LA GRAZIA DI CRISTO E IL PECCATO ORIGINALE

Libro secondo

IL PECCATO ORIGINALE

I pelagiani negano l'esistenza del peccato originale nei bambini.

1. 1. State ora ben attenti a quanta cautela dovete mettere nell'ascoltare, a proposito del battesimo dei bambini, questi tali. Da una parte essi non osano negare apertamente alle creature di quell'età il lavacro della rigenerazione e della remissione dei peccati, perché ciò non sia insopportabile alle orecchie cristiane, e dall'altra parte persistono nel sostenere e difendere la propria opinione che il peccato del primo uomo non coinvolge nella colpa la generazione carnale, sebbene concedano il battesimo ai bambini apparentemente in remissione dei peccati. Tant'è vero che voi stessi avete scritto d'aver udito da Pelagio, che era presente e leggeva per voi dal libello della sua professione di fede, mandato da lui, come asseriva, anche a Roma, questa dichiarazione: " I bambini si devono battezzare con le medesime parole del rito sacramentale con le quali si battezzano anche i grandi " 1. Chi dopo tale dichiarazione penserebbe di dover muovere ad essi una qualche questione su questo argomento? Oppure, se lo facesse, a chi non sembrerebbe calunniosissimo, qualora non si leggessero i loro testi espliciti, dove negano che i bambini contraggono il peccato originale e sostengono che sono nati tutti senza nessun vizio?

Più esplicito nell'errore è stato Celestio.

2. 2. E certamente in questo errore Celestio fu più libero di Pelagio, fino al punto che nemmeno nel giudizio episcopale di Cartagine volle condannare coloro che dicono: " Il peccato di Adamo danneggiò lui soltanto e non il genere umano, e i bambini al momento di nascere sono nel medesimo stato in cui era Adamo prima della prevaricazione " 2. E nella città di Roma l'asserì ancora più esplicitamente nel suo libello che diede al beatissimo papa Zosimo: " Il peccato originale non ghermisce nessun bambino ". È dagli Atti ecclesiastici di Cartagine che abbiamo trascritto le seguenti sue parole.

Un estratto del processo di Cartagine contro Celestio.

3. 3. " Il vescovo Aurelio ordinò: - Si legga il seguito -. E fu letto che il peccato di Adamo danneggiò lui soltanto e non il genere umano. E dopo che fu letto, Celestio dichiarò: - Ho detto che mi sento in dubbio sulla trasmissione del peccato. Sono però disposto a credere a chi abbia ricevuto da Dio il dono della scienza. Mi sento in dubbio, perché ho udito pareri diversi da coloro che pur sono stati costituiti presbiteri della Chiesa cattolica -. Il diacono Paolino chiese: - Dicci i nomi di costoro -. Celestio rispose: - Il santo presbitero Rufino, che a Roma viveva con santo Pammachio. Io lo udii dire che non esiste la trasmissione del peccato -. Il diacono Paolino domandò: - C'è qualche altro? - Celestio rispose: - Ne ho sentiti molti -. Il diacono Paolino insistè: - Dicci i loro nomi - Celestio rispose: - Non ti basta un sacerdote? - ". In un altro passo poco più oltre: " Il vescovo Aurelio ordinò: - Si legga il resto del libro -. E si lesse che i bambini al momento di nascere sono in quello stato in cui era Adamo prima della trasgressione... " fino alla fine del libello più piccolo inserito più sopra.

4. 3. " Il vescovo Aurelio domandò: - Celestio, hai insegnato mai, come ha detto il diacono Paolino, che i bambini al momento di nascere sono in quello stato in cui era Adamo prima della trasgressione? -. Celestio rispose: - Spieghi che cosa ha inteso dicendo: Prima della trasgressione -. Il diacono Paolino replicò: - Tu, nega d'averlo insegnato. Una delle due: o costui neghi d'averlo insegnato o lo condanni -. Celestio disse: - Ho già chiesto che spieghi in che senso ha detto: Prima della trasgressione -. Il diacono Paolino insisteva: - Nega d'averlo insegnato -. Disse il vescovo Aurelio: - Vi prego, dico io quello che ho raccolto dall'obiezione di Paolino: di Adamo, collocato nel paradiso, prima si dice che era stato fatto immortale e dopo per la trasgressione del precetto si dice che divenne corruttibile. È questo che dici, fratello Paolino? -. Il diacono Paolino annuì: - Questo, signore -. Il vescovo Aurelio spiegò: Ecco, questo vuol sentire il diacono Paolino: se lo stato dei bambini ancora da battezzare sia certamente oggi tale e quale fu lo stato di Adamo prima della trasgressione, oppure se lo stato del bambino dalla medesima origine peccaminosa dalla quale nasce tragga la colpa della trasgressione -. Il diacono Paolino chiese: - Costui l'ha insegnato o nega d'averlo insegnato? - Celestio rispose: - Quanto alla trasmissione del peccato ho già detto che fra i membri della Cattolica ho udito molti negarla e altri ammetterla: sebbene questo sia un problema aperto alla discussione e non un'eresia. Riguardo ai bambini ho sempre detto che hanno bisogno del battesimo e devono essere battezzati: che altro vuole Paolino? - ".

La posizione di Celestio.

4. 4. Ben vi accorgete che Celestio concesse il battesimo per i bambini, ma in modo da non voler ammettere il passaggio in essi del peccato del primo uomo, che si lava con il lavacro della rigenerazione, sebbene non abbia avuto l'ardire nemmeno di negarlo, e per questa sua perplessità non condannò coloro che dicono: " Il peccato di Adamo danneggiò lui soltanto e non il genere umano, e i bambini al momento di nascere sono in quello stato in cui era Adamo prima della prevaricazione " 3.

Un'altra dichiarazione di Celestio.

5. 5. Nel libello però che Celestio rese pubblico a Roma e fu allegato agli Atti ecclesiastici del processo ivi celebrato parla dello stesso argomento in tal modo da mostrare di credere in ciò di cui a Cartagine aveva detto di dubitare. Le sue parole infatti sono le seguenti: " Confessiamo che i bambini si devono battezzare in remissione dei peccati secondo la regola della Chiesa universale e la dottrina del Vangelo, perché il Signore ha stabilito che il regno dei cieli possa esser conferito esclusivamente ai battezzati 4. E poiché le forze della natura non lo possono conferire, è necessario che sia conferito mediante la libertà della grazia " 5. Se in seguito non dicesse nient'altro su questo argomento, chi non crederebbe che egli, dicendo che i bambini si devono battezzare in remissione dei peccati, confessi che anche ai bambini sono rimessi nel battesimo i peccati originali? Cosi si comprende anche ciò che, secondo quanto avete scritto, vi ha risposto Pelagio: " I bambini si battezzano con le stesse parole del rito sacramentale con le quali si battezzano anche i grandi " 6 e per cui vi siete rallegrati d'aver ascoltato ciò che desideravate, anche se avete preferito consultarci ancora sulle parole di Pelagio.

Celestio sostiene senza paura e senza vergogna gli stessi errori che Pelagio nasconde per paura o per vergogna.

6. 6. State dunque attenti a ciò che Celestio ha detto con tanta chiarezza e ci vedrete dentro che cosa Pelagio vi abbia tenuto chiuso. Celestio infatti continua e dice: " Che i bambini si devono battezzare in remissione dei peccati non l'abbiamo detto per dare l'impressione che noi si voglia confermare il peccato per trasmissione: è questa un'idea molto lontana dal sentire cattolico. Perché, il peccato non nasce con l'uomo, ma è l'uomo che poi lo fa, essendo certo che non è una mancanza della natura, ma una mancanza della volontà. È perciò conveniente affermare la prima verità, perché non sembri che noi introduciamo diverse forme di battesimo, ed è necessario difendere l'altra verità, perché, prendendo a pretesto il sacramento del battesimo, non si dica ad ingiuria del Creatore che il male del peccato, prima che sia fatto dall'uomo, s'infligge all'uomo per natura " 7. Questo è il senso che Pelagio ebbe o timore o rossore di aprire a voi, senso che il suo discepolo Celestio non ebbe né timore né rossore di professare pubblicamente senza risvolti di nessuna oscurità davanti alla Sede Apostolica.

La tattica benevola del Papa nei riguardi di Celestio.

6. 7. Ma il vescovo della suddetta Sede, molto misericordioso, quando vide Celestio trasportato, quasi fosse impazzito, da tanta presunzione verso il precipizio, preferì legarlo un poco alla volta con interrogazioni e risposte, perché tornasse indietro, se era possibile, piuttosto che con l'emanazione di una rigorosa sentenza spingerlo in quell'abisso verso il quale lo vedeva propendere ormai. La ragione per cui non ho detto: C'era già caduto, ma che vi si vedeva ormai propendere, è che precedentemente nel suo medesimo libello sul punto di parlare di tali questioni aveva dichiarato: " Se per caso, da uomini che siamo, ci fosse sfuggito qualche errore, sia corretto dalla vostra sentenza" 8.

La sentenza del Papa nei riguardi di Celestio.

7. 8. Tenendo conto di questo suo preambolo, il venerabile papa Zosimo si adoperò perché quell'uomo, gonfiato dal vento d'una falsa scienza, condannasse le affermazioni che gli aveva contestate il diacono Paolino e prestasse il suo assenso alla lettera della Sede Apostolica scritta dal suo predecessore di santa memoria 9. Ma Celestio da una parte non volle condannare le affermazioni di cui lo accusava il diacono Paolino, e dall'altra parte non osò opporsi alla lettera del beato papa Innocenzo 10, anzi promise che avrebbe condannato tutti gli errori che condannasse quella Sede 11. Così, benché a quella specie di furia, perché si calmasse, fosse riservato un trattamento d'indulgenza, non si credette di doverlo ancora assolvere dal vincolo della scomunica. Ma con sentenza di una certa moderazione medicinale gli fu concesso lo spazio di ricredersi nel periodo di due mesi, finché giungesse una risposta dall'Africa 12. Perché, sarebbe veramente guarito, se, deposta la vanità dell'ostinazione, avesse voluto tener conto di quanto aveva promesso e avesse letto diligentemente la medesima lettera alla quale aveva risposto che si sarebbe attenuto. Ma sui motivi che hanno spinto, dopo che arrivò la risposta del Concilio dei vescovi africani, a pronunziare contro Celestio una giustissima sentenza di condanna, leggete tutti i relativi documenti, perché ve li abbiamo trasmessi tutti.

La condanna di Celestio vale anche per Pelagio.

8. 9. Pertanto anche Pelagio, se riflette senza inganno su se stesso e sui propri scritti, non dice il giusto quando dice che non doveva sentirsi personalmente colpito dalla medesima sentenza di condanna. Egli infatti ingannò il tribunale palestinese e per questo sembra che da esso sia stato scagionato. Ma non ha potuto ingannare in nessun modo la Chiesa di Roma, dove sapete che godeva di grande notorietà, sebbene abbia tentato anche questo in tutti i modi; ma, come ho detto, non ci è riuscito minimamente. Il beatissimo papa Zosimo infatti si è rammentato del giudizio che il suo predecessore, degno d'essere imitato, aveva dato di quegli Atti. Ha tenuto conto anche di come giudicasse Pelagio la fede, encomiabile nel Signore, dei romani, che vedeva concordemente fervorosi a lavorare per la difesa della verità cattolica 13 contro l'errore di Pelagio: erano persone in mezzo alle quali Pelagio aveva vissuto a lungo e alle quali non potevano sfuggire i suoi dogmi, persone che sapevano così bene che Celestio era suo discepolo da poterne rendere testimonianza fedelissima e fermissima. Quale dunque sia stato il giudizio del santo papa Innocenzo sugli Atti del Sinodo palestinese, dal quale Pelagio si vanta d'essere stato assolto, voi lo potreste leggere anche nella lettera con la quale Innocenzo rispose a noi e lo trovereste altresì ricordato nella risposta del Sinodo africano al venerabile papa Zosimo, che abbiamo mandata alla carità vostra insieme a tutti gli altri documenti. Ci sembra tuttavia opportuno che non si debba passare sotto silenzio nemmeno in questo libro.

La lettera d'Innocenzo sul caso di Pelagio.

9. 10. Nella lettera che noi vescovi scrivemmo in cinque ad Innocenzo 14 facemmo riferimento agli stessi Atti palestinesi, dei quali ci era giunta già la fama, e dicevamo che il processo ecclesiastico, dal quale si crede che Pelagio sia stato assolto, si era svolto in Oriente dove egli si trovava. Innocenzo nel rispondere alla nostra lettera dice questo tra l'altro: " Essendo state mosse contro di lui alcune accuse, poste a verbale negli stessi Atti, in parte egli le eluse, in parte le sommerse in una oscurità assoluta ritorcendo molte parole a proprio favore. Altre accuse poi egli emendò in maniera più equivoca che vera, come si sarebbe potuto vedere con il tempo, o negandole o cambiandole con una interpretazione falsa. Ma magari, ed è ciò che si deve desiderare più di tutto, tornasse ormai da quel suo errore sulla via vera della fede cattolica! Magari volesse sul serio liberarsi da ogni accusa, considerando la quotidiana grazia di Dio, riconoscendo il suo aiuto, così che si noti veramente e con il plauso di tutti che si è corretto con una decisione chiara non per il giudizio dei verbali del processo, ma per la conversione del suo cuore alla fede cattolica. Noi pertanto non possiamo né approvare né disapprovare il giudizio di quei giudici, perché non sappiamo se gli Atti siano veri o, qualora siano veri, se costui abbia ingannato con qualche sotterfugio invece d'essersi corretto con tutta sincerità " 15. Voi vedete certamente in queste parole come apparisca che il beatissimo papa Innocenzo non parla di Pelagio come di uno sconosciuto. Voi vedete quale giudizio ha dato della sua giustificazione. Voi vedete che cosa il suo successore, il santo papa Zosimo, ebbe da ricordare, come l'ha ricordato, per confermare su di lui, rimovendo gli indugi, il giudizio del suo predecessore.

Agostino si prepara a dimostrare l'inganno di Pelagio.

10. 11. Ora considerate attentamente da che cosa si provi l'inganno di Pelagio a carico dei giudici palestinesi in questa stessa questione del battesimo dei bambini, per tacere d'altri punti. Per aver noi detto che Pelagio ha nascosto a voi il pensiero in cui si mostrò più libero di lui Celestio, sebbene Pelagio non fosse di parere diverso, non vorrei che eventualmente a qualcuno sembrasse che noi ricorriamo alla calunnia o al sospetto, invece d'avere acquisito la certezza di quanto affermiamo. Già sopra è emerso sufficientemente chiaro che Celestio non volle condannare la proposizione: " Il peccato di Adamo danneggiò lui soltanto e non il genere umano, e i bambini al momento di nascere sono in quello stato in cui era Adamo prima della prevaricazione ", proprio perché vedeva che condannandola sarebbe venuto a confermare il passaggio nei bambini del peccato di Adamo. Pelagio invece, poiché gli era stato contestato di condividere anche lui con Celestio queste tesi, le condannò senza nessuna riserva. Io so che voi avete letto tutto ciò, nondimeno, poiché questo libro non si scrive solo per voi, ad evitare che il lettore sia gravato dal dover ricorrere agli Atti stessi e, se non li ha, dal doverseli laboriosamente cercare, trascrivo dagli Atti le parole testuali e le riporto qui sotto.

Il testo del Concilio celebrato in Palestina contro Pelagio.

11. 12. " Il Sinodo ordinò: Poiché Pelagio ha anatematizzato l'inconsistente stoltezza 16, rispondendo rettamente che l'uomo con l'aiuto di Dio e con la sua grazia può essere , cioè senza peccato, risponda adesso anche alle altre imputazioni. Un insieme di proposizioni della dottrina di Celestio, discepolo di Pelagio, tra quelle che a Cartagine furono ascoltate e ricordate dal santo vescovo di Cartagine Aurelio e con lui da altri vescovi, dice: Adamo fu creato mortale ed era destinato a morire, sia che peccasse, sia che non peccasse. Il peccato di Adamo danneggiò lui solo e non il genere umano. La Legge manda al regno nello stesso modo del Vangelo. Prima della venuta del Cristo ci furono uomini senza peccato. I neonati sono nello stato in cui era Adamo prima della prevaricazione. Né per la morte o per la prevaricazione di Adamo muore tutto il genere umano, né per la risurrezione del Cristo risorge tutto il genere umano. Il santo vescovo Agostino rispose ad Ilario sulle proposizioni suddette contro i discepoli di Pelagio in Sicilia 17, scrivendo un libro dove sono contenute queste altre proposizioni: L'uomo se vuole può essere senza peccato. I bambini hanno la vita eterna anche se non si battezzano. Ai ricchi dopo il battesimo, se non rinunziano a tutto, non è accreditato il bene che sembra abbiano fatto, né possono avere il regno di Dio 18. Pelagio rispose: - Della possibilità dell'uomo d'essere senza peccato si è detto sopra. Quanto all'esistenza di uomini senza peccato prima della venuta del Signore, anche noi diciamo che prima dell'avvento del Cristo alcuni vissero in santità e giustizia, secondo la tradizione delle sante Scritture. Quanto alle altre proposizioni, poiché anche secondo la testimonianza di costoro esse non sono proposizioni dette da me, io non son tenuto a scolparmene: tuttavia a soddisfazione del santo Sinodo anatematizzo coloro che ritengono così o l'hanno ritenuto nel passato -" 19.

Nessuna differenza dottrinale tra Pelagio e Celestio.

12. 13. Ecco, voi vedete, per tralasciare altre osservazioni, che Pelagio ha anatematizzato quanti dicono che " il peccato di Adamo danneggiò lui solo e non il genere umano; i bambini al momento di nascere sono nello stato in cui era Adamo prima della prevaricazione " 20. Che altro dunque poterono intendere allora quei vescovi giudici se non che Pelagio confessava il passaggio del peccato da Adamo nei bambini? Per non fare una tale ammissione Celestio non volle condannare quello che condannò Pelagio. Ora, se dimostrerò che anche Pelagio quanto ai bambini pensa ugualmente che essi nascono senza nessun contagio di nessun vizio, quale distanza rimarrà tra costui e Celestio nella presente questione? Nessuna all'infuori di questa: Celestio fu più aperto, Pelagio più velato, l'uno più pertinace, l'altro più mendace, o certamente l'uno più libero, l'altro più astuto. Celestio infatti non volle condannare, nemmeno nella Chiesa di Cartagine, quello che poi confessò di ritenere nella Chiesa di Roma, e dichiarò di essere pronto a correggersi, se per debolezza umana gli fosse scappato qualche errore 21. Pelagio invece per un verso condannò quel dogma come contrario alla verità per non essere condannato egli stesso da quei giudici cattolici, e per un altro verso si riservò di difenderlo successivamente: o bugiardo dunque nel condannarlo o astuto nell'interpretarlo.

L'opera di Pelagio Pro libero arbitrio attesta che egli la pensa come Celestio.

13. 14. Ma vedo che ormai mi si chiede giustissimamente di non rimandare oltre la dimostrazione promessa: se anche Pelagio la pensi proprio come Celestio. Nel primo libro della sua recente opera In difesa del libero arbitrio, da lui citata nella lettera che mandò a Roma, dice: " Nessun bene e nessun male, che ci renda lodevoli o riprovevoli, nasce con noi, ma è fatto da noi: nasciamo capaci, ma non pieni, di bene e di male, e come siamo creati senza virtù, così pure senza vizio, e prima dell'azione della propria volontà nell'uomo c'è solamente ciò che ha creato Dio " 22. Vedete bene che in queste parole di Pelagio si trova il dogma comune all'uno e all'altro: il dogma che i bambini nascono senza contagio di nessun vizio da parte di Adamo. Non c'è dunque da meravigliarsi che Celestio non abbia voluto condannare quanti dicono che " il peccato di Adamo danneggiò lui solo e non il genere umano, e i bambini al momento di nascere sono nello stato in cui era Adamo prima della prevaricazione ", ma c'è molto da meravigliarsi della sfacciataggine con la quale Pelagio condannò queste proposizioni. Se infatti, come egli asserisce, " il male non nasce con noi, e siamo creati senza alcun vizio, e nell'uomo prima dell'azione della sua volontà c'è solamente ciò che ha creato Dio ", questo vuol dire certamente che il peccato di Adamo danneggiò lui solo, perché non fece nessun passaggio nella prole. Non è vero infatti che il peccato non sia un male, o che il peccato non sia un vizio, o che Dio abbia creato il peccato. Ma Pelagio dice: " Il male non nasce con noi, siamo creati senza alcun vizio; nei nascenti c'è solo ciò che ha creato Dio ". Perciò, ritenendo egli secondo questa sua sentenza come verità certissima che " il peccato di Adamo danneggiò lui solo e non il genere umano ", per quale ragione Pelagio condannò questa proposizione se non per ingannare quei giudici cattolici? Si può dire ugualmente così: Se " il male non nasce con noi ", se " siamo creati senza alcun vizio ", se " nell'uomo al momento di nascere c'è esclusivamente ciò che ha creato Dio ", senza dubbio " i bambini al momento di nascere sono nello stato in cui era Adamo prima della prevaricazione " 23, quando non c'era in lui nessun male e vizio, ma solo ciò che in lui aveva creato Dio. E tuttavia Pelagio anatematizzò " quanti ritengono o hanno ritenuto in passato che i bambini appena nati siano nello stato in cui era Adamo prima della prevaricazione ", cioè senza nessun male e vizio, in possesso solamente di ciò che ha creato Dio. Per quale ragione dunque Pelagio condannò anche questo se non per ingannare il Sinodo cattolico al fine di non essere condannato come un nuovo eretico?

La malafede di Pelagio è palese.

14. 15. Voi sapete, e l'ho messo anche in quel libro che scrissi sul processo palestinese al nostro venerabile decano Aurelio, che io godevo che per quella risposta di Pelagio tutta la questione fosse stata risolta. E mi sembrava che egli avesse confessato assai apertamente la presenza nei bambini del peccato originale, dicendo anatema a quanti credessero che dal peccato di Adamo fosse rimasto leso lui solo, non anche il genere umano, e dicendo anatema a quanti ritenessero che i bambini sono in quello stato in cui era il primo uomo precedentemente alla prevaricazione. Ma in seguito, avendo letto i suoi quattro libri, dal primo dei quali ho trascritto le parole riportate poco sopra, e avendo trovato in lui un uomo che sui bambini la pensava ancora in modo contrario alla fede cattolica, cominciai a meravigliarmi anzitutto d'una ipocrisia così sfacciata in un processo ecclesiastico e in un problema tanto importante. Se infatti aveva già scritto quei libri precedentemente, come poté dichiarare di anatematizzare quanti avevano ritenuto in passato il contrario? Se poi quell'opera la promise dopo, come poté anatematizzare quanti ritengono il contrario adesso? A meno che non voglia essere così ridicolo da dire d'aver condannato coloro che avevano ritenuto il contrario in passato e coloro che lo ritenessero al presente; quanto al futuro invece, cioè a quelli che l'avrebbero ritenuto in avvenire, egli non poteva anticipare il giudizio né su di sé, né sugli altri, e quindi egli non aveva mentito, perché fu ritrovato a ritenere così posteriormente. Ma non lo dice, non solo perché sarebbe ridicolo, ma perché non può essere vero. Negli stessi libri infatti da una parte parla contro il passaggio del peccato da Adamo nei bambini, dall'altra si vanta del processo del Sinodo palestinese, dove si è creduto che egli avesse condannato sinceramente coloro che negano quel passaggio e dove carpì la propria. assoluzione con l'inganno.

Inaccettabili sono le spiegazioni con le quali Pelagio vorrebbe difendere la propria buona fede.

15. 16. Che c'entra infatti con la presente questione la risposta data da lui ai suoi discepoli : " Ho condannato quelle proposizioni contestatemi perché io pure dico che il primo peccato non danneggiò solo il primo uomo, ma anche il genere umano, non per la propagazione, bensì per l'esempio " 24, cioè non perché abbiano tratto a Adamo un qualche vizio coloro che sono stati propagati da lui, ma perché hanno imitato in lui il primo peccatore quelli che hanno peccato in seguito? O che c'entra, se dice: " I bambini non sono nello stato in cui era Adamo prima della sua prevaricazione, perché essi non sono capaci ancora di precetti e Adamo invece lo era: essi non hanno ancora l'uso dell'arbitrio della volontà razionale, senza del 25? quale non sarebbe stato imposto ad Adamo nessun precetto ". Che c'entra con la nostra questione che egli, spiegando così le obiezioni mossegli, creda d'aver condannato in modo giusto le proposizioni: " Il peccato di Adamo danneggiò lui solo e non il genere umano, e i bambini al momento di nascere sono nello stato in cui Adamo era prima del peccato " 26; e dopo averle condannate creda nondimeno di poter ritenere senza mentire ciò che si trova nei suoi libri, scritti dopo di allora: " I bambini nascono senza nessun male, senza nessun vizio, e in essi c'è solamente ciò che ha creato Dio " 27, non la ferita che ha inflitta il nemico?

Pelagio cambia le carte in tavola.

16. 17. Dicendo tutto questo, cioè spiegando in un senso le accuse che gli venivano mosse in un altro senso, riesce forse a dimostrare che non ha ingannato i giudici? Non ci riesce davvero: tanto più subdolamente li ha ingannati quanto più furbescamente appronta le sue spiegazioni. I vescovi cattolici nell'udire uno che anatematizzava coloro che dicono che " il peccato di Adamo danneggiò lui solo e non il genere umano " nient'altro stimavano che egli ritenesse all'infuori di quello che è solita predicare la Chiesa cattolica. Coerentemente battezza i bambini proprio perché ottengano la remissione dei peccati, non dei peccati fatti da loro imitando l'esempio del primo peccatore, ma dei peccati tratti da loro nel nascere per il vizio d'origine. E quando i vescovi udivano da uno anatematizzare coloro che dicono che " i bambini sono al momento di nascere nello stato in cui era Adamo prima della prevaricazione ", credevano che non intendesse se non quelli che ritengono che i bambini non abbiano tratto da Adamo nessun peccato e in questo senso siano in quello stato in cui egli era prima del peccato. Questo, su cui verteva la questione e non altro, gli si contestava precisamente. Perciò, quando egli ricorre alla spiegazione che i bambini non sono nello stato di Adamo prima del peccato perché non sono nella medesima saldezza di mente e di corpo, non perché è passata in loro una qualche colpa della loro radice, gli si risponda: Quando ti venivano contestate quelle proposizioni perché tu le condannassi, i vescovi cattolici non le intendevano così e quindi credevano che tu fossi cattolico dal momento che le condannavi. Perciò dunque la verità che ti attribuivano di ritenere dovette essere assolta e l'errore che invece tu ritenevi dovette essere condannato. Non tu dunque che ritenevi errori da condannare sei stato assolto, ma è stata assolta la verità che tu avresti dovuto ritenere. Perché poi ti si credesse assolto, ti si fece credito che tu sentissi verità lodevoli, mentre i giudici non capivano che occultavi errori riprovevoli. Giustamente sei stato giudicato compagno di Celestio, perché ti mostri suo complice. E se nel processo tenesti nascosti i tuoi libri, tuttavia dopo il processo li hai dati alla luce.

La condanna di Pelagio è stata provvidenziale per i suoi seguaci ingannati.

17. 18. Certamente ritenete giustissimo che in una situazione siffatta, contro gli autori di un errore tanto nefando, si siano mossi e i Concili episcopali e la Sede Apostolica e tutta la Chiesa Romana e l'Impero Romano 28, che per grazia di Dio è cristiano, perché costoro sfuggano ai lacci del diavolo. Chi sa che Dio non conceda ad essi il pentimento per conoscere, per confessare, per predicare, anche, la verità e per condannare una falsità veramente condannabile? Comunque però costoro vogliano comportarsi, noi non possiamo tuttavia dubitare che è stato per la misericordia del Signore che in questo modo si è provveduto a molti, i quali li seguivano, perché vedevano che erano ammessi alla comunione cattolica.

Anche nella sua lettera a Innocenzo Pelagio usò l'inganno.

17. 19. State poi ben attenti a come Pelagio abbia tentato di strisciare per trarre in inganno anche il tribunale episcopale della Sede Apostolica in questa stessa questione del battesimo dei bambini. Nella lettera che mandò a Roma al papa Innocenzo di beata memoria e che fu consegnata al papa Zosimo, perché i latori non trovarono vivo Innocenzo, e che di là fu poi diretta a noi, dice che " alcuni lo incolpano di negare ai bambini il sacramento del battesimo e di promettere ad alcuni i regni dei cieli senza la redenzione del Cristo ". Ma non sono così come le pone Pelagio le obiezioni che si muovono a costoro. Infatti essi non negano ai bambini il sacramento del battesimo e non promettono a nessuno i regni dei cieli senza la redenzione del Cristo 29. Pelagio dunque enunzia le lamentate calunnie in un modo che gli consenta di poter rispondere con facilità alle imputazioni, salvando il proprio dogma.

18. 19. A costoro si obietta piuttosto di non voler confessare che i bambini non battezzati sono coinvolti nella condanna del primo uomo e che in essi è passato il peccato originale da dover togliere mediante la rigenerazione. La loro opinione è che i bambini si devono battezzare unicamente allo scopo che ricevano il regno dei cieli, quasi che al di fuori del regno dei cieli a coloro, che senza la partecipazione del corpo e del sangue del Signore non possono avere la vita eterna, sia possibile avere altro che la morte eterna. Ecco quello che si obietta a costoro sul battesimo dei bambini, non quello che Pelagio ha enunziato per proprio conto in tal modo da poter rispondere secondo i propri dogmi alla propria enunziazione, come se fosse l'obiezione di chi lo avversava.

Quello di Pelagio è il metodo della menzogna.

18. 20. Fate attenzione inoltre in che modo risponda e vedete come le ombre dell'ambiguità vadano preparando un riparo alla falsità, spargendo caligine sulla verità; tanto che anche noi alla prima lettura godevamo che le sue affermazioni fossero rette o in qualche modo corrette. Ma le esposizioni più ampie trovate nei suoi libri, dove, per quanto tenti di coprirsi, è costretto il più delle volte a scoprirsi, ci hanno reso sospette anche coteste affermazioni, così da trovarle ambigue ad un esame più attento. Infatti dopo aver detto che quanto ha enunziato il suo avversario sul battesimo dei bambini egli " non l'ha udito mai nemmeno da un empio eretico ", soggiunge e dice: " Chi è così ignorante nella lettura del Vangelo, non dico, da tentare di dichiarare, ma anche solo di sussurrare o anche di pensare una simile enormità? Chi inoltre è tanto empio da volere che i bambini siano esclusi dal regno dei cieli, vietando ad essi d'esser battezzati e di rinascere nel Cristo?" 30.

La vera questione è quella della esistenza nei bambini del peccato originale.

19. 21. È inutile che pronunzi queste parole: con esse non si giustifica. Che i bambini non possano senza il battesimo entrare nel regno dei cieli non l'hanno negato mai nemmeno costoro. Ma la questione non verte su questo: la questione è sulla purgazione dei bambini dal peccato originale. È su questo punto che deve purgarsi chi non vuol confessare che il lavacro della rigenerazione ha qualcosa da purgare nei bambini. E vediamo perciò le altre affermazioni che sta per fare. Dopo il riferimento della testimonianza evangelica che nessuno può entrare nel regno dei cieli senza essere rinato dall'acqua e dallo Spirito 31, testimonianza dalla quale non si muove ad essi nessuna questione, come abbiamo detto, seguitando domanda: " Chi è mai tanto empio da impedire ad un bambino di qualsiasi età la redenzione comune a tutto il genere umano? " 32. Anche qui c'è dell'ambiguità: quale redenzione dica, se dal male al bene o se dal bene al meglio. Tant'è vero che anche Celestio a Cartagine confessò nel suo libello la redenzione dei bambini, e tuttavia non volle confessare che da Adamo sia passato in essi il peccato.

Ambiguità di Pelagio sulla sorte dei bambini che muoiono senza battesimo.

20. 22. Ma badate che cosa poi soggiunga costui: " E da impedire di rinascere alla vita eterna e certa ad un bambino che è nato alla vita incerta? " 33. Cioè: " Chi è tanto empio da impedire di rinascere alla vita eterna e certa a chi è nato alla vita incerta? ". Quando leggemmo per la prima volta queste parole, credemmo che egli avesse voluto dire vita incerta questa vita temporale, sebbene sembri a noi che avrebbe fatto meglio a dirla mortale, invece che incerta, perché è certa la morte con cui finisce. Tuttavia, poiché non si dubita che sia incerta in ogni momento della sua durata, nient'altro credemmo che avesse voluto chiamare vita incerta se non questa vita mortale. Perciò, sebbene non avesse voluto confessare apertamente la morte eterna dei bambini migranti da questa vita senza il sacramento del battesimo, nondimeno la nostra preoccupazione in proposito veniva confortata da un ragionamento di cui ci sentivamo quasi sicuri. Dicevamo cioè: Se la vita eterna non può essere se non dei battezzati, come costui sembra riconoscere, certamente a quelli che muoiono senza il battesimo rimane la morte eterna. E questo destino non può per nessuna giustizia di Dio toccare a coloro dai quali non sono stati commessi in questa vita peccati di nessun genere, se non si ammette in essi il peccato originale.

"So dove non vanno, non so dove vanno ".

21. 23. Ma non mancarono poi dei fratelli che ci misero sull'avviso. Pelagio l'avrebbe potuto dire per la ragione che è notoriamente solito rispondere a quanti lo interrogano su tale questione nei termini seguenti: " Dei bambini che muoiono senza battesimo io so dove non vanno, ma non so dove vanno ", cioè so che non vanno nel regno dei cieli, dove invece vadano diceva o dice d'ignorarlo, perché non ardiva dire che andassero alla morte eterna i bambini dei quali sentiva che non avevano fatto qui nessun peccato e non consentiva che avessero tratto il peccato originale. Pertanto anche queste sue parole, trasmesse a Roma a sua grande discolpa, sono tanto ambigue da poter offrire al dogma di costoro dei nascondigli dai quali può sortire a tradimento il senso ereticale, quando, non essendoci nessuno capace di rispondere, ci si viene a trovare nelle condizioni di un uomo stremato in mezzo al deserto.

Altri testi sospetti di Pelagio.

21. 24. Ma è nel libro della sua professione di fede, inviato a Roma con la medesima lettera al medesimo papa Innocenzo, quale aveva già scritto un'altra lettera, il testo dove Pelagio si è denudato molto più evidentemente nel tentativo di coprirsi. Dice: " Riteniamo un solo battesimo e affermiamo che si deve celebrare nei bambini con le medesime parole del sacramento con le quali si celebra anche nei grandi" 34. Non dice nemmeno: Con il medesimo sacramento, e certo, se lo dicesse, rimarrebbe ancora ambiguo; ma dice: " Con le medesime parole del sacramento ", come se per i bambini la remissione dei peccati si asserisca con il suono delle parole, ma non si compia nella realtà dei fatti. Tuttavia lì per lì sembrò che affermasse una verità che andava d'accordo con la fede cattolica, ma non riuscì ad ingannare quella Sede Apostolica fino in fondo. Dopo le risposte del Concilio d'Africa, una provincia nella quale quella pestifera dottrina era, sì, giunta serpeggiando, ma senza occuparla tanto vastamente, né inquinarla profondamente, per la premura di fratelli fedeli si fecero patenti anche altre sue affermazioni fatte da lui a Roma, dove era vissuto assai a lungo e dove prima che altrove si era buttato a tali discorsi e discussioni. Sono le medesime affermazioni che il papa Zosimo, come potete leggere, ha inserite come esecrande nella lettera che ha scritta con il desiderio che sia diffusa per l'intero orbe cattolico. In essa Pelagio, come se commentasse la Lettera dell'apostolo Paolo ai Romani, ragiona e dice così: " Se il peccato di Adamo nuoce anche a coloro che non peccano, allora anche la giustizia del Cristo giova pure a coloro che non credono" 35. E le altre idee simili che abbiamo confutate e dissolte 36 nei libri scritti da noi sul battesimo dei bambini. Tali opinioni non osò per la verità proporle in quella sorta di commento come sue convinzioni personali. Ma in un ambiente dov'era notissimo e dove il suo modo di pensare e di parlare non poteva ignorarsi, diceva precisamente quello che, in quei libri dal primo dei quali ho già stralciato qualcosa 37, tratta non velatamente, bensì molto apertamente con tutta la sua forza dialettica, per far credere che la natura umana non è nei bambini viziata in nessun modo per propaggine. Attribuendo ad essa la salute le toglie il Salvatore.

Il trattamento da riservare a Pelagio e a Celestio.

22. 25. Questa è la situazione. Si costata ormai la nascita di un dogma pestifero e d'un errore ereticale. La Chiesa con l'aiuto di Dio se ne guarda ancora più apertamente di prima. Questi due signori, cioè Pelagio e Celestio, o siano ridotti tra i penitenti o siano condannati in modo assoluto, se rifiutano la penitenza, perché l'opinione pubblica li mostra o anche li dimostra come gli autori di questa eresia. Oppure, se non ne sono gli autori, ma l'hanno imparata da altri, tuttavia vengono con certezza vantati come gli assertori e i dottori che l'hanno fatta serpeggiare e crescere più vastamente a causa sia dei loro discorsi e dei loro libri, sia a causa di altri indizi ben fondati e della fama suscitata ed alimentata dall'insieme di tutti questi elementi. A tal punto che altro resta se non che ogni cattolico, secondo le forze che gli dà il Signore, rintuzzi questa peste e resista ad essa vigilantemente, perché, combattendo a favore della verità, per necessità di rispondere e senza mania di contendere, si istruiscano gli ignoranti? E così si converte in una utilità per la Chiesa il disegno tramato dal nemico a danno di essa, in conformità con le parole dell'Apostolo: È necessario che avvengano divisioni tra voi, perché si manifestino quelli che sono i veri credenti in mezzo a voi 38.

Secondo i pelagiani la loro dottrina non comprometteva la fede cattolica.

23. 26. Perciò, dopo il molto che abbiamo potuto scrivere battendoci contro questo errore, nemico della grazia di Dio, elargita a piccoli e grandi per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore, dobbiamo esaminare adesso quello che costoro asseriscono per il desiderio d'evitare astutamente l'accusa di eresia. Dicono: " Questa è una questione che non costituisce un pericolo per la fede ". Ossia, qualora si dimostrasse che costoro sono usciti fuori dalla giusta orbita della fede, il loro errore non dovrebbe apparire una colpa criminale, ma una colpa civile. In questo senso parlò Celestio nel processo ecclesiastico di Cartagine: " Quanto alla trasmissione del peccato, ho già detto che nella Cattolica ho udito molti che la negano e altri che l'ammettono. Questo però è un argomento aperto alla discussione e non è un'eresia. Ho detto sempre che i bambini hanno bisogno del battesimo e si devono battezzare: che altro vuole Paolino? ". Disse così per far intendere che sarebbe stata da giudicarsi eresia, se avesse negato la necessità di battezzare i bambini. Poiché invece confessa che si devono battezzare, sebbene come ragione del loro battesimo non dica la ragione invocata dalla verità, ma un'altra che non rientra nella fede, non crede di errare e quindi di dover essere giudicato come eretico. Similmente nel libello presentato a Roma, dopo aver spiegato, quanto a lungo gli piacque, la propria fede dalla Trinità dell'unica divinità fino al modo della futura risurrezione dei morti, verità sulle quali nessuno l'aveva interrogato e nessuno gli moveva questione, quando arrivò a parlare del problema allora dibattuto, disse: " Se al di fuori di quanto è definito per fede sono nate certe questioni che per molti sono oggetto di controversia, non sono io che, quasi da inventore di un qualche dogma, ho fondato questo insegnamento arrogandomi un'autorità indiscussa, ma noi non facciamo altro che offrire al giudizio della vostra apostolicità le verità che ho apprese dalla fonte dei Profeti e degli Apostoli, perché, se qualche errore d'ignoranza ci fosse eventualmente sfuggito, da uomini che siamo, venga corretto dalla vostra sentenza " 39. Capite bene, com'è chiaro, che premettendo un tale preambolo mirava a questo: se fosse apparso in lui qualcosa d'errato, gli altri avessero la bontà di credere che non aveva errato nella fede, ma in questioni che sono fuori dalla fede e dove, sebbene l'errore sia da correggere, non si corregge tuttavia come eresia e di chi non sia stato corretto si dice che erra, ma senza che tuttavia sia giudicato per questo un eretico.

Esempi di problemi che non compromettono la fede.

23. 27. Ma lo inganna parecchio questa sua opinione. Le questioni presenti, che stima fuori dalla fede, sono ben diverse da quelle nelle quali, rimanendo salva la fede che ci fa cristiani, o s'ignora quale sia la verità e resta sospeso il giudizio definitivo o s'interpreta diversamente da come sta la verità, in forza d'una congettura umana e debole. Per esempio quando si vuole sapere come e dove sia il paradiso in cui Dio collocò l'uomo che formò dalla polvere 40, sebbene la fede cristiana non dubiti che esista quel paradiso. O quando si vuol sapere dove siano adesso Elia o Enoch, se qui o altrove, sebbene non dubitiamo che essi vivano negli stessi corpi con i quali sono nati. O quando si vuol sapere se l'Apostolo sia stato rapito al terzo cielo con il corpo o senza il corpo 41, per quanto sia una ricerca presuntuosa quella di voler conoscere ciò che attesta d'ignorare, salva s'intende la fede, colui che ebbe tale privilegio. O quanti siano i cieli, nel terzo dei quali Paolo dice d'essere stato rapito. O se gli elementi di questo mondo visibile siano quattro o siano di più. Che cosa origini le eclissi di sole o di luna, che gli astrologi sanno predire con il computo esatto dei tempi. Perché gli antichi uomini abbiano vissuto tanto a lungo quanto è attestato dalla santa Scrittura e se in proporzione alla loro longevità abbiano cominciato a generare con un ritardo di pubertà. Dove abbia potuto vivere Matusalemme 42 che non era nell'arca e che, stando alla maggioranza dei codici greci e latini sul computo degli anni, sarebbe dovuto sopravvivere al diluvio, oppure se si debba credere piuttosto ad una minoranza di codici, rarissimi a trovarsi, nei quali il computo dei suoi anni è fatto così da indicarlo già morto prima del diluvio. In queste e in simili questioni, varie e innumerevoli, attinenti sia all'oscurità profondissima delle opere di Dio, sia alla segretezza occultissima delle Scritture e che sarebbe difficile abbracciare e definire con un qualche criterio di certezza, chi non capisce che da una parte molte verità s'ignorano senza nessun danno della fede cristiana e che d'altra parte in qualcosa si erra senza incorrere in nessun crimine di dogma ereticale?

Il fondamento della fede.

24. 28. Ma quando sono in causa i due uomini per l'uno dei quali siamo stati venduti come schiavi del peccato e per l'altro siamo redenti da tutti i peccati, per l'uno siamo stati precipitati nella morte e per l'altro siamo liberati per la vita; infatti il primo ci ha portati in se stesso alla rovina facendo la propria volontà e non la volontà di colui che l'aveva fatto, il secondo ci ha fatti salvi in se stesso non facendo la propria volontà, ma la volontà di colui che l'aveva mandato 43: quando dunque sono in causa questi due uomini è propriamente in causa la sostanza della fede cristiana. Uno solo infatti è Dio e uno solo il Mediatore tra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù 44. Perché, non vi è altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati 45, e Dio in lui ne ha stabilito la fede per tutti risuscitandolo dai morti 46. Pertanto senza questa fede, cioè senza la fede nell'unico Mediatore tra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù, senza la fede dico nella sua risurrezione -risurrezione che Dio ha stabilito per tutti -, che certo non si può credere in tutta la sua verità senza la sua incarnazione e morte: in conclusione, senza la fede nell'incarnazione, nella morte e nella risurrezione del Cristo la verità cristiana non dubita che nemmeno gli antichi giusti abbiano potuto, per essere giusti, venir mondati dai loro peccati e giustificati dalla grazia di Dio. E ciò si è verificato sia per quei giusti dei quali parla la santa Scrittura, sia per quelli di cui essa non parla, ma nell'esistenza dei quali si deve credere, o prima del diluvio o dopo fino a quando fu data la legge o nel periodo stesso della legge, non solo tra i figli d'Israele come furono i profeti, ma anche fuori da quel popolo come Giobbe. I cuori di tutti costoro erano mondati dalla medesima fede nel Mediatore e in quei cuori si riversava la carità per mezzo dello Spirito Santo 47, che spira dove vuole 48, non inseguendo i meriti, ma suscitando anche gli stessi meriti. La grazia di Dio infatti non sarà grazia in nessun modo, se non sarà gratuita in ogni modo.

La grazia operava anche nell'Antico Testamento.

24. 29. La morte regnò da Adamo fino a Mosè 49, perché non poté vincere la morte nemmeno la legge data per mezzo di Mosè. La legge infatti non fu data come capace di conferire la vita 50, bensì perché degli uomini, morti spiritualmente e bisognosi della grazia per essere riportati alla vita, mostrasse non solo la prostrazione a causa della propagazione del peccato e della sua dominazione, ma altresì la condanna per colpevolezza a causa del sopraggiungere della trasgressione della legge stessa. E questo perché chiunque anche allora arrivava a comprendere, per la misericordia divina, questa situazione non si perdesse, e benché fosse destinato al castigo attraverso il regno della morte e se ne fosse reso cosciente a motivo della trasgressione della legge, cercasse l'aiuto di Dio, e così dove era abbondato il peccato sovrabbondasse la grazia 51, la quale è la sola forza che libera dal corpo di questa morte 52.

25. 29. Sebbene dunque non abbia potuto rimuovere da nessuno il regno della morte nemmeno la legge data per mezzo di Mosè, tuttavia anche al tempo della legge c'erano uomini di Dio che non vivevano sotto la legge terrificante, accusante, castigante, ma che vivevano sotto la grazia allettante, risanante, liberante. Erano coloro che dicevano: Ecco, nella colpa sono stato generato, nel peccato mi ha concepito mia madre 53, e: Nulla è intatto nelle mie ossa per i miei peccati 54, e: Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo 55, e: Sostieni in me un animo generoso 56, e: Non privarmi del tuo Santo Spirito 57. Erano coloro che dicevano: Ho creduto, perciò ho parlato 58. Anch'essi infatti venivano mondati dalla stessa fede che monda noi pure. Tanto che anche l'Apostolo dice: Animati da quello stesso spirito di fede, di cui sta scritto: - Ho creduto, perciò ho parlato -, anche noi crediamo e perciò parliamo 59. Per la stessa fede si diceva: Ecco una vergine riceverà nel suo grembo un figlio e lo partorirà e lo chiameranno Emmanuele, che significa Dio con noi 60. Per la stessa fede si diceva di lui: Ed egli, come uno sposo che esce dalla stanza nuziale, esulta come prode che percorre la via: egli sorge da un estremo del cielo e la sua corsa raggiunge l'altro estremo; nulla si sottrae al suo calore 61. Per la stessa fede si diceva a lui: Il tuo trono, o Dio, dura per sempre; è scettro giusto lo scettro del tuo regno. Ami la giustizia e l'empietà detesti: perciò Dio, il tuo Dio, ti ha consacrato con olio di letizia a preferenza dei tuoi eguali 62. Con il medesimo spirito di fede con il quale noi crediamo in avvenimenti passati essi li vedevano futuri. Perché, non è vero che non siano stati partecipi di questi avvenimenti proprio coloro che li poterono con amore pieno di fede vaticinare a noi. Per quale ragione l'apostolo Pietro dice: Perché continuate a tentare Dio imponendo sul collo dei discepoli un giogo che né i nostri padri né noi siamo stati in grado di portare? Noi crediamo che per la grazia del Signore Gesù siamo salvati noi e nello stesso modo essi pure 63, se non per la ragione che anch'essi sono stati salvati per la grazia del Signore Gesù Cristo e non per la legge di Mosè, che non portava alla guarigione del peccato, ma solo alla cognizione del peccato? Lo insegna l'Apostolo scrivendo: Per mezzo della legge si ha solo la conoscenza del peccato 64. Ora invece, indipendentemente dalla legge, si è manifestata la giustizia di Dio, testimoniata dalla Legge e dai Profeti 65. Se adesso la giustizia di Dio è stata manifestata, c'era dunque anche prima, ma occulta. La sua occultazione era significata dal velo del tempio che si squarciò alla morte del Cristo per indicare la sua rivelazione 66. Anche allora dunque c'era nel popolo di Dio questa grazia dell'unico Mediatore di Dio e degli uomini, l'uomo Cristo Gesù, ma c'era in modo latente come sul vello la pioggia, che Dio riserva, non dovuta, ma liberamente regalata, alla sua eredità 67. Adesso invece che quel vello si è, per così dire, asciugato, ossia ora che il popolo giudaico è stato riprovato, la grazia di Dio apparisce in modo patente, come sull'aia, in mezzo a tutte le genti 68.

Lo schema della storia della salvezza secondo i pelagiani.

26. 30. Guardiamoci dunque dal dividere i tempi alla maniera di Pelagio 69 e dei suoi discepoli, i quali dicono: " Uomini giusti sono vissuti all'inizio in forza della natura, poi sotto la legge e terzo sotto la grazia ". Cioè, per natura da Adamo in tutto il lungo periodo prima che fosse data la legge. " Allora infatti " dicono " si conosceva il Creatore dietro la guida della ragione, e la regola di come si doveva vivere si portava scritta nei cuori, non per la legge della lettera scritta ma per la legge della natura. Essendosi però viziati i costumi, quando la natura cominciò a non bastare più, perché stinta, fu aggiunta ad essa la legge, perché, come una lima, ne raschiasse la ruggine che l'appannava e la riportasse al suo primo fulgore. Ma dopo che prevalse " così ragionano " un'eccessiva abitudine di peccare, a risanar la quale poco valeva la legge, arrivò il Cristo e a quel morbo, che si potrebbe dire disperatissimo, portò rimedio il Medico in persona, da se stesso, non per mezzo dei suoi discepoli ".

Per la fede anche gli antichi giusti furono membra del Cristo.

26. 31. Nel ragionare così tentano d'escludere dalla grazia del Mediatore gli antichi giusti, come se l'uomo Cristo Gesù non sia stato il Mediatore tra Dio e gli uomini 70 di quei tempi, per la ragione che non aveva preso ancora la carne dal seno della Vergine e non era ancora uomo quando vivevano quei giusti. Se fosse così, l'Apostolo non direbbe: A causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti, e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita nel Cristo 71. Secondo i vaniloqui di costoro quegli antichi giusti né ebbero bisogno della mediazione dell'uomo Cristo per essere riconciliati con Dio, bastando ad essi la natura, né riceveranno la vita in lui, essendo evidente che non appartengono al suo corpo e alle sue membra, in rapporto al quale Gesù è divenuto uomo per gli uomini. Se invece è vero quello che dice la Verità per mezzo dei suoi Apostoli: Come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita nel Cristo, perché dal primo uomo viene la morte e dal secondo la risurrezione dei morti, quale cristiano oserebbe dubitare che anche quei giusti, i quali piacquero a Dio nei tempi verdi del genere umano, arriveranno alla risurrezione della vita eterna, non della morte eterna, perché risorgeranno nel Cristo; e risorgeranno nel Cristo perché appartengono al corpo del Cristo, e appartengono al corpo del Cristo perché anche di essi è capo il Cristo; 72 e anche di essi è capo il Cristo perché uno solo è il Mediatore tra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù 73? E non sarebbe stato capo di essi, se mediante la sua grazia non avessero creduto nella sua risurrezione. E questo come avverrebbe, se avessero ignorato la sua futura venuta nella carne, né in forza di questa fede fossero vissuti nella giustizia e nella pietà? Infatti se l'incarnazione del Cristo non avesse giovato ad essi per la ragione che non era avvenuta ancora, non gioverebbe nemmeno a noi il giudizio del Cristo sui vivi e sui morti, perché non è ancora avvenuto. Se al contrario in forza della fede in questo giudizio non ancora avvenuto, ma venturo, noi staremo alla destra del Cristo, certamente quei giusti sono membra del Cristo in forza della fede nella sua incarnazione, non ancora avvenuta per quei tempi, ma ventura.

Ai giusti dell'Antico Testamento fu rivelata l'umanità del Redentore.

27. 32. Non dobbiamo credere infatti che ai giusti dell'antichità abbia giovato solamente la divinità del Cristo che esisteva da sempre e non anche la rivelazione della sua umanità che non esisteva ancora. L'affermazione di Gesù Signore: Abramo bramò di vedere il mio giorno e lo vide e se ne rallegrò 74, se Gesù ha voluto che come suo giorno s'intendesse il suo tempo, rende certamente testimonianza ad Abramo che egli era pieno di fede nella sua incarnazione. È infatti secondo la sua incarnazione che Gesù ha il suo tempo, e invece la sua divinità trascende ogni tempo, perché è per mezzo di essa che sono stati creati tutti i tempi. Se poi qualcuno crederà di dover intendere l'affermazione di Gesù del giorno eterno che non va a finire nel domani e non è preceduto dal giorno ieri, ossia dell'eternità stessa nella quale Gesù è coeterno al Padre, come avrebbe potuto Abramo avere veramente una tale brama, se non avesse conosciuto la futura mortalità di colui del quale cercava di vedere l'eternità? Poniamo infine l'ipotesi che qualcuno limiti il senso delle parole di Gesù dicendo che la sua affermazione: Abramo cercò il mio giorno, non si deve intendere se non così: Cercò me, che sono il giorno che non passa, ossia la luce indefettibile, presso a poco come quando diciamo: La vita del Figlio, della quale parla il Vangelo affermando: Ha concesso anche al Figlio di avere la vita in se stesso 75, non intendiamo separare il Figlio e la sua vita come due realtà diverse, ma intendiamo come vita lo stesso e medesimo Figlio che ha detto: Io sono la via, la verità, la vita 76, e del quale si è detto: Egli è il vero Dio e la vita eterna 77. Si dice cioè che Abramo desiderò di vedere la divinità del Cristo pari a quella del Padre senza nulla presapere della sua incarnazione, come l'hanno cercato anche alcuni filosofi che non seppero nulla della sua carne. Ma contro questa ipotesi io faccio osservare che c'è anche la pagina dove Abramo comandò al suo servo di mettergli la mano sotto il femore e di giurare per il Dio del cielo 78, e domando: sarà mai possibile a qualcuno dare di questo episodio un'interpretazione giusta che possa fare a meno di supporre in Abramo la consapevolezza che la carne nella quale si sarebbe incarnato il Dio del cielo discendeva da lui stesso?

L'importanza della umanità nel Redentore.

28. 33. Alla carne e al sangue del Dio del cielo rese una testimonianza notissima ai fedeli cristiani anche Melchisedech, quando benedì lo stesso Abramo 79, tanto che molto tempo dopo si diceva nei Salmi al Cristo ciò che, pur essendo un evento non ancora venuto, ma ancora venturo, cantava tuttavia la sola e medesima fede anche dei padri, che è la nostra fede: Tu sei sacerdote per sempre al modo di Melchisedech 80. Per coloro che trovano la morte in Adamo giova appunto il Cristo perché è il Mediatore per la vita. Ma non è il Mediatore in virtù della divinità nella quale è uguale al Padre: per essa infatti anch'egli dista da noi quanto il Padre, e come ci sarà mediazione dove la distanza rimane la stessa? Perciò l'Apostolo non dice: Un solo Mediatore tra Dio e gli uomini, il Cristo Gesù, ma dice: l'uomo Cristo Gesù 81. Mediatore dunque in forza di ciò che lo fa uomo : inferiore al Padre in forza di ciò che lo fa più vicino a noi, superiore a noi in forza di ciò che lo fa più vicino al Padre. Si dice lo stesso con maggiore esplicitezza così: inferiore al Padre perché in condizione di servo 82, superiore a noi perché senza macchia di peccato.

Tutti gli uomini hanno bisogno di Gesù.

29. 34. Chiunque pertanto sostiene che la natura umana in qualsiasi epoca non ha bisogno del secondo Adamo come medico, perché non è stata viziata nel primo Adamo, risulta con evidenza di prove nemico della grazia di Dio, non in una qualche questione nella quale si può dubitare o errare, pur rimanendo salva la fede, ma nella stessa regola della fede che ci fa cristiani. Ora, perché mai la natura umana dei tempi antichi si loda da costoro come meno viziata in quell'epoca dai cattivi costumi? Non tengono conto che gli uomini erano allora sommersi da così grandi e quasi intollerabili peccati che, ad eccezione di un solo uomo di Dio, della sua moglie, di tre suoi figli e di altrettante nuore, per giusto giudizio di Dio fu distrutto dal diluvio tutto il mondo, come dopo dal fuoco la piccola regione di Sodoma 83? Da quando dunque a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, e così ha raggiunto tutti gli uomini, che tutti hanno peccato in lui 84, con certezza l'intera massa di perdizione divenne possesso del perditore. Nessuno pertanto, nessuno assolutamente, è stato liberato o è liberato o sarà liberato dalle mani del perditore se non in forza della grazia del Redentore.

Il precetto della circoncisione.

30. 35. E veramente la Scrittura non dice con esplicitezza se prima di Abramo i giusti o i loro bambini ricevessero il segno d'un qualche sacramento corporale e visibile. Lo stesso Abramo tuttavia ricevé il segno della circoncisione quale sigillo della giustizia derivante dalla fede 85. E lo ricevé così da essergli comandato di circoncidere nel futuro anche tutti bambini della propria casa ancora freschissimi dal parto materno nell'ottavo giorno della loro nascita. Così anche questi bambini, che non potevano credere ancora con il loro cuore per ottenere la giustizia 86, dovevano tuttavia prendere il sigillo della giustizia derivante dalla fede. Ciò fu ordinato con tanto rigore che Dio voleva cancellata dal suo popolo l'anima del bambino che non fosse stato circonciso nell'ottavo giorno 87. Se si cerca la giustizia di questa pena tanto orribile, non salterà, frantumata dal contraccolpo, ogni argomentazione di costoro, per quanto si voglia argomentosa, sul libero arbitrio e sulla lodevole sanità e purità della natura? Infatti che male, vi prego di dirmi, ha commesso di propria volontà un bambino, perché a causa d'un altro che si comporta negligentemente e non lo circoncide, debba essere condannato lui personalmente con una condanna tanto severa che sia radiata la sua anima dal suo popolo? E il rigore minacciato non si limita alla morte temporale, poiché allora si diceva a proposito dei giusti quando morivano: Si è riunito al suo popolo 88, o: Si è ricongiunto ai suoi padri 89, con la certezza che nessuna prova ormai fa più temere a nessuno d'esser separato dal suo popolo, se il suo popolo è lo stesso popolo di Dio.

La pena per l'omissione della circoncisione.

31. 36. Come si spiega dunque una condanna così grave senza nessuna colpa di volontà propria? Non è vero infatti ciò che opinano alcuni seguendo i platonici: all'anima di ciascun bambino si retribuisce quello che ha fatto di sua volontà anteriormente alla vita terrena, perché prima di questo corpo aveva il libero arbitrio per vivere o bene o male. Al contrario l'apostolo Paolo dice con molta chiarezza che quelli che non sono ancora nati non hanno compiuto nulla di bene o di male 90. Da dove viene dunque la giustizia di quella pena di perdizione per un bambino se non dal fatto che egli appartiene alla massa di perdizione e dal fatto che ogni uomo nato da Adamo s'intende giustamente condannato a causa dell'obbligazione dell'antico debito, se non è stato liberato da quell'obbligazione, non in forza di un debito da parte di Dio, ma in forza di una sua grazia? E in forza di quale grazia se non della grazia di Dio per Gesù Cristo nostro Signore 91? E certamente Gesù è stato profetato, tra gli altri antichi sacramenti, anche dalla stessa circoncisione carnale. Infatti il giorno ottavo nel succedersi delle settimane è il giorno del Signore, quello in cui il Signore è risorto; e la pietra era il Cristo 92: di qui il coltello della circoncisione è di pietra 93 e la carne del prepuzio è il corpo del peccato.

Gesù, l'unico uomo senza colpa, immolato per la salvezza degli altri uomini, tutti peccatori.

32. 37. Mutati dunque i sacramenti dopo la venuta di colui che essi indicavano venturo, ma non mutato tuttavia l'aiuto dei Mediatore - il quale anche prima di venire nella carne liberava nell'antichità le sue membra con la fede nella sua incarnazione 94 -, anche noi, morti per i nostri peccati e per l'incirconcisione della nostra carne, siamo risorti con il Cristo, nel quale abbiamo ricevuto non una circoncisione fatta da mano d'uomo 95, ma la circoncisione prefigurata da quella fatta da mano d'uomo. Essa ha distrutto il corpo del peccato 96 con il quale siamo nati da Adamo. È il discendere da una fonte condannata ciò che ci condanna, se non veniamo mondati dalla carne somigliante alla carne del peccato, nella quale fu mandato senza il peccato colui che a partire dal peccato 97 doveva tuttavia condannare il peccato, essendo stato trattato da peccato in nostro favore. A questo proposito l'Apostolo dice: Vi supplichiamo in nome del Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio 98. Dio dunque, con cui per lui veniamo riconciliati, ha trattato Gesù come peccato per il nostro bene, cioè come sacrificio che meritasse a noi la remissione dei nostri peccati: si chiamano peccati i sacrifici per i peccati. E in realtà è stato immolato per i nostri peccati lui che personalmente non aveva nessun vizio, il solo tra gli uomini ad essere nelle condizioni che si ricercavano allora anche negli animali, con l'intuizione simbolica dell'arrivo futuro di lui, unico senza vizio, a sanare i vizi. Quindi in qualunque giorno dalla sua nascita un bambino venga battezzato nel Cristo, è come se fosse circonciso nell'ottavo giorno, perché è circonciso in colui che risorse, sì, nel terzo giorno dalla crocifissione, ma nell'ottavo giorno della settimana. Si circoncide poi il bambino per spogliarlo del corpo di carne 99, cioè per sdebitarlo con la grazia della rigenerazione spirituale del debito contratto con il contagio della generazione carnale. Nessuno infatti è mondo da macchia - da quale macchia, prego, se non del peccato? -, nemmeno un bambino la cui vita sia di un giorno solo sopra la terra 100.

Il peccato originale non compromette la bontà naturale né dell'uomo, né del matrimonio.

33. 38. Ma ecco come argomentano e che cosa domandano costoro: " Sono dunque un male le nozze e non è opera di Dio l'uomo generato dalle nozze? ". Come se il bene delle nozze sia il morbo della concupiscenza, immersi nel quale coloro che non conoscono Dio amano le loro mogli, e l'Apostolo lo proibisce 101, e non piuttosto la pudicizia coniugale, per cui la libidine della carne viene incanalata agli usi buoni di procreare ordinatamente dei figli; oppure come se l'uomo possa essere altra cosa che opera di Dio, tanto quando è procreato dal matrimonio, come quando è procreato dalla fornicazione o dall'adulterio. Ma nella questione nostra attuale, dove si chiede non a che cosa sia necessario il Creatore, bensì a chi sia necessario il Salvatore, occorre guardare non a ciò che di buono c'è nella procreazione naturale, ma a ciò che di male c'è nel peccato dal quale è certo che è stata viziata la natura. Ora, si propagano ambedue insieme: e la natura e il vizio della natura; ma buona è la natura e cattivo il vizio. La natura si riceve dalla generosità del Creatore, il vizio si trae dalla origine della condanna: la natura ha per causa la buona volontà del sommo Dio, il vizio la cattiva volontà del primo uomo: il bene della natura addita Dio come autore della creatura, il vizio della natura addita Dio come punitore della disobbedienza, e infine lo stesso e medesimo Cristo per creare il bene della natura ha fatto l'uomo e per sanare il vizio della natura si è fatto uomo 102.

La bontà del matrimonio.

34. 39. Un bene sono dunque le nozze in tutti gli elementi che sono propri delle nozze. Questi elementi sono tre: l'intenzione di generare, la casta fedeltà, il carattere sacramentale del connubio. Per l'intenzione di generare è scritto: Desidero che le più giovani si risposino, abbiano figli, governino la loro casa 103. Per la casta fedeltà: La moglie non è arbitra del proprio corpo, ma lo è il marito; allo stesso modo anche il marito non è arbitro del proprio corpo, ma lo è la moglie 104. Per il carattere sacramentale del connubio: Quello che Dio ha congiunto l'uomo non lo separi 105. Sulle nozze ricordiamo d'aver detto abbastanza con l'aiuto di Dio in altri nostri libri che voi conoscete. Per tutti questi beni il matrimonio sia rispettato da tutti e il talamo sia senza macchia 106. Nella misura in cui le nozze sono buone, nella stessa misura esse convertono in un bene grandissimo anche il male della libidine, perché della libidine non si serve bene la libidine, ma la ragione. La libidine poi, come si rammarica l'Apostolo, sta in quella legge delle membra disobbedienti che muove guerra alla legge della mente. La ragione invece che usa bene della libidine sta nel cuore stesso della legge delle nozze. Perché, se non si potesse ricavare nessun bene dal male, nemmeno Dio creerebbe un uomo da una unione adulterina. Ad esempio il male condannabile dell'adulterio, pur quando da esso nasce un uomo, non s'imputa a Dio, perché è certamente un'opera buona quella che fa Dio stesso nell'opera cattiva degli uomini. Orbene ciò che di vergognoso c'è nella disobbedienza di quelle membra, della quale arrossirono i primi uomini che si coprirono dopo il peccato le medesime membra con foglie di fico 107, non è alle nozze che si addebita, in ordine alle quali l'unione coniugale non è soltanto lecita, ma anche utile e onesta. Si addebita invece al peccato della disobbedienza che fu seguito da questa pena: l'uomo disobbediente a Dio sentisse a sua volta la disobbedienza delle sue membra contro lui stesso. E l'uomo, vergognandosi di esse perché non si movevano più ad arbitrio della sua volontà, ma a capriccio della libidine, come se questo fosse diventato il loro proprio arbitrio, procurò di coprirsi quelle membra che giudicò vergognose. Certamente non fu dell'opera di Dio che l'uomo ebbe da rimanere confuso e in nessun modo avrebbero procurato vergogna all'umana creatura gli organi che al Creatore parve bene di dovere mettere nella sua struttura. Pertanto né a Dio, né all'uomo dispiaceva quella nudità semplice, quando non c'era nulla di cui arrossire perché non c'era stato ancora nulla da punire.

Le nozze nello stato d'innocenza.

35. 40. Sarebbero esistite senza dubbio in seguito le nozze, anche se non ci fosse stato in precedenza il peccato, perché non fu per altro scopo che in aiuto di Adamo fu fatta una donna, invece d'un altro uomo. E quelle parole di Dio: Crescete e moltiplicatevi 108 non furono una predizione di peccati da condannare, ma una benedizione di fecondità concessa alle nozze. Dio infatti con queste sue ineffabili parole, cioè con le divine " ragioni ", viventi nella verità della sua Sapienza, mediante la quale sono state fatte tutte le cose, immise nei primi uomini la forza " seminale ". Se però il peccato non avesse fatto decadere la natura dal suo stato, lungi da noi il pensare che le nozze nel paradiso sarebbero state tali da comportare che in esse gli organi genitali per seminare la prole fossero mossi, non da un cenno della volontà, come i piedi per camminare, le mani per lavorare, la lingua per parlare, ma dal bollore della libidine. Né l'integrità verginale era guastata, come avviene adesso, per la concezione del feto, dalla violenza di un torbido ardore, ma obbediva al comando di una carità tranquillissima. E come non c'era il gemito della madre nel partorire, allo stesso modo non c'era né dolore, né sangue della vergine nell'unione. La ragione per cui non si crede in queste verità è che nella condizione dell'attuale mortalità ne manca l'esperienza. La natura appunto, cambiata in peggio dal vizio, non trova più un esempio di quella prima purezza. Ma noi stiamo parlando a fedeli che sanno credere alla parola di Dio anche senza ricorrere ad esempi che diano l'esperienza della verità. Come potrei mostrare adesso un uomo fatto dalla polvere senza concorso di genitori e una moglie fatta per lui dal suo fianco 109? E tuttavia la fede crede in quello che ormai l'occhio non vede.

Lo stato attuale delle nozze è una conseguenza del peccato.

36. 41. Così dunque non sono adesso dimostrabili e la tranquillità di quelle prime nozze senza passione di libidine e il muoversi dei genitali, alla pari delle altre membra, non sotto l'eccitazione di uno sfrenato calore, ma ad arbitrio della volontà - tali sarebbero perseverate le nozze, se non fosse intervenuto l'obbrobrio del peccato -. Però si hanno tutte le ragioni per crederle, date le testimonianze scritte con l'avallo dell'autorità divina. Adesso infatti non trovo nessuno che pratichi l'atto coniugale senza il prurito della libidine, come non trovo nessuna donna che partorisca senza dolori e gemiti, nessuno che nasca senza la morte nel suo avvenire. E nondimeno non ci sarebbero stati, secondo la verità delle Scritture sante, i gemiti della donna nel parto, né la morte d'ogni uomo che nasce, se prima non ci fosse stato il peccato. Ugualmente sarebbe mancato anche ciò di cui arrossirono coloro che si coprirono quelle membra, perché nelle medesime Lettere sante anche questo è una conseguenza del peccato. Se appunto un muoversi non dignitoso di quelle membra non le avesse fatte avvertire ai loro occhi -certo non chiusi, ma nemmeno aperti, ossia non intenti a guardare quelle parti - Adamo ed Eva non avrebbero sentito nel loro corpo, fatto senza dubbio tutto lodevole da Dio, nulla di vergognoso da dover coprire; perché, se non ci fosse stato prima l'orrore che la disobbedienza ebbe l'ardire di commettere, non sarebbe seguito il disonore che la convenienza voleva nascondere.

Il bene delle nozze e il male della concupiscenza carnale.

37. 42. È chiaro dunque: non è da imputarsi alle nozze quel male senza la cui esistenza rimarrebbe ugualmente l'esistenza delle nozze. Cotesto male non toglie il bene delle nozze, ma dalle nozze è volto ad un buon uso anche cotesto male. Siccome però per l'attuale condizione dei mortali adesso l'unione coniugale e la libidine sono ormai unite tra loro nelle medesime funzioni, per questo avviene che, quando si biasima la libidine, credano che si biasimi anche la lecita e onesta congiunzione coniugale coloro che non vogliono o non sanno tenerle distinte. Né avvertono che da una parte c'è il bene delle nozze, del quale si inorgogliscono le nozze, ossia la prole, la pudicizia e il sacramento, mentre dall'altra parte non c'è il male delle nozze, ma il male della concupiscenza carnale, del quale arrossiscono anche le nozze. Ma poiché senza questo male non si può ottenere il bene delle nozze, cioè la propagazione dei figli, quando si viene a quest'operazione si cercano luoghi segreti, si escludono testimoni, si evita perfino la presenza degli stessi figli, se ce ne sono già stati, quando per la loro età cominciano già a sentire queste cose: e così si lascia compiere alle nozze ciò che è lecito in modo però che non trascurino di celare ciò che è sconveniente. Da qui dipende che anche i bambini, benché incapaci di peccare, non nascano tuttavia senza il contagio del peccato: non dipende da ciò che è lecito, ma da ciò che è sconveniente. Infatti da ciò che è lecito nasce la natura, da ciò che è sconveniente nasce il vizio. Della natura che nasce è autore Dio, il quale ha creato l'uomo e ha congiunto con diritto nuziale il maschio e la femmina; del vizio è invece autore l'astuzia del diavolo seduttore e la volontà dell'uomo consenziente.

L'uso del matrimonio lecito, se è ragionevole.

38. 43. E qui Dio, con l'uomo che peccò volontariamente, non fece altro che condannarlo giustamente insieme alla sua stirpe, e perciò anche quanto non era ancora nato nell'umanità fu a ragione condannato nella sua radice prevaricatrice. E ciò che tiene l'uomo in questa stirpe condannata è la generazione carnale, e da essa lo libera soltanto la rigenerazione spirituale. Quindi ai genitori che sono stati rigenerati, a patto tuttavia che abbiano perseverato nella medesima grazia della rigenerazione, certamente, a motivo della remissione dei peccati che è stata fatta in loro, non nuocerà la concupiscenza carnale. Nuocerà invece se l'usano male, non solo in tutte le depravazioni illecite, ma anche nelle stesse nozze, quando non attendono a procreare figli per la volontà di propagare il genere umano, ma si asserviscono a saziare la concupiscenza per la voluttà di sfogare la lascivia. La possibilità di saziare la concupiscenza la consente l'Apostolo ai mariti e alle mogli, perché evitino le fornicazioni e non si astengano tra loro se non di comune accordo e temporaneamente per dedicarsi alla preghiera: la consente per venia e non per comando 110. È senz'altro evidente che mentre concede la venia denunzia la colpa. Ma l'atto coniugale, che anche le tavole matrimoniali indicano destinato alla procreazione dei figli, è buono per se stesso in senso assoluto e non solo in confronto alla fornicazione. E sebbene, per questo corpo di morte che non è stato rinnovato ancora dalla risurrezione, l'atto coniugale non si possa fare senza un certo sommovimento bestiale che fa arrossire la natura umana, tuttavia il congiungimento non è peccato in se stesso, quando la ragione usa la libidine per il bene e non si lascia superare da essa a fare il male.

Gli effetti del battesimo in tutto il loro arco temporale ed eterno.

39. 44. Nuocerebbe questa concupiscenza della carne anche con il solo fatto della sua presenza in noi, se la remissione dei peccati non giovasse tanto da far sì che la concupiscenza, la quale si trova in ogni uomo, e nato e rinato, possa nel nato esistere e nuocere, nel rinato invece possa esistere, sì, ma nuocere no. Nuoce infatti tanto ai nati la concupiscenza che ad essi se non rinascono non può giovare a nulla l'essere nati da genitori rinati. Il vizio dell'origine resta così nella prole da renderla colpevole, anche quando il reato del medesimo vizio è già stato lavato nel genitore dalla remissione dei peccati, e resterà fino a quando tutto quel vizio, a cui si consente peccaminosamente, non sarà fatto scomparire completamente dalla rigenerazione finale, cioè dal rinnovamento della carne stessa, che è promessa nella sua futura risurrezione, dove non solo non faremo più peccati, ma non avremo più nemmeno desideri viziosi che possano diventare oggetto di consensi peccaminosi. E a tale beata perfezione si giunge per la grazia di questo santo lavacro che si dà in questa vita. È infatti per merito della stessa rigenerazione dello spirito, la quale ci fa rimettere ora tutti i peccati passati, che avverrà anche la rigenerazione della carne per la vita eterna: rigenerazione che guarirà i fomiti di tutti i peccati nella carne stessa, la quale risorgerà incorruttibile. Ma tale sanità per ora è stata fatta nella speranza e non si gode nella realtà, né si possiede ora la sua presenza, ma si attende con pazienza.

40. 44. E perciò il medesimo lavacro del battesimo espurga da noi ogni genere di peccati: non solo tutti quelli che si rimettono adesso nel battesimo e dei quali ci rendiamo rei quando acconsentiamo a desideri viziosi e passiamo a peccare, ma anche gli stessi desideri viziosi che con la loro presenza non comportano in noi nessun reato di colpa se non consentiamo ad essi e che cesseranno assolutamente di esistere, non in questa vita, ma nell'altra.

Anche i figli dei battezzati hanno bisogno del battesimo.

40. 45. Pertanto il reato di quel vizio di cui stiamo parlando rimarrà nella prole dei genitori rigenerati, fino a quando non sia lavato anche nella prole dal lavacro della rigenerazione. Un rigenerato infatti non rigenera i figli della carne, ma li genera, e conseguentemente non trasmette in loro quello che egli è da rigenerato, bensì quello che egli è da generato. Così dunque, sia un infedele ancora reo, sia un fedele già libero, ambedue ugualmente, non generano figli liberi, ma figli ancora rei, alla stessa maniera che non solo i semi di oleastro, ma anche i semi d'olivo non generano olivi, bensì oleastri. È pertanto la prima nascita a tenere l'uomo nella condanna e non lo libera dalla condanna se non la seconda nascita. Lo tiene dunque il diavolo, lo libera il Cristo. Lo tiene l'ingannatore di Eva, lo libera il Figlio di Maria. Lo tiene colui che agganciò il marito attraverso la moglie, lo libera colui che nacque da una moglie che non fu violata dal marito. Lo tiene colui che provocò nella donna l'insorgenza della libidine, lo libera colui che fu concepito da una donna senza il concorso della libidine. Tutti gli uomini in blocco poté tenere il diavolo a causa di uno solo, né ci libera dalla sua tirannia se non quel solo che non poté tenere. Infine gli stessi sacramenti della Chiesa, che essa celebra con l'autorità d'una tradizione tanto antica che costoro, sebbene stimino che siano amministrati ai bambini più simulatamente che sinceramente, tuttavia non ardiscono respingerli con aperta disapprovazione, gli stessi sacramenti della santa Chiesa, dicevo, indicano sufficientemente che i bambini, anche di recentissimo parto, sono liberati dalla schiavitù del diavolo per mezzo della grazia del Cristo. A parte infatti che si battezzano in remissione dei peccati non con un sacramento falso, ma sincero, anche all'inizio del rito vengono esorcizzati e si soffia via il potere dell'avversario, al quale essi pure con le parole di coloro che li portano rispondono di rinunziare. Con tutti questi riti, che sono segni sacri ed evidenti di realtà occulte, si mostra che i bambini passano dalla pessima schiavitù del diavolo all'ottima libertà del Redentore il quale, assunta per noi la nostra debolezza, ha legato il forte per portargli via i vasi preziosi 111, perché la debolezza di Dio ha più forza non solo degli uomini 112, ma anche degli angeli. Dio pertanto, liberando i piccoli e i grandi, offre visibilmente negli uni e negli altri il compimento di quello che la Verità ha detto per mezzo dell'Apostolo. Dio infatti non ha liberato dal potere delle tenebre e trasferito nel regno del suo Figlio diletto 113 soltanto coloro che sono maggiori di età, ma anche i piccoli.

La natura umana viene assoggettata al diavolo per società di peccato.

40. 46. Nessuno si meravigli e chieda: Perché mai la bontà di Dio crea gli uomini dei quali s'impossessa la malvagità del diavolo? La risposta è che quanto Dio elargisce ai semi delle sue creature proviene da quella stessa bontà con la quale fa pure sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi e fa scendere la pioggia sui giusti e sugli ingiusti 114. Con questa bontà benedisse appunto anche gli stessi semi o benedicendoli li creò, e tale benedizione non l'ha fatta perdere alla natura lodevole la colpa biasimevole. La quale, sebbene per l'intervento della giustizia punitiva di Dio sia valsa a far nascere gli uomini con il vizio del peccato originale, non è valsa tuttavia ad impedire agli uomini di nascere. Così come negli stessi uomini maggiori di età i vizi dei peccati di qualsiasi genere non strappano l'uomo all'uomo, ma in tutte le opere cattive degli empi, per quanto siano gravi, rimane sempre l'opera buona di Dio. Infatti, benché l'uomo che si comporta da stolto e non rispetta la propria dignità venga paragonato alle bestie e divenga simile ad esse 115, non diviene tuttavia simile alle bestie a tal punto da essere una bestia. È paragonato alla bestia per il vizio e non per la natura, ed è paragonato non al vizio della bestia ma alla natura della bestia. È infatti di tanta eccellenza l'uomo a confronto con la bestia che ciò che è vizio nell'uomo è natura nella bestia, senza tuttavia che per questo la natura dell'uomo si converta nella natura della bestia. Perciò Dio condanna l'uomo per il vizio che offende la dignità della sua natura, non per la natura che non si estingue mai nel vizio. Ma quanto alle bestie, lungi da noi il pensare che esse siano soggette alla pena della condanna: è giusto che sia risparmiata ad esse l'infelicità, non essendo capaci nemmeno di partecipare alla felicità. Che c'è dunque d'assurdo o d'ingiusto nel fatto che l'uomo sia assoggettato allo spirito immondo, non a causa della sua natura, ma a causa della sua immondezza, la quale, venendo non dall'opera di Dio, ma dalla volontà umana, è stata contratta dall'uomo nella macchia d'origine, dal momento che lo stesso spirito immondo è buono perché spirito e cattivo perché immondo? È appunto spirito per l'opera di Dio, è immondo per la propria volontà. Pertanto la natura più forte, cioè la natura angelica, tiene soggetta, per complicità nel vizio, la natura più debole, cioè la natura umana. Ed è per questo che il Mediatore, più forte degli angeli, si è fatto debole per salvare gli uomini: così la superbia dell'oppressore è distrutta dall'umiltà del Redentore, perché colui che vanta la sua fortezza angelica sui figli dell'uomo sia vinto dal Figlio di Dio con la debolezza umana che ha fatta sua.

Testi di S. Ambrogio sul peccato originale.

41. 47. Ma, arrivati ormai a concludere anche questo libro, crediamo opportuno far parlare il vescovo di Dio Ambrogio, del quale soprattutto, tra gli scrittori ecclesiastici di lingua latina, Pelagio esalta l'integerrima fede. Come l'abbiamo fatto nei riguardi della grazia, così facciamolo rispondere alla calunniosa loquacità di costoro anche sul peccato originale, la cui distruzione è per la grazia stessa il vanto più glorioso. Nel suo libro La Risurrezione sant'Ambrogio dice: " In Adamo sono caduto, in Adamo sono stato cacciato via dal paradiso, in Adamo sono morto. Dio non mi richiama, se non mi ritrova in Adamo: come nel primo uomo ho dovuto soggiacere alla colpa e subire la morte, così è nel Cristo che sono stato giustificato". Similmente scrivendo contro i novaziani dice: " Noi uomini nasciamo tutti sotto il peccato, perché la stessa nostra origine è nel vizio, come dice Davide: Ecco, nella colpa sono stato generato e nel peccato mi ha concepito mia madre 116. Perciò la carne di Paolo era corpo di morte, come lo chiama egli stesso: Chi mi libererà dal corpo di questa morte? 117 Ma la carne del Cristo condannò il peccato, che non conobbe nel nascere e crocifisse nel morire, perché nella nostra carne dove prima c'era l'immondizia a causa della colpa, ci fosse la giustizia a causa della grazia " 118. Lo stesso dice nel suo Commento al profeta Isaia parlando del Cristo: " Egli, come uomo, fu tentato in tutto e a somiglianza degli uomini ebbe da sopportare ogni specie di sofferenze, ma, in quanto nato dallo Spirito, si tenne lontano dal peccato 119. Ogni uomo infatti è mendace 120 e nessuno è senza peccato all'infuori dell'unico Dio. È legge dunque che nessuno apparisca immune dal peccato, se nasce dall'uomo e dalla donna, ossia dall'unione dei loro corpi. Colui che poi è immune dal peccato, è pure esente da tale concezione ". Ugualmente nel suo Commento al Vangelo di Luca dice: " Non una fecondazione da parte dell'uomo violò l'intimità della vulva della Vergine, ma un seme immacolato immise lo Spirito Santo in quel seno inviolabile. L'unico infatti tra i nati di donna ad essere totalmente santo fu il Signore Gesù. Per la novità d'un parto immacolato egli non sentì il contagio della corruzione terrena e lo escluse con la sua maestà celeste " 121.

La dottrina di Pelagio è contraria a quella di S. Ambrogio.

41. 48. Tuttavia Pelagio contraddice a questi testi dell'uomo di Dio, che pur ha lodato con tanto entusiasmo, e scrive: " Noi nasciamo senza vizio, come nasciamo senza virtù ". Che resta allora? O condanni Pelagio cotesto suo errore o si penta d'aver lodato Ambrogio in questa maniera. Ma poiché il beato Ambrogio fa queste affermazioni secondo la fede cattolica, da vescovo cattolico, segue che Pelagio, sviato dalla via di questa fede, rimane giustamente condannato con il suo discepolo Celestio dall'autorità della Chiesa cattolica, a meno che non si penta, non d'aver lodato Ambrogio, ma d'aver sentito contro la fede di Ambrogio. So che voi leggete con avidità insaziabile tutti i libri che si scrivono per edificare o per confermare la fede, ma questo libro, per quanto sia utile a tale scopo, deve pur avere fine ormai una buona volta.