezzando la voce della coscienza. E la superbia non è imperfezione di chi dà il potere o anche del potere stesso, ma dell'anima pervertita che ama il proprio potere disprezzando il potere più giusto di chi è più potente. Perciò chi alla rovescia ama il bene di qualsiasi essere, anche se lo consegue, nel bene egli è malvagio e infelice perché privato di un bene migliore.

Dio ha creato negli angeli la buona volontà...
9.
1. Ora non esiste una causa efficiente naturale, o, se si può dire, essenziale della volontà cattiva. Da lei infatti ha origine il male degli spiriti posti nel divenire, perché da questo male viene diminuito e deformato il bene dell'essere. Soltanto la defezione, con cui si abbandona Dio, produce la volontà cattiva ed anche la causa di tale defezione è una defezione. Se si dice quindi che neanche della volontà buona esiste una causa efficiente, si eviti di credere che la volontà buona degli angeli buoni non è stata creata, ma che è coeterna a Dio. Se essi sono stati creati, non si può affermare che la loro volontà non è stata creata. Dunque, dato che è stata creata, è stata creata assieme a loro ovvero essi esistettero prima senza di lei? Se è stata creata assieme ad essi, fu creata indubbiamente da colui che ha creato anche loro. E nell'atto stesso che furono creati si unirono a colui dal quale sono stati creati con l'amore col quale erano stati creati. In questo appunto gli angeli buoni si distinsero dal gruppo degli altri perché si mantennero nella medesima buona volontà, mentre i ribelli derogando da essa degenerarono mediante la volontà cattiva nell'atto stesso che vennero meno alla volontà buona. Però non sarebbero venuti meno se non avessero voluto. Supponiamo che gli angeli buoni fossero all'inizio senza la volontà buona e che essi stessi la producessero in sé senza l'azione di Dio. Ebbero dunque maggiore perfezione da sé che da lui? No, senza la volontà buona sarebbero stati indubbiamente cattivi. Ma se non erano cattivi perché non avevano la volontà cattiva, dato che non erano venuti meno alla volontà buona che ancora non avevano ricevuto, certamente non erano tali e non ancora tanto buoni come quando cominciarono ad avere la volontà buona. Ma non poterono rendersi più perfetti di come egli li aveva creati, perché non si ha operazione che più della sua produca perfezione. Quindi soltanto con l'intervento operativo del Creatore poterono avere volontà buona, con cui furono più perfetti. La loro volontà buona fece che non si volgessero a se stessi, che erano meno perfetti, ma a lui che è perfettissimo e si unissero a lui per divenire più perfetti e per vivere nella partecipazione a lui in sapienza e beatitudine. E da ciò si rende evidente che qualsiasi volontà buona era sterile qualora si fosse acquietata nel solo desiderio se egli, che dal nulla aveva creato l'essere buono disposto a riceverlo, non lo rendesse più perfetto riempiendolo di se stesso perché prima l'aveva reso più anelante incitandolo ad elevarsi.

... non priva della libertà di scelta.
9.
2. In relazione all'argomento se gli angeli buoni causarono essi stessi in sé la volontà buona, si deve esaminare anche questo problema: se la causarono con una qualche volontà o senza alcuna. Se senza alcuna, neanche la causarono. Se con una qualche volontà, si chiede se buona o cattiva. Se cattiva, come poté una cattiva volontà essere principio efficiente di una volontà buona? Se buona, dunque già l'avevano. E l'aveva potuta causare soltanto colui che li ha creati dotati di volontà buona, cioè con l'amore ordinato con cui unirsi a lui, producendo a un tempo il loro essere e donando la grazia. Perciò si deve credere che gli angeli santi mai sono stati senza la volontà buona che è amore di Dio. Gli altri creati buoni divennero cattivi con la loro individuale volontà cattiva, non creata da un essere buono, ma nell'atto che venne meno volontariamente al bene, perché causa del male non è il bene ma il venir meno al bene. Essi o ebbero una minore elargizione della grazia di amore divino a differenza di quelli che in essa si mantennero; oppure se entrambi furono creati ugualmente buoni, mentre i ribelli peccavano con la volontà cattiva, i fedeli più largamente favoriti giunsero alla pienezza della felicità, divenendo assolutamente certi di non venir meno ad essa. Ne abbiamo parlato anche nel libro precedente 9. Si deve dunque ammettere col dovuto ringraziamento al Creatore che non appartiene soltanto agli uomini in grazia ma si può dire anche degli angeli santi che l'amore di Dio è stato versato in essi per mezzo dello Spirito Santo che è stato loro dato 10. Si deve inoltre riconoscere che il bene, non solo degli uomini ma primieramente e principalmente degli angeli, è quello di cui è stato scritto: Il mio bene è essere unito a Dio 11. E coloro che comunicano di questo bene hanno con colui, cui sono uniti, e fra di sé una società santa e sono una sola e medesima città di Dio, vivo suo sacrificio e vivo suo tempio. Ma osservo che si deve cominciare a parlare, come è stato fatto per gli angeli, dell'origine per creazione da Dio di quella parte della città di Dio che per congiungersi agli angeli immortali si aduna dagli uomini mortali ed è ancora esule nel divenire della terrenità, ovvero ha raggiunto, in quegli uomini che hanno subito la morte, il riposo nelle invisibili dimore che accolgono le anime. Da un solo uomo che Dio ha creato all'inizio ha avuto origine il genere umano secondo la testimonianza della sacra Scrittura. Ed essa ha giustamente una grande autorità presso tutte le nazioni del mondo, anche perché fra le altre verità ha predetto con divina verità che esse avrebbero creduto 12.

Teorie sui tempi della creazione dell'uomo [10-13]

Opinioni sulle antichissime condizioni dell'uomo.
10.
1. Omettiamo dunque le ipotesi di individui che non hanno scienza delle proprie affermazioni sulla condizione e sull'origine del genere umano. Alcuni infatti, come hanno supposto per il mondo, sono d'opinione che gli uomini siano sempre esistiti. Per questo anche Apuleio nel trattare questo genere di viventi ha detto: Individualmente sono mortali ma nell'insieme di tutta la specie vivono da sempre 13. E qualora loro si chiedesse, nell'ipotesi che da sempre sia esistito il genere umano, a che titolo la loro storia dice la verità, quando narra degli inventori dei vari utensili, dei pionieri delle discipline liberali e delle altre arti, dei primi abitanti di quella o di un'altra regione e parte della terra, di quella o di un'altra isola, rispondono che a causa di diluvi e cataclismi per un certo tempo non tutti i territori ma molti si spopolarono 14. Così gli uomini si ridurrebbero ad un esiguo numero, dalla cui discendenza viene ristabilito il ripopolamento. Quindi certi dati, che a causa dei cataclismi erano interrotti o scomparsi, si presenterebbero e si formerebbero come originari, mentre sono soltanto riemersi. Del resto, aggiungono, l'uomo soltanto dall'uomo può venire all'esistenza. Ma dichiarano una loro ipotesi e non una conoscenza scientifica.

Confronto fra cronologia greca ed egiziana.
10.
2. Li inducono in errore anche alcuni scritti menzogneri che, secondo la loro tradizione, riportano nella cronologia molte migliaia di anni, sebbene secondo le sacre Scritture dall'origine dell'uomo si calcolano seimila anni non ancora compiuti. Per non discutere a lungo nel ribattere la infondatezza di quei libri, in cui si riporta un numero ben maggiore di migliaia di anni e nel dimostrare che in essi non è reperibile l'autorevolezza richiesta dall'argomento, adduco la lettera di Alessandro il Grande alla madre Olimpiade. La scrisse per comunicare la narrazione di un sacerdote egiziano che egli aveva allegato dalle scritture considerate sacre presso di loro. Contiene fra l'altro i regni che anche la storia greca conosce. Fra di essi il regno degli Assiri nella medesima lettera di Alessandro supera i cinquemila anni, mentre nella storia greca ha mille e trecento anni a partire dal regno di Belo, che anche il sacerdote egiziano pone all'inizio del regno assiro 15. Inoltre ha calcolato più di ottomila anni le monarchie dei Persiani e dei Macedoni fino allo stesso Alessandro, al quale si rivolgeva, mentre negli scrittori greci per il regno dei Macedoni si hanno fino alla morte di Alessandro quattrocentoottantacinque anni e per quello dei Persiani fino a che ebbe tempo termine, con la vittoria di Alessandro, se ne calcolano duecentotrentatré. Dunque in questa cronologia gli anni sono molti di meno che in quella egiziana e non li raggiungerebbero anche se fossero moltiplicati per tre. Si dice appunto che gli Egiziani nei tempi antichi avessero degli anni tanto brevi che si compivano ogni quattro mesi; quindi l'anno intero e vero, che ora abbiamo noi ed essi, ne abbracciava tre dei loro di una volta. Ma neanche così, come ho detto, è concorde la cronologia greca con quella egiziana. Quindi è più attendibile quella greca perché non va al di là della veridicità cronologica, indicata dalla nostra Scrittura che è veramente sacra. Inoltre se la lettera di Alessandro, largamente conosciuta, per quanto riguarda i periodi, è molto lontana da una plausibile veridicità storica, quanto meno si deve credere a quelle scritture che, sebbene zeppe di leggendari fatti antichi, i nostri avversari hanno voluto produrre contro l'autorità dei nostri conosciutissimi Libri divini. Tale autorità ha preannunziato che tutto il mondo le avrebbe creduto e il mondo, come aveva preannunziato 16, le ha creduto. E dai fatti che ha previsto come futuri, quando essi si avverano tanto fedelmente, ha la conferma di avere descritto veridicamente i passati.

Ipotesi dei fautori della generazione spontanea.
11.
Altri, i quali non ritengono eterno il mondo, sia che non ne pongano uno solo ma infiniti, sia che ne pongano uno solo ma destinato a nascere e morire infinite volte, sono costretti ad ammettere che il genere umano all'inizio ha cominciato ad esistere senza la generazione umana. Costoro infatti non sostengono che a causa di alluvioni o fenomeni vulcanici i quali, secondo loro, non si verificherebbero in tutta la terra, sopravvivano pochi individui, da cui si abbia il ripopolamento. È impossibile per loro supporre che alla fine del mondo rimanga un certo numero di uomini. Ma come sostengono che il mondo sorge di nuovo dalla propria materia, così in esso dai suoi elementi si propaga il genere umano e in seguito dai genitori la discendenza degli uomini al pari degli altri viventi 17.

Confronto in termini di cronologia fra tempo ed eternità.
12.
Ho già risposto, quando si trattò il problema dell'origine del mondo, a coloro i quali si rifiutano di ammettere che non è sempre esistito ma che ha cominciato ad esistere, come ammette apertamente lo stesso Platone, quantunque da taluni è interpretato in senso contrario a quanto dice. La medesima cosa vorrei rispondere sulla prima apparizione dell'uomo per coloro che allo stesso modo si domandano perché l'uomo non sia stato creato durante gli incalcolabili e infiniti tempi passati e sia stato creato tanto tardi che sono meno di seimila anni da quando, come dice la Scrittura, cominciò ad esistere. Se li offende la brevità del tempo, perché sembrano loro tanto pochi gli anni da che si dice che ha avuto inizio l'uomo nei nostri testi autorevoli, considerino che non si ha lunga durata se si ha un termine e che tutte le limitate estensioni dei tempi, se si confrontano con l'eternità infinita, non si devono considerare piccole ma inesistenti. E per questo se non fossero cinque o seimila ma sessantamila o seicentomila anni ed essi si avessero per sessanta, per seicento, per seicentomila volte e questa somma si moltiplicasse per tante volte fino a non avere più un numero concepibile, da che Dio ha creato l'uomo, si potrebbe ancora chiedere perché non l'ha creato prima. Lo stato di riposo in cui Dio non creò l'uomo, che risalendo all'indietro è eterno per mancanza d'inizio, è così immenso che se gli si raffronta una serie numerica di tempi, per quanto grande e incalcolabile, la quale abbia tuttavia un termine perché chiusa nel limite di una determinata estensione, non dovrebbe esser considerata più grande che se si confronti la più minuta stilla di umidità con tutti i mari, anche quanti ne abbraccia l'oceano. Infatti delle due quantità una è piccolissima, l'altra incomparabilmente grande, ma l'una e l'altra limitate. Invece l'estensione di tempo che parte da un inizio ed è limitata da una fine, per quanto si estenda in quantità, confrontata con l'essere che non ha inizio, non so se si deve considerare piccolissima o piuttosto inesistente. Pertanto se a partire dal termine si eliminano a uno a uno attimi anche brevissimi man mano che il numero, anche tanto grande che non abbia un nome, decresce e si risale indietro, come se si eliminassero i giorni di vita di un individuo, dall'attuale fino a quello della nascita, a un certo punto la eliminazione sarà ricondotta all'inizio. Supponiamo invece che si eliminassero risalendo indietro attraverso una estensione di tempo che non ha avuto inizio, non dico a uno a uno spazi limitati di ore, di giorni, di mesi, di anni, ma anche estensioni così grandi, quante ne racchiude una somma di anni che diviene incalcolabile per qualsiasi matematico, la quale tuttavia si raccorci con l'eliminazione attimo per attimo di porzioni di tempo e si eliminino quelle enormi estensioni non una volta o due o più ma sempre. Non si fa nulla, non si ottiene nulla, perché mai si giunge all'inizio che non esiste assolutamente. Pertanto il problema che ci poniamo noi oggi dopo cinquemila anni e rotti, con la medesima curiosità se lo potrebbero porre i posteri anche fra seicentomila volte quegli anni, se per tanto tempo continuassero la soggezione degli uomini al nascere e al morire e la debolezza della nostra esperienza. Anche quelli che vissero prima di noi, nei tempi più vicini alla creazione dell'uomo, potevano porsi questo problema. Alfine anche il primo uomo l'indomani o il giorno stesso della sua creazione poteva chiedersi perché non fosse stato creato prima. Comunque in qualsiasi tempo fosse stato creato, questa controversia sull'origine delle cose temporali non avrebbe trovato allora argomenti validi diversi da quelli di oggi o anche dell'avvenire.

Falsa teoria dei cicli e delle palingenesi.
13.
1. I filosofi naturalisti ritennero di poter o dovere risolvere la suddetta controversia introducendo dei cicli di tempo. Affermarono che con essi tornavano a ripetersi in natura sempre i medesimi eventi e che allo stesso modo per il futuro si sarebbero avuti senza fine i ritorni degli avvenimenti che vengono e vanno, sia che i cicli si verifichino in un mondo senza tramonto, sia che il mondo sorgendo e tramontando a determinate distanze di tempo offrisse come nuovi sempre gli stessi avvenimenti sia passati che futuri. Così questi filosofi non riescono a considerar libera da questa beffa del destino l'anima immortale, anche se ha acquisito la sapienza, poiché va senza sosta verso una falsa felicità e senza sosta ritorna a una vera infelicità. Non può infatti essere vera felicità perché non si ha sicurezza della sua eternità e perché in quello stato l'anima o per radicale inesperienza non conosce nella realtà l'infelicità del mondo o la teme con angoscia pur essendo nella felicità. Ma se essa non dovrà più tornare all'infelicità terrena, passa da questa alla felicità. Avviene dunque nel tempo qualcosa che prima non era avvenuto e che non ha il limite del tempo. Questo si può dire dunque anche del mondo ed anche dell'uomo creato nel mondo. Quanto dire che con la sana dottrina attraverso una via dritta si devono evitare gli assurdi ritorni ciclici inventati da filosofi assurdi e impostori.

Il Qoèlet non è a favore dei cicli.
13.
2. Alcuni ritengono che si debba interpretare nel senso dei suddetti cicli che ritornano al medesimo e fanno tornare tutto al medesimo anche quel che si legge nel libro di Salomone, intitolato L'Ecclesiaste: Che cos'è ciò che è stato? Quello stesso che sarà. E che cos'è ciò che è avvenuto? Quello stesso che avverrà. Non v'è nulla di nuovo sotto il sole. Non si potrà dire: Guardate che questo evento è nuovo, perché è avvenuto nei secoli che furono prima di noi 18. Ma egli ha detto quelle parole riferendosi agli eventi di cui parlava in precedenza, cioè alle generazioni che vanno e vengono, ai giri del sole, al fluire dei corsi d'acqua e infine a tutte le cose che hanno un inizio e una fine. Vi furono infatti uomini prima di noi, vi sono assieme a noi, vi saranno dopo di noi. Altrettanto si dica degli altri animali e delle piante. Perfino i fenomeni straordinari, che si verificano fuori dell'aspettativa, sebbene siano diversi fra di loro e di alcuni si dica che siano avvenuti una sola volta, nel senso che sono in genere fatti meravigliosi e straordinari, tuttavia vi sono stati e vi saranno e non è un fatto nuovo che si verifichino eventi straordinari sotto il sole. Però alcuni interpretano quelle parole nel senso che quel grande sapiente voleva far intendere che tutto è stabilito nell'ordinamento divino e che quindi niente v'è di nuovo sotto il sole. Comunque secondo le norme della retta fede non dobbiamo credere che con le parole di Salomone furono indicati i cicli con cui si hanno, come pensano costoro, i medesimi ritorni di tempi e di avvenimenti nel tempo; ad esempio, come il filosofo Platone in quel tempo ha insegnato agli allievi nella città di Atene, nella scuola detta l'Accademia, così il medesimo Platone, la medesima città, la medesima scuola, i medesimi alunni sarebbero tornati attraverso le infinite successioni di tempo nel passato a fasi molto lunghe ma determinate e tornerebbero nelle infinite successioni che verranno. Non dobbiamo, dico, credere a queste fandonie. Infatti Cristo è morto una sola volta per i nostri peccati 19, ma risorgendo dai morti non muore più e la morte non l'assoggetterà più nell'avvenire 20, e noi dopo la risurrezione saremo sempre col Signore 21, al quale nel tempo presente diciamo quel che ci suggerisce il sacro Salmo: Tu, o Signore, ci custodirai e ci difenderai dalla generazione presente, fino nell'eternità. Penso infine che a questi filosofi si adatti molto bene il versetto seguente: Gli empi si muoveranno in giro 22, non nel senso che la loro vita ritornerà ai cicli da loro immaginati, ma perché nel tempo presente la via del loro errore è un circolo vizioso, cioè una falsa dottrina.

Contro i ritorni ciclari unità e bontà originaria dell'uomo [14-27]

Ineffabile l'opera di Dio.
14.
Non c'è da meravigliarsi poi se, vagando per questi cicli, non trovano né l'entrata né l'uscita perché non sanno come hanno avuto inizio e quale fine avranno il genere umano e la sua esistenza terrena. Non possono infatti conoscere la trascendenza di Dio, perché egli, pur essendo eterno e senza inizio, da un determinato inizio ha dato origine al tempo e all'uomo, che prima non aveva creato e che ha creato nel tempo non con un disegno subitaneo, mai avuto prima, ma immutabile ed eterno. Nessuno può indagare su questa trascendenza di Dio perché è arcana, né esprimerla perché è ineffabile. Difatti nel rispetto ad essa Dio, con volontà non diveniente nel tempo, creò nel tempo l'uomo, prima di cui non era esistito alcun uomo, e da un solo individuo fece moltiplicare il genere umano. Il Salmo citato premette queste parole: Tu, o Signore, ci custodirai e ci difenderai dalla generazione presente e fino nell'eternità. Confuta poi coloro, nella cui insipiente ed empia dottrina non è contemplata l'eternità di una liberazione e felicità dell'uomo. Infine con le parole: Gli empi si muoveranno in giro, suppone che gli si chieda: "Che cosa presumi di conoscere tu con l'opinione, il senso, l'intelligenza? Si può forse ritenere che all'improvviso Dio decise di creare l'uomo, sebbene non l'avesse creato nella sterminata eternità anteriore e sebbene in lui è impossibile una modificazione e non esista alcun divenire?", e risponde rivolgendosi a Dio stesso: Nel rispetto della tua trascendenza hai fatto moltiplicare i figli degli uomini 23. Gli uomini, dice, pensino quel che vogliono, suppongano e sostengano quel che loro piace: Nel rispetto della tua trascendenza (che l'uomo non può conoscere) hai fatto moltiplicare i figli degli uomini. Ed è infatti veramente trascendente e che sia sempre esistito e che per quanto riguarda l'uomo, che anteriormente non aveva creato, abbia creato il primo in un determinato tempo e che ciò nonostante non abbia mutato né disegno né volere.

Dio è Signore in ogni tempo.
15.
1. Io come non oso dire che Dio Signore non sia stato sempre signore, così non devo dubitare che l'uomo non è sempre esistito e che il primo uomo è stato creato in un determinato tempo. Ma quando rifletto di che cosa Dio fu eternamente signore se la creatura non è esistita eternamente, temo di affermare qualcosa, mi esamino e rammento il detto della Scrittura: Chi degli uomini può conoscere il disegno di Dio o chi potrà pensare l'oggetto del suo volere? I pensieri dei mortali temono di errare e incerti sono i nostri procedimenti. Infatti il corpo che è materia appesantisce l'anima e la terrenità costringe la nostra facoltà a formulare molteplici pensieri 24. Dunque in questa terrenità io formulo molti pensieri. E ne formulo molti perché non riesco a raggiungere quell'uno che, o fra di essi o al di là di essi e che forse io non formulo, è il vero. Ma supponiamo che, scegliendo fra di essi, io dico che la creatura, di cui Dio fosse signore, è sempre esistita, perché egli è eternamente signore e non vi fu tempo in cui non lo fosse, ma che sono esistite ora l'una ora l'altra in diverse dimensioni di tempo. Questo per non affermare che alcuna sia coeterna al Creatore, giacché la fede e la vera ragione condannano questa tesi. In tale ipotesi si deve evitare l'assurdo, contrario alla verità rivelata, che la creatura, mortale per il mutare del tempo, è sempre esistita con lo scomparire di una e il succedere dell'altra e che ha cominciato ad essere immortale soltanto quando si è giunti all'attuale successione di tempi, nella quale sono stati creati anche gli angeli. Infatti se la luce creata al principio indica esattamente loro o piuttosto il cielo, di cui è detto: In principio Dio creò il cielo e la terra 25, si deve ammettere che non sono esistiti prima di essere creati, per non dover ammettere, se si dice che sono sempre esistiti, che esseri immortali siano coeterni a Dio. Se poi dirò che gli angeli non sono stati creati nel tempo ma che sono esistiti prima di tutti i tempi, affinché Dio fosse il loro signore perché sempre è stato signore, mi si chiederà anche, nell'ipotesi che siano stati creati prima di tutti i tempi, se è possibile che, pur essendo stati creati, siano sempre esistiti. Ma in proposito mi sembra che forse si può rispondere: E perché non da sempre, se non è assurdo dire che l'essere il quale esiste in ogni tempo da sempre esiste? Essi sono esistiti in ogni tempo appunto perché sono stati creati prima di tutti i tempi, se i tempi hanno avuto inizio col cielo ed essi esistevano prima del cielo. Ma supponiamo che il tempo non ha avuto inizio dal cielo ma che si ebbe prima del cielo, non certamente in ore, giorni, mesi ed anni. Infatti queste misure di dimensioni di tempo, che nel parlare comune propriamente si chiamano tempo, hanno avuto inizio, come è evidente, dal movimento degli astri. Dio stesso, nell'assegnare loro uno spazio, disse: E siano come distinzioni di tempi e di giorni e di anni 26. Il tempo si intende invece come il divenire del movimento secondo il prima e il poi, dato che le sue parti non possono essere simultaneamente. Dunque prima del cielo una simile condizione si verificava nel divenire degli angeli e quindi il tempo già esisteva e gli angeli, dal momento in cui furono creati, divenivano nel tempo. Ma anche in questo senso sono esistiti in ogni tempo, perché il tempo ebbe inizio con loro. E chi potrebbe dire che non è sempre esistito ciò che è esistito in ogni tempo?

Gli angeli sempre esistiti ma nel tempo.
15.
2. Ma se darò questa soluzione, mi si chiederà: "Come dunque non sono coeterni al Creatore, se egli è sempre esistito ed essi egualmente? Come si potrà affermare che sono stati creati se si deve pensare che sono sempre esistiti? Che cosa si risponderà a questa obiezione? Si dovrà forse dire che sono sempre esistiti perché sono esistiti in ogni tempo, dato che o sono stati creati col tempo o assieme ad essi ha avuto inizio il tempo e che tuttavia sono stati creati?". Non possiamo negare che il tempo ha avuto un inizio, quantunque nessuno mette in dubbio che in ogni tempo si è avuto il tempo. Infatti se il tempo non si è avuto in ogni tempo, c'era dunque il tempo quando non c'era il tempo. Neanche uno sciocco lo potrebbe dire. Dunque è ragionevole dire: C'era il tempo quando non c'era Roma; c'era il tempo quando non c'era Gerusalemme; c'era il tempo quando non c'era Abramo; c'era il tempo quando non c'era l'uomo e così via; infine nell'ipotesi che il mondo non sia stato creato all'inizio del tempo ma dopo un certo tempo, possiamo dire che c'era il tempo quando non c'era il mondo, ma è assurdo dire che c'era il tempo quando il tempo non c'era. È come se si dicesse: "Esisteva l'uomo quando nessun uomo esisteva"; ovvero: "Esisteva questo mondo quando questo mondo non esisteva". Se invece si intendesse parlare di due condizioni diverse, ci si può esprimere per analogia, cioè: "Esisteva un uomo diverso quando non esisteva l'uomo attuale"; e così si può dire ragionevolmente: "Si aveva un altro tempo quando non si aveva il tempo attuale"; ma neanche un insensato può dire: "C'era il tempo quando il tempo non c'era". Si afferma dunque che il tempo ha avuto inizio, sebbene si ammetta che sempre c'è stato perché in ogni tempo il tempo c'è stato. Non ne consegue che se gli angeli sono sempre esistiti, non siano stati creati. Si afferma che sono sempre esistiti appunto perché sono esistiti in ogni tempo e sono esistiti in ogni tempo appunto perché senza di essi era assolutamente impossibile che si avesse il tempo. Infatti se non esiste una creatura, dal cui divenire nel movimento si svolga il tempo, non è possibile in senso assoluto che si abbia il tempo. E per questo anche se sono sempre esistiti, sono stati creati ma non ne consegue che se sono sempre esistiti siano coeterni al Creatore. Egli infatti è sempre esistito per non diveniente eternità; essi invece sono stati creati ma dire che sono sempre esistiti significa che sono esistiti in ogni tempo, dato che era assolutamente impossibile che senza di essi si avesse il tempo. Il tempo invece, dato che trascorre col divenire, non può essere coeterno all'eternità che non diviene. Pertanto anche se l'immortalità degli angeli non trascorre nel tempo e non è passata, come se non si avesse più, e non è futura, come se ancora non si avesse, tuttavia i loro movimenti, con cui si svolge il tempo, passano dal futuro al passato. Quindi è impossibile che siano coeterni al Creatore, perché non è concepibile che nel suo muoversi ci sia stata qualche cosa che non c'è più o ci sarà qualche cosa che ancora non c'è.

Limite della ragione di fronte al mistero.
15.
3. Per la qual cosa se Dio è stato sempre signore, ha avuto sempre una creatura soggetta alla sua signoria, non da lui generata ma creata dal nulla e non a lui coeterna. Era prima di lei, sebbene in nessun tempo senza di lei, perché non la precedeva per una dimensione del tempo che trascorre, ma in una immobile indefettibilità. Ma se do questa soluzione a coloro che mi chiedono come è stato sempre creatore, sempre signore, se non esisteva una creatura a lui soggetta, ovvero perché è stata creata e non piuttosto è coeterna al Creatore se è sempre esistita, temo di esser giudicato come uno che afferma con leggerezza ciò che non sa, anziché come uno che insegna ciò che sa. Ritorno dunque alla dottrina che il nostro Creatore ha voluto che conoscessimo e confermo che sono al di là delle mie capacità le nozioni che egli ha concesso di conoscere ai più sapienti in questa vita o ha riservato alla conoscenza dei perfetti nell'altra vita. Ma ho ritenuto di esporle senza sostenerle affinché i lettori sappiano da quale pericolosa problematica debbono guardarsi, non pensino di essere capaci di tutto, anzi intendano che si deve ubbidire all'Apostolo il quale ci dà questo salutare ammonimento: Dico a tutti i componenti della vostra comunità, in base alla grazia che mi è stata data, di non pretendere di capir più di quanto conviene, ma di volerlo nel giusto limite, secondo la misura della fede che Dio ha distribuito a ciascuno 27. Se infatti il bambino viene nutrito secondo le sue forze, avverrà che col crescere comprenderà di più; se al contrario oltrepasserà le forze della propria capacità, verrà meno prima di crescere.

I tempi eterni non sono l'eternità.
16.
Confesso di non sapere quali successioni dei tempi passarono prima che avesse inizio il genere umano. Non dubito tuttavia che non si dà nulla di coeterno fra creatura e Creatore. L'Apostolo parla di tempo eterno, e non futuro ma passato; e questo desta maggior meraviglia. Ha detto: Verso la speranza della vita eterna che Dio, il quale non mente, ha promesso prima dei tempi eterni ma ha manifestato la sua parola nel tempo suo 28. Ha detto dunque che vi sono stati in passato tempi eterni che tuttavia non furono coeterni a Dio, giacché egli non solo esisteva prima dei tempi eterni ma ha anche promesso la vita eterna che ha manifestato nel tempo suo, cioè conveniente. E non è altro che il suo Verbo perché egli è la vita eterna. E come ha fatto a promettere giacché ha promesso agli uomini che ancora non esistevano prima dei tempi eterni? Perché nella sua eternità e nello stesso suo Verbo a lui coeterno era definito con un atto della provvidenza ciò che a suo tempo sarebbe avvenuto.

Sofismi dei sostenitori del ritorno dell'identico.
17.
1. Non ho dubbi neanche sul fatto che prima della creazione dell'uomo non sia esistito in qualche tempo alcun uomo e che non è stata restituita all'esistenza attraverso non so quali cicli e non so quante volte una umanità della medesima specie o altra simile nella natura. Non mi distolgono da questa credenza gli argomenti dei filosofi, anche se è considerata molto profonda la loro teoria che l'infinito non si può rappresentare come oggetto di scienza. Pertanto Dio, dicono essi, contiene in sé tutte le ragioni finite del tutto delle cose finite che crea. Inoltre, soggiungono, non si deve pensare che la sua bontà sia rimasta per qualche tempo senza agire per non affermare che la sua azione sia nel tempo, giacché il suo riposo sarebbe nell'eternità e poi, come se si fosse pentito del precedente suo riposo senza inizio, avrebbe dato inizio alla sua opera. Pertanto è necessario, dicono, che ritornino sempre i medesimi eventi e trascorrano identici nel loro perpetuo ripetersi. Quindi il mondo o si perpetuerebbe nel divenire perché, sebbene sia sempre esistito senza avere inizio nel tempo, è stato creato, ovvero, nonostante il suo sorgere e tramontare, sarebbe tornato e tornerebbe sempre a ripetersi mediante quei cicli. Col dire, cioè, che le opere di Dio hanno avuto un inizio nel tempo, si verrebbe ad affermare che egli abbia in qualche modo condannato il precedente suo riposo senza inizio come inerte e ozioso e perciò riprovevole e che pertanto sia passato al movimento. Se al contrario si afferma che dall'eternità ha creato le cose nel tempo, ma diverse, e che così è giunto una buona volta a creare anche l'uomo, che anteriormente non aveva creato, potrebbe sembrare, a sentir loro, che ha creato le cose che ha creato non con la scienza, con cui a loro avviso non ci si può rappresentare l'infinito, ma così secondo l'opportunità, come gli veniva in mente con una intermittenza dovuta al caso. Quindi, secondo loro, se si ammettono quelle palingenesi con cui tornano i medesimi eventi nel tempo o in un mondo perpetuo o in un mondo che inserisce in cicli identici il ripetersi del suo sorgere e tramontare, non si attribuiscono a Dio né un ozio indolente, tanto più che è di una lunghezza senza inizio, né un'inconsapevole sprovvedutezza nell'agire. Se non si dà il ritorno dell'identico, è impossibile, dicono, che sia colta da una sua scienza o prescienza la realtà differenziata con infinita diversificazione.

Vengono confutati.
17.
2. Se la ragione non riesce a confutare queste elucubrazioni, con cui pensatori miscredenti tentano di stornare la nostra religiosità semplice dalla via dritta per farci girare con loro attorno ai cicli 29, la fede dovrebbe farsene beffe. Si aggiunge che con l'aiuto del Signore Dio nostro una dimostrazione apodittica riesce a spezzare questi cicli periodici che la suddetta teoria si affanna a rappezzare. Costoro errano, al punto da preferire un circolo vizioso alla via vera e dritta, principalmente in questo che dall'angolazione della mutevole e angusta intelligenza umana misurano l'intelligenza divina assolutamente immutabile, comprensiva di qualsiasi infinità e che dispone in una successione, senza passare da un pensiero all'altro, l'infinita serie dei numeri. Capita loro quel che dice l'Apostolo: Non capiscono perché confrontano se stessi a se stessi 30. Essi infatti devono eseguire con una decisione nuova tutto ciò che loro capita in mente di dover fare poiché hanno la mente posta nel divenire. Proponendosi quindi al pensiero non Dio, che non possono rappresentarsi, ma in vece di lui se stessi, confrontano non Dio ma se stessi e non a lui ma a se stessi. Noi non dobbiamo ritenere che Dio si trovi in una condizione quando è in riposo e in un'altra quando è in attività. È perfino inconcepibile che sia condizionato, come se nel suo essere si verifichi qualche cosa che prima non c'era. Chi è condizionato infatti subisce una modificazione e ogni essere che subisce una modificazione è nel divenire. Nel suo riposo dunque non si devono ravvisare pigrizia, ozio, inerzia, come nella sua attività lavoro, sforzo, fatica. Sa agire nel riposo e riposare nell'azione. Può applicare ad un'opera nuova una determinazione non nuova ma eterna e non ha cominciato a fare ciò che non aveva fatto perché si è pentito di essere stato anteriormente in riposo. Ma supponiamo che fosse prima in riposo e poi in attività, anche se io non so come questi concetti siano accessibili al pensiero umano. Ovviamente le nozioni del prima e del poi si riferirono alle cose che prima non esistevano e poi sono esistite. In Dio al contrario non si ebbe un volere successivo che mutò o sostituì il volere antecedente, ma un solo medesimo eterno immutabile atto della volontà fece sì che le cose create non esistessero finché non esistettero e che poi esistessero quando cominciarono ad esistere. Mostrò così a coloro che potevano conoscere queste verità, rivelandole forse con un intervento straordinario, che non aveva bisogno delle cose ma che le aveva create per disinteressata bontà, giacché anche senza di esse era rimasto in una felicità non minore da un'eternità senza inizio.

Dottrina su trascendenza e creazione nel tempo.
18.
Riguardo poi all'altra loro teoria che neanche con la scienza di Dio può essere rappresentato l'infinito, rimane loro che osino affermare, immergendosi nell'abisso profondo della irreligiosità, che Dio non conosce il tutto del numero. È assolutamente certo che il numero è infinito, perché qualunque sia il numero che si prende come limite, non dico che è possibile aumentarlo di un'unità, ma per quanto sia grande e comprensivo di una indefinita quantità numerica, in base all'idea stessa del numero, non solo si può raddoppiare, ma anche moltiplicare per se stesso. Infatti qualsiasi numero è così determinato dalle sue proprietà che non v'è numero eguale ad un altro. Sono dunque disuguali per quantità e qualità, ognuno è finito, il tutto dei numeri è infinito. Dio dunque non conoscerebbe a causa dell'infinità l'intero dei numeri e la sua scienza arriverebbe fino a una certa quantità numerica e ignorerebbe il resto? Non lo potrebbe dire neanche il più insensato. E costoro non vorranno sottovalutare il numero e affermare che non è oggetto della conoscenza di Dio, perché nella loro tradizione Platone con parole veramente autorevoli presenta Dio che concepisce il mondo mediante i numeri 31. E nella nostra Scrittura si legge che viene detto a Dio: Hai ideato tutte le cose nella misura, nel numero e nel peso 32. E di lui dice il Profeta: Egli fa scorrere la durata nel numero 33; e il nostro Salvatore dice: Tutti i vostri capelli sono stati numerati 34. Non si può dubitare che gli sia noto l'intero dei numeri, perché, come dice un Salmo, la sua intelligenza non si può calcolare col numero 35. Dunque l'infinità del numero, quantunque non si dia calcolo numerico del numero infinito, può essere oggetto di conoscenza unificante per colui, la cui intelligenza non si può calcolare col numero. Pertanto se l'oggetto di una rappresentazione unificante mediante scienza ha finitezza nella rappresentazione del soggetto, certamente ogni infinità in un modo ineffabile a Dio è finita, perché per la sua scienza è oggetto rappresentabile. Dunque se l'infinità del numero non può essere infinita per la scienza di Dio che se la rappresenta come oggetto, che razza di omucci siamo noi che pretendiamo di porre limiti alla sua scienza, dicendo che, se non tornano i medesimi eventi nel tempo attraverso i medesimi cicli, Dio non può o aver prescienza di tutte le cose che ha creato per crearle o scienza dopo averle create? Infatti la sua sapienza molteplice nell'unità e multiforme nella uniformità ha rappresentazione unificante del tutto degli oggetti per noi irrappresentabili con un atto di conoscenza per noi irrappresentabile. Ne consegue che se volesse creare sempre cose nuove e le cose che seguono dissimili dalle precedenti, esse non sarebbero per lui fuori dell'ordinamento e della provvidenza e non le ordinerebbe a partire dal tempo più vicino ma le accoglierebbe in una eterna prescienza.

Vita eterna nelle successioni dei tempi.
19.
Io non oso determinare se Dio agisce in quel modo e se quelli che sono detti secoli dei secoli 36 si avvicendano in un nesso di continuità, sebbene si svolgano diversificandosi con razionale dissomiglianza, e questo soltanto per quelli che sono liberati dalla schiavitù terrena ed esistono nella loro felice immortalità; ovvero se per secoli dei secoli s'intendano le successioni che esistono nella sapienza di Dio con indefettibile stabilità e che sono cause esemplari delle successioni che scorrono nel tempo. Forse si potrebbe dire secolo invece di secoli sicché il secolo del secolo verrebbe a significare soltanto i secoli dei secoli, come il cielo del cielo 37 non significa altro che i cieli dei cieli. Infatti Dio ha chiamato cielo il firmamento sopra il quale vi sono le acque 38 e tuttavia un Salmo dice: E le acque, che sono sopra i cieli, lodino il nome del Signore 39. Quale dei due significati o un terzo eventuale abbia il concetto dei secoli dei secoli è un problema molto profondo e, se per adesso viene rimandato senza risolverlo, non compromette l'argomento che sto trattando, tanto se nell'esaminarlo riuscissi a chiarire qualche nozione, quanto se un'approfondita discussione mi rendesse più cauto. Non oserei infatti in così grande oscurità di concetti affermare qualche cosa pregiudizialmente. Ora sto ribattendo la teoria dei cieli con i quali, come coloro sostengono, tornerebbero necessariamente attraverso periodi di tempo sempre i medesimi eventi. Ora qualunque delle due opinioni sui secoli dei secoli sia vera, non ha riferimento ai cicli suddetti. Infatti tanto se i secoli dei secoli non tornino all'identico ma si svolgano l'uno dall'altro in un ordinato avvicendarsi, rimanendo così assicurata la felicità dei liberati dalla carne senza il ritorno alla schiavitù terrena, quanto se i secoli dei secoli siano eterni e paradigmatici di subalterne successioni nel tempo, i cicli che ricondurrebbero l'identico sono un non senso, tanto più che li rifiuta la vita eterna degli eletti 40.

Dio nell'insipiente teoria ciclare.
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1. Le orecchie dei credenti infatti non sopportano di udire che li attende un simile destino dopo aver trascorso in mezzo a tante sventure la vita, seppure si può considerare vita questa che è piuttosto una morte, e tanto grave, che la morte che da essa ci libera si teme per amore di questa morte. Dunque dopo sì grandi, molteplici e orribili mali, superati nella purificazione mediante la sapienza della vera religione, si giungerebbe alla visione di Dio e così si diventerebbe beati nella contemplazione della luce ideale mediante la partecipazione alla sua immutevole immortalità, obiettivo finale del nostro amore ardente, per poi abbandonarla in base a una fatale necessità. E coloro che l'abbandonano, scagliati fuori da quella immortalità, verità, felicità, sarebbero risommersi nella mortalità terrena, nella avvilente insipienza, nelle esecrabili passioni, in cui si perde Dio, in cui si ha in odio la verità, in cui si cerca la felicità attraverso i piaceri contaminanti. E questo sarebbe avvenuto in passato e avverrebbe in futuro sempre alla stessa maniera incessantemente, a determinati periodi e lunghezze delle durate antecedenti e successive. E tutto questo perché sia possibile a Dio conoscere le sue opere con cicli stabiliti che eternamente vanno e vengono, attraverso la nostra falsa felicità e vera infelicità, sia pure alternate, ma eterne per l'incessante ripetersi. E questo perché Dio non potrebbe cessare dall'agire e perché non potrebbe cogliere con la scienza l'infinito. Chi potrebbe ascoltare simili idee, chi crederle, chi sopportarle? Ed anche se queste palingenesi fossero vere, non solo sarebbe più prudente non parlarne, ma anche più filosofico ignorarle. Esprimo il mio pensiero come posso. Infatti se nell'aldilà non le conserveremo nella memoria e per questo saremo felici, perché qui dalla loro conoscenza viene resa più pesante la nostra infelicità? Se al contrario di là necessariamente le conosceremo, ignoriamole per lo meno di qua, in maniera che sia più felice di qua l'attesa del sommo bene che di là il suo conseguimento, dato che di qua si attende di conseguire la vita eterna, di là si sa che la vita felice ma non eterna a un certo momento si deve perdere.

Il destino dell'uomo.
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2. Ma essi dicono che non si può giungere alla felicità nell'aldilà, se non si conosceranno con la cultura di questo mondo quei cicli, in cui si avvicendano felicità e infelicità. Perché ammettono allora che quanto più si amerà Dio tanto più facilmente si giungerà alla felicità, se poi insegnano queste teorie da cui tale amore è illanguidito?. Chi infatti non amerebbe più fiaccamente e più tiepidamente un essere che sa di dover ineluttabilmente abbandonare e opporsi alla sua verità e sapienza, e questo dopo esser giunto, secondo la propria capacità, alla piena conoscenza di lui nella perfezione della felicità? Non si riesce ad amare fedelmente neanche un amico, se si sa che diventerà nemico. Ma non sono vere quelle palingenesi le quali ci minacciano una vera infelicità che non finirà mai ma che s'interromperà spesso e incessantemente con intervalli di falsa felicità. Non v'è nulla infatti di più falso e ingannevole di una felicità, durante la quale, pur nella immensa luce della verità, ignoriamo, ovvero, pur nel più alto grado della felicità, temiamo di tornare ad essere infelici. Se infatti di là ignoreremo la futura disgrazia, ha maggior conoscenza di qua la nostra infelicità, perché conosciamo la futura felicità. Se poi di là non ci sarà nascosta la sventura imminente, trascorre più serenamente il tempo l'anima afflitta perché, quando esso sarà passato, sarà elevata alla felicità, che l'anima felice perché, trascorso il periodo, dovrà tornare all'afflizione. In tal modo l'attesa della nostra infelicità sarebbe felice e l'attesa della nostra felicità infelice. Ne consegue che sopportando di qua i mali presenti e temendo di là i futuri, siamo destinati ad essere sempre infelici, anziché una volta felici.

Novità contro il ritorno dell'identico.
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3. Ma queste teorie sono false. Lo proclama la pietà, lo dimostra la verità. A noi infatti è veracemente promessa quella vera felicità che implica la tranquillità che sempre si deve conservare e mai interrompere. Seguendo dunque la via dritta, che per noi è Cristo 41, con la sua guida che è salvezza, volgiamo il razionale cammino della fede lontano dai futili e insignificanti giri ciclici dei miscredenti. Il platonico Porfirio non volle seguire l'opinione della sua scuola su questi cicli e sulle andate e ritorni delle anime, alternatisi senza fine, sia per reazione all'insignificanza della teoria, sia in ossequio alla cultura cristiana. Preferì sostenere, come ho già detto nel libro decimo 42, che l'anima è stata mandata nel mondo per conoscere il male, affinché liberatasene con la catarsi, una volta tornata al Padre, non torni a subirlo. A più forte ragione noi dobbiamo biasimare ed evitare questo errore contrario alla fede cristiana. Considerate dunque vuote di senso queste palingenesi, nulla ci costringe a pensare che il genere umano non ha un inizio nel tempo da cui è cominciato ad esistere, mentre, secondo questa teoria, nella realtà in base a non saprei quali cicli non ci dovrebbe esser nulla di nuovo che non si sia avuto prima e non si avrà dopo attraverso determinati intervalli. Se infatti l'anima viene liberata per non tornare alla schiavitù, in una forma in cui prima non era stata liberata, avviene in lei qualcosa di nuovo che prima non era mai avvenuto, e questo avvenimento sublime è una felicità eterna che non verrà mai meno. E se nell'essere immortale avviene una novità tanto grande, non ricondotta nel passato e non riconducibile in futuro da alcun ciclo, perché si sostiene che nelle cose mortali ciò non può avvenire? Affermano che non avviene nell'anima il fatto nuovo della felicità perché torna a quella in cui è sempre vissuta. Al contrario la liberazione stessa diviene un fatto nuovo perché l'anima si libera dalla infelicità in cui mai è vissuta e in lei si ha anche il fatto nuovo della infelicità che mai si era avuto. Se poi questa novità non rientra nell'ordinamento delle cose, dirette al fine dalla divina provvidenza, ma avviene fatalmente, dove sono andati a finire quei cicli determinati nel periodo, nei quali non si verificherebbero eventi nuovi ma tornerebbero sempre i medesimi che furono? Se poi questa novità non esula dall'ordinamento della provvidenza, tanto nell'ipotesi della immediata creazione come in quella della caduta, è possibile che avvengano eventi nuovi i quali prima non avvennero e tuttavia non sono estranei all'ordinamento della realtà. È stato possibile per l'anima procacciarsi per impreveggenza una infelicità nuova, che tuttavia non era imprevista per la divina provvidenza, tanto che l'ha inclusa nell'ordinamento della realtà e ne ha liberato l'anima con disegno provvidenziale. Con quale sfrontata leggerezza umana si osa affermare dunque che è impossibile per la divinità creare cose nuove non per sé ma per il mondo, che prima non ha creato e che mai ha tenuto fuori del disegno provvidenziale? Se poi affermano che le anime liberate dalla carne non torneranno più all'infelicità, ma che con questo evento non avviene nulla di nuovo perché sempre anime diverse le une dalle altre sono state liberate, sono liberate e saranno liberate, per lo meno concedono, se questo è il loro pensiero, che nuove anime sono create, per le quali vi sono una nuova infelicità e una nuova liberazione. Se dicono infatti che sono anteriori al tempo e che sono sempre esistite per l'addietro, inoltre che da esse continuamente sono formati nuovi uomini e che, se costoro vivranno nella sapienza, saranno liberati dai loro corpi in maniera da non essere più ricondotti alla schiavitù terrena, vengono necessariamente a sostenere che le anime sono infinite. Infatti per quanto esteso fosse un numero finito di anime, non basterebbe nelle infinite durate anteriori perché da esso derivassero sempre uomini nuovi, nell'ipotesi che le anime, una volta liberate dalla soggezione alla morte, non vi sarebbero mai più tornate in seguito. Quindi non potranno spiegare come sia infinito il numero delle anime nella realtà che, a sentir loro, per essere nota a Dio, deve essere finita.

Inizio e aumento contro l'identico.
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4. Dunque quelle palingenesi sono state dimostrate assurde, perché con esse si sostiene che l'anima necessariamente tornerà alle medesime sventure. Quindi la cosa più conveniente che rimane per la pietà è credere che è compossibile a Dio produrre esseri mai prodotti prima e, data la ineffabile prescienza, non porre il proprio volere nel divenire. Riguardo al problema se il numero delle anime liberate e destinate a non tornare alla schiavitù terrena possa sempre aumentare, se la vedano quei tali che fanno discorsi tanto profondi sulla limitazione dell'infinità delle cose. Io per me chiudo questo mio discorso con un dilemma. Nell'ipotesi che l'aumento sia possibile, perché negare che poté esser creato ciò che non era mai stato creato, se il numero delle anime redente, che anteriormente non si era avuto, non si verifica soltanto una volta ma non cessa mai di crescere? Se al contrario è necessariamente stabilito che si dia un determinato numero delle anime liberate destinate a non tornar mai più nell'infelicità e che questo numero non venga accresciuto ulteriormente, anche esso indubbiamente, qualunque sia, prima certamente non si aveva. Difatti senza un inizio non poteva esser accresciuto e giungere alla dimensione della sua grandezza. E tale inizio in questi termini prima non si ebbe. E affinché esso si desse, è stato creato un uomo, prima del quale non ce n'era stato un altro.

Motivi provvidenziali della monogenesi.
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Dopo aver esaminato, come ho potuto, il problema molto difficile a causa dell'eternità di Dio che crea cose nuove senza alcuna novità del suo volere, non è difficile capire che è stato molto meglio quanto di fatto avvenne e cioè che Dio moltiplicasse il genere umano da un solo individuo, creato per primo, anziché derivarlo da più individui. Infatti sebbene abbia stabilito che alcuni animali vivano solitari e per così dire solivaghi, cioè che preferiscono viver da soli, come le aquile e gli sparvieri, i leoni e i lupi e simili, ed altri uniti da un istinto gregario che preferiscono vivere a stormi o nel branco, come i colombi e gli storni, i cervi, le gazzelle e simili, tuttavia non li ha fatti derivare da un solo individuo ma ha comandato che più individui contemporaneamente venissero all'esistenza. Ha invece creato un solo individuo uomo, perché ne aveva ideata la natura come qualche cosa di mezzo fra gli angeli e le bestie. Quindi se rimanendo soggetto al Creatore come a vero Signore avesse osservato con religiosa obbedienza il suo comando, sarebbe passato nel consorzio degli angeli e avrebbe conseguito senza passare per la morte una felice immortalità senza fine. Se al contrario usando la volontà libera con atti di superba ribellione avesse offeso Dio suo Signore, divenuto soggetto alla morte e schiavo delle passioni, sarebbe vissuto da bestia e destinato dopo la morte a una pena eterna. Ma l'uomo non doveva vivere da solo fuori dell'umana società, che anzi proprio in quel modo gli venivano inculcati l'unità dell'umana società e il vincolo della concordia, se gli uomini si sentivano avvinti non solo dalla somiglianza della natura ma anche dal sentimento della comune origine. Infatti non volle neanche creare la femmina da unirsi all'uomo come creò lui ma da lui la estrasse in modo che il genere umano si propagasse da un solo individuo in senso assoluto.

Confronto fra genesi umana e belluina.
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Dio non ignorava che l'uomo avrebbe peccato e che soggetto alla morte avrebbe propagato individui destinati a morire e che i mortali sarebbero giunti al punto estremo nella disumanità del peccare. Al contrario le bestie di ogni singola specie che cominciarono a esistere germinando in più dall'acqua e dalla terra, sebbene prive di razionale volontà, sarebbero vissute fra di loro con più tranquilla sicurezza degli uomini, sebbene la specie di questi ultimi si è propagata, ad inculcare la concordia, da un solo individuo. Infatti neanche i leoni e i rettili si combattono fra di sé come fanno gli uomini. Ma Dio prevedeva anche di chiamare in adozione con la sua grazia un popolo di fedeli e, giustificatolo nello Spirito Santo con la remissione dei peccati, di farlo partecipe della società degli angeli santi nella pace eterna, dopo aver eliminato l'ultima nemica, la morte 43. E a questo popolo avrebbe giovato la considerazione del fatto che da un solo individuo Dio ha dato origine al genere umano per inculcare agli uomini quanto gli è gradita l'unità dei molti.

Provvidenza nella creazione dell'uomo.
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Dio fece dunque l'uomo a sua immagine 44. Infatti egli ha creato l'anima con tali doti per cui mediante l'intelligenza capace di pensiero fosse superiore a tutti gli animali della terra, dell'acqua e dell'aria, privi di una mente simile. Prima dalla polvere della terrenità formò l'uomo e poi alitando infuse l'anima intelligente 45, sia che l'avesse creata prima o piuttosto nell'atto di alitare e volle che fosse anima umana quell'alito che produsse alitando, giacché alitare significa produrre un alito. E poi gli produsse, operando da Dio, con un osso levato dal suo fianco, la moglie come comparte per la generazione 46. Questi fatti non si devono giudicare in base all'esperienza sensibile, come di solito avviene nell'osservare gli artigiani che da una materia terrena con le membra del corpo producono l'oggetto competente all'esercizio dell'arte. La mano di Dio è la potenza di Dio che produce immaterialmente anche le cose materiali. Ma coloro che dai dati dell'esperienza immediata misurano la potenza e la sapienza di Dio, con cui sa e può anche senza i semi produrre i semi, ritengono questi fatti favolosi e non veri. Inoltre giacché non possono conoscere le istituzioni avutesi in origine, se le rappresentano da una falsa prospettiva, come se le leggi stesse della genetica, che essi conoscono, non sembrassero più incredibili, qualora venissero esposte a persone che non le conoscono. Eppure parecchi di essi le attribuiscono più a cause fisiche che all'intervento della mente divina.

L'atto creativo è soltanto di Dio.
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Ma non mi posso occupare in questo libro di coloro i quali non credono che la mente divina produca ed ordini queste leggi. Quelli della scuola di Platone credono che tutti i viventi mortali sono stati prodotti non dal Dio sommo, che ha creato il mondo, ma per sua permissione o comando da altri dèi inferiori 47, che egli ha creato e che l'uomo occuperebbe fra i viventi un posto eminente e di origine comune con gli dèi stessi. Se i platonici si libereranno dalla superstizione, in base alla quale tentano di giustificare feste e riti sacri in onore degli dèi come a loro creatori, si libereranno anche da questa erronea dottrina. Non è lecito credere e dire, anche prima che se ne possa avere conoscenza razionale, che ci sia, oltre Dio, altro creatore di qualsiasi essere per quanto piccolo e mortale. Gli angeli, che essi preferibilmente chiamano dèi, anche se applicano per comando o permissione la loro azione ai fenomeni del mondo, non sono considerati da noi creatori dei viventi, come delle biade e delle piante gli agricoltori.

Atto creativo e provvidenza nel mondo.
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Altra è la forma esterna che si applica all'esterno alle varie strutture dei corpi, come fanno i vasai e gli artigiani e operatori simili, che dipingono anche o foggiano raffigurazioni di animali; ed altra è la forma che all'interno contiene le cause efficienti per un segreto e occulto ordinamento di un essere vivente e intelligente, il quale non solo crea, perché non è creato, la forma fisica dei corpi ma anche l'anima dei viventi. La prima forma va attribuita a vari operatori, la seconda ad un solo operatore Dio, datore dell'essere e dell'esistenza, che senza alcun intervento del mondo e degli angeli ha creato il mondo e gli angeli. Mediante un potere divino e, per così dire, produttivo, che non conosce l'esser fatto ma il fare, hanno ricevuto la forma, nell'atto che era creato il mondo, la orbicolarità del cielo e quella del sole. E col medesimo potere divino e produttivo, che non conosce l'esser fatto ma il fare, ha ricevuto la forma la orbicolarità dell'occhio e quella del pomo e le altre figure fisiche che, come possiamo osservare nei vari fenomeni naturali, non sono applicate dall'esterno ma dalla potenza intimamente penetrante del Creatore. Egli ha detto appunto: Io riempio il cielo e la terra 48, ed è sua la sapienza che giunge da un termine all'altro con forza e dispone tutte le cose con dolcezza 49. Non so quale cooperazione gli angeli creati per primi abbiano offerto al Creatore che creava il resto e non oso loro attribuire un compito impossibile e non devo loro limitare un compito possibile. Tuttavia per quanto riguarda la produzione iniziale degli esseri, con cui avviene che esistono in quanto esseri, l'attribuisco soltanto a Dio, col plauso anche degli angeli, perché anche essi riconobbero con gratitudine di dovere a lui il proprio essere. Noi dunque non consideriamo creatori dei vari frutti gli agricoltori perché troviamo scritto: Né chi pianta né chi irriga è qualche cosa ma Dio che fa crescere 50. Né possiamo considerare tale la terra, sebbene ci appaia come la madre feconda di tutti gli esseri che fa nascere dai semi e nutre attraverso le radici, perché troviamo scritto egualmente: Dio dà un corpo al seme secondo un suo disegno e ad ogni seme un proprio corpo 51. Così non dobbiamo considerare creatrice del suo feto la femmina ma piuttosto colui che ha detto a un suo servo: Ti conosco prima che ti formassi in un grembo 52. E sebbene l'anima impressionata, in un senso o nell'altro, della pregnante possa quasi provvedere il feto di alcuni caratteri, come fece Giacobbe con i ramoscelli variamente striati per far nascere bestie diverse nel colore 53, tuttavia la madre non ha prodotto l'essere che viene generato come non ha prodotto se stessa. Dunque qualunque siano le cause fisiche o seminali che si applicano alla produzione dei fenomeni, tanto se essi sono operazioni di angeli, di uomini o di altri viventi, quanto se sono le unioni di maschi e femmine, qualunque siano inoltre i desideri e i sentimenti della madre che valgano a imprimere fattezze o colori nei feti teneri e impressionabili, soltanto Dio sommo crea gli esseri stessi che assumeranno l'una o l'altra determinazione nel proprio genere. Il suo potere non fenomenico, penetrando tutte le cose con una presenza metempirica, fa che esista tutto ciò che in qualunque modo esiste in quanto esiste. Se egli non lo producesse, non solo non sarebbe questo o quell'altro essere, ma non potrebbe affatto esistere. Il fatto che gli artigiani impongono la forma agli oggetti sensibili non significa che sono stati gli artigiani e gli architetti a fondare Roma e Alessandria, ma i re per cui volontà, decisione e comando sono state costruite, e cioè Romolo e Alessandro. A più forte ragione dunque soltanto Dio dobbiamo considerare Creatore degli esseri, perché egli non li produce da una materia che non abbia creato egli stesso e non impiega cooperatori che egli non abbia creato e se sottrae alle cose il suo potere, per dire così, produttivo, non esisteranno più come non esistevano prima che fossero prodotte. Intendo il "prima" secondo eternità e non secondo tempo. Ed è Creatore del tempo soltanto colui che creò le cose, dal cui divenire si svolse il tempo.

I Platonici sul mondo perfetto.
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Platone dunque insegnò che gli dèi creati dal Dio sommo sono produttori degli altri viventi, così che hanno da lui la parte immortale ed essi assestano la parte mortale. Insegnò quindi che non sono creatori della nostra anima ma del corpo 54. Ora Porfirio in vista della purificazione dell'anima afferma che il corpo si deve assolutamente fuggire e, assieme al suo maestro Platone e agli altri platonici, ritiene che coloro che conducono una vita immorale per scontare la pena tornano in corpi mortali, anche di bestie secondo Platone, soltanto di uomini secondo Porfirio 55. Ne consegue che gli dèi i quali, secondo la loro teoria, si devono onorare come datori della nostra vita e del nostro essere, non sono altro che fabbricatori dei nostri ceppi e prigioni, non esseri che ci hanno dato l'esistenza ma che ci hanno chiuso in carceri pieni d'affanni e ci hanno legato con catene molto pesanti. Quindi i platonici o la smettano di minacciare le pene mediante i corpi oppure non vengano a inculcarci che dobbiamo adorare quegli dèi, giacché esortano a fuggire e liberarci, per quanto ci è possibile, dalla loro opera in noi. Tuttavia l'una e l'altra affermazione è assolutamente falsa. Infatti le anime non scontano la pena con l'essere ricondotte alla vita terrena e l'unico Creatore di tutti i viventi in cielo e in terra è colui dal quale cielo e terra sono stati creati. Se non esiste altra ragione del vivere in questo corpo che scontare la pena, perché proprio Platone afferma che non poteva esserci mondo più bello e perfetto se non aveva la pienezza dei generi di tutti i viventi, cioè mortali e immortali? 56. Se poi il nostro avere l'esistenza, sia pure come mortali, è un dono divino, perché sarebbe pena ritornare al corpo, cioè a un oggetto della munificenza divina? E se Dio (e questo è un motivo ricorrente in Platone 57) conteneva nell'eterna intelligenza non solo le forme dell'universo ma anche quelle di tutti i viventi, perché egli stesso non ha creato tutte le cose? Oppure non volle essere l'ideatore di alcuni esseri, sebbene la sua mente ineffabile e ineffabilmente lodevole avesse l'idea per crearli? 58.

Motivi sociali nella monogenesi.
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1. Giustamente quindi la vera religione lo riconosce e afferma Creatore non solo dell'universo ma di tutti i viventi, cioè delle anime e dei corpi. Fra le creature, in un grado superiore, è stato creato da lui a sua immagine l'uomo, uno solo, per la ragione che ho detto, salvo che me ne sfugga una maggiore, un solo uomo ma non destinato a essere solo. La razza umana è appunto la più incline alla discordia per passione e la più socievole per natura. E la natura umana non potrebbe addurre qualche cosa di più vantaggioso contro la passione della discordia, per evitarla se non esiste, per guarirla se già esistesse, che il ricordo del progenitore. Dio ha voluto appunto crearne uno solo per propagare la razza 59 affinché con questo monito si mantenesse il vincolo della concordia fra i molti. Il fatto poi che la femmina è stata fatta esistere per lui dal suo stesso fianco sta ad indicare quanto salda deve essere l'unione di marito e moglie. Queste opere di Dio sono fuori della norma perché sono all'origine. E coloro che non credono a questi fatti dovrebbero ammettere anche che non sono mai avvenuti interventi straordinari perché, se fossero avvenuti secondo il corso normale della natura, neanche essi sarebbero considerati eventi straordinari. Nulla sotto l'ordinamento sublime della divina provvidenza si verifica irrazionalmente, anche se la ragione è nascosta. Ha detto un Salmo: Venite e vedete le opere del Signore che ha fatto avvenire come eventi straordinari sopra la terra 60. Si dirà in altro luogo con l'aiuto di Dio perché la femmina è stata creata dal fianco dell'uomo e che cosa questo primo evento straordinario prefigurò per analogia.

Creazione dell'uomo proemio alle due città.
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2. Ora poiché questo libro è alla fine, dobbiamo ritenere che, mediante l'uomo creato in principio, nel genere umano avevano avuto origine le due città, non ancora nell'esperienza storica ma nella prescienza divina. Da lui infatti sarebbero sorti uomini, alcuni per un giudizio occulto ma giusto di Dio, da associarsi nella pena con gli angeli ribelli, altri nel premio con gli angeli buoni. È stato scritto infatti: Tutte le vie del Signore sono bontà e verità 61. Quindi non può essere ingiusta la sua grazia né crudele la sua giustizia.