CAPITOLO TERZO

NOBILTÀ E FIEREZZA DI CARATTERE

Nessuno pensi che questa delicata e generosa bontà fosse disgiunta da fermezza di carattere. Insieme con l'affettuosa amicizia v'era in Agostino qualcosa che ricordava sua madre, la donna forte capace di un gesto subitaneo di sdegno 1, come d'una decisione ardita 2 o dolorosa 3. Così il figlio: buono, cordiale, facile a commuoversi, ma insieme sdegnoso contro l'iniquità e, quando l'occasione lo richiedeva, irremovibile nei suoi propositi.

Nel 413 il comes Massimo, capo dell'esercito vincitore, per far piacere ai donatisti fa uccidere, dopo averne assicurato l'incolumità, il tribuno Marcellino, uomo di grande virtù e di grande meriti, legato ad Agostino da intima amicizia; e minacciava ulteriori vendette. Il panico si diffuse tra i fedeli. Agostino si trovava allora a Cartagine e fu testimone dei fatti. Affranto per l'uccisione dell'amico innocente, non poté sostenere senza ribellione il pensiero di incontrarsi con l'autore dell'assassinio: trattarlo come si meritava, perché si ravvedesse dei delitti commessi, poteva essere pericoloso per gli altri; supplicarlo umilmente perché non commettesse altri delitti, era insopportabile per sé. Per non trovarsi in questa difficile situazione, nel caso che gli avessero chiesto d'incontrarlo, lasciò nascostamente Cartagine e tornò ad Ippona ("Confesso di essermi allontanato perché non avrei potuto sopportare una simile iattura con la dovuta costanza d'animo ") commiserando in cuor suo il vecchio Aurelio, il quale, come si diceva, avrebbe dovuto recarsi, per ragioni d'ufficio, dal potente iniquo e tentare con l'umiltà di ammansirlo. Di certo, pensava Agostino partendo, i fedeli son ben difesi dalle ire del tiranno, oltre che dalla vigilanza del proprio vescovo, dalle mura della chiesa in cui si sono raccolti 4.

Abbiamo detto sopra del suo rigore nella formazione del clero. Val la pena di aggiungere qualche particolare. Fondando il " monastero dei chierici " nell'episcopio, aveva pensato di non ammettere agli ordini sacri se non coloro che avessero accettato la perfetta vita comune, in modo da essere autorizzato a cancellare dal numero dei chierici quelli che fossero venuti meno a questo proposito. Pare che l'idea trovasse buona accoglienza. A coloro che non volevano accettarla non mancò l'approvazione e l'appoggio di alcuni vescovi. Agostino, poi, si convinse che quel metodo avrebbe potuto favorire la simulazione e l'ipocrisia. Cambiò parere: lasciò ai chierici piena libertà; aggiunse però, per quelli che avevano scelto liberamente la vita comune, questo severo ammonimento: "Chiunque vivrà in mezzo a noi con ipocrisia, chiunque sarà trovato ad avere alcunché di proprio, non gli permetto di fare testamento, ma lo cancellerò dal novero dei chierici. Interpelli contro di me mille Concili, navighi contro di me dovunque voglia, se ne stia pure dove potrà: Iddio mi aiuterà a far sì che dove io sono vescovo egli non possa esser chierico " 5. L'accenno velato a Roma rafforza la straordinaria energia di queste parole e ci svela di che tempra fosse chi le pronunziò nella chiesa cattedrale, davanti al suo popolo.

Né minore energia mostrò nel caso del prete Abbondanzio che privò, per la sua leggera condotta, della cura d'anime. Anche qui v'è l'accenno ad un concilio contro il quale rivendica la sua libertà d'azione. Nel Concilio di Cartagine del 349 (della stessa questione s'era occupato, poi, il Concilio del 401) era stato stabilito che la causa di un sacerdote non passasse in giudicato se non dopo la sentenza di sei vescovi. Agostino non se ne dà per inteso, e al Primate di Numidia, cui annuncia la decisione presa, scrive: " Se i giudici ecclesiastici giudicheranno diversamente... gli affidi pure chi vuol una chiesa sottoposta alle sue cure; io, per me, temo di affidare a certi sacerdoti una porzione qualsiasi del mio gregge " 6. E il povero Abbondanzio se ne tornò " nel territorio di Bolla ", donde era venuto, " senza alcuna funzione sacerdotale " 7.

Nel refettorio comune dell'episcopio, dove durante i pasti amava ascoltare la lettura e tenere utili conversazioni, aveva fatto scrivere contro la maldicenza questi versi: " Chi degli assenti mormorar si pensa - non è degno sedere a questa mensa ". Un giorno alcuni colleghi dell'episcopato suoi intimi amici, dimenticandosi di quella scritta, incominciarono a scivolare verso la maldicenza. Il santo, dimenticando da parte sua che quei commensali erano vescovi ed erano suoi amici, li riprese così aspramente da dichiarare tutto eccitato che o dovevano cancellare dal refettorio quei versi o che egli si sarebbe alzato a mezzo il pasto per ritirarsi nella sua stanza. " Di questo fatto - scrive Possidio - fui testimone io, come pure altri che erano a tavola con noi in quell'occasione " 8.

Per non citare altri esempi, diremo che il carattere di Agostino brilla di chiara luce tra le calunnie che i donatisti spargevano sul suo conto. Tra esse ve ne erano alcune gravemente infamanti. Agostino lasciò dire, e neppure se ne turbò quando le calunnie giunsero all'orecchio e trovarono adito, per qualche tempo, nell'animo del primate della Numidia. Ai fedeli che se preoccupavano diceva con sublime serenità e sapienza: " Mettete subito da parte ciò che riguarda la nostra persona. A chi ci calunnia non rispondete se non questo: fratelli, state alla questione. Agostino è vescovo della Chiesa cattolica, porta il suo peso e renderà ragione a Dio della sua vita. Io lo conosco per uomo dabbene. Se fosse cattivo, è affar suo; ma, anche se buono, non in lui ripongo la mia speranza. Nella Chiesa cattolica ho imparato innanzi tutto a non riporre la mia speranza negli uomini... Non prendete - continua il santo dottore - le nostre difese contro di loro. Qualunque cosa dicano di noi, lasciate correre, perché non vi accada di affaticarvi nel difendere la causa nostra e abbandoniate la vostra che è la causa della Chiesa " 9.