LA GRAZIA DI CRISTO E IL PECCATO ORIGINALE

Libro primo

LA GRAZIA DI CRISTO

Dedica di questa opera ad Albina, Piniano e Melania.

1. 1. Quanto goda della vostra salute corporale e principalmente della vostra salute spirituale, o fratelli sincerissimi amati da Dio, Albina, Piniano e Melania, essendomi impossibile dirlo, lo lascio pensare e credere a voi, per poter subito parlare piuttosto delle questioni sulle quali mi avete consultato. Poiché era prossima la partenza del messaggero, ho dettato, come ho potuto e come Dio si è degnato concedermi, queste pagine in mezzo alle nostre occupazioni, molto più fitte qui a Cartagine che in tutti gli altri luoghi.

Ambiguità di Pelagio.

2. 2. Mi avete informato d'esservi adoperati con Pelagio perché condannasse per scritto tutti gli errori di cui è accusato e che ha risposto davanti a voi: "Anatematizzo chi pensa o dice che la grazia di Dio, in virtù della quale il Cristo è venuto in questo mondo per salvare i peccatori 1, non è necessaria non solo nelle singole ore o nei singoli momenti, ma anche per le nostre singole azioni; e coloro che tentano di eliminare la grazia finiscano nelle pene eterne". Chiunque ascolta queste parole ignorando il senso che Pelagio con sufficiente evidenza ha espresso nei suoi libri, non in quelli che dice essergli stati sottratti prima di poterli correggere o in quelli che nega assolutamente essere suoi, ma in quelli che ricorda nella sua lettera mandata a Roma, crede senz'altro che il suo pensiero collimi con il pensiero della verità. Chi invece sta attento a ciò che Pelagio dice più esplicitamente in quei libri, deve ritenere sospette anche coteste sue parole. Infatti, sebbene faccia consistere nella sola remissione dei peccati la grazia di Dio, in virtù della quale il Cristo è venuto nel mondo a salvare i peccatori, può aggiustare la sua dichiarazione di sopra ai limiti della remissione dei peccati dicendo: la grazia è necessaria nelle singole ore, nei singoli momenti e per le nostre singole azioni, perché, tenendo noi sempre in mente e richiamandoci alla memoria che ci sono stati rimessi i peccati, non dobbiamo peccare ulteriormente, aiutati non dalla somministrazione di un qualche potere, ma dalle sole forze della nostra propria volontà memore nelle singole azioni di quanto le è stato elargito con la remissione dei peccati. Similmente poiché i pelagiani sono soliti dire che il Cristo ci ha prestato il suo aiuto a non peccare per il fatto che ci ha lasciato un bell'esempio vivendo egli stesso con giustizia ed insegnando con giustizia, possono aggiustare la dichiarazione di sopra anche ai limiti dell'esemplarità di Gesù e dire che nei singoli momenti e per le singole nostre azioni è necessaria a noi una grazia siffatta, quella cioè di saper guardare in ogni nostro comportamento al comportamento esemplare del Signore. Si accorge benissimo la vostra fede quanto sia da distinguere questo riconoscimento della grazia da parte di Pelagio dal riconoscimento della grazia sul quale verte la questione. Eppure può esser coperta la differenza dall'ambiguità di coteste parole.

Pelagio dimostra di credere ancora a quello che sembrava aver condannato.

3. 3. Ma che c'è da meravigliarsi? Lo stesso Pelagio, dopo aver condannato negli Atti episcopali 2 senza nessuna esitazione quanti dicono che la grazia di Dio e il suo aiuto non si dà per le nostre singole azioni, ma consiste nel libero arbitrio o nella legge o nella dottrina - e qui noi credevamo che fossero finite su questo punto tutte le sue tergiversazioni -; dopo aver condannato altresì quanti insegnano che la grazia di Dio si dà secondo i nostri meriti, nonostante tutto questo, nei libri che ha poi pubblicati In difesa del libero arbitrio e ha ricordati nella lettera indirizzata a Roma, non dimostra di credere in nient'altro che in quello che sembrava aver condannato. Infatti fa consistere la grazia di Dio e il suo aiuto, che ci aiuta a non peccare, o nella natura e nel libero arbitrio o nella legge e nella dottrina: nel senso cioè che l'aiuto di Dio all'uomo perché stia lontano dal male e faccia il bene 3 si deve credere che consista nel fatto che Dio rivela e indica all'uomo ciò che deve fare, non nel fatto che Dio cooperi altresì con l'uomo e gli metta nell'animo l'amore necessario per fare ciò che ha conosciuto di dover fare.

Potere, volere, fare.

3. 4. Stabilisce e distingue tre fattori necessari perché si adempiano i comandamenti di Dio: la possibilità, la volontà, l'attività. La possibilità per cui l'uomo può essere giusto, la volontà con cui l'uomo vuol essere giusto, l'attività nella quale l'uomo è giusto. Del primo di questi tre elementi, cioè della possibilità, dice che è stata concessa dal Creatore alla nostra natura: non è in nostro potere, ma la possediamo anche contro la nostra volontà. Degli altri due elementi, cioè della volontà e dell'attività, dice che sono nostri e li riconosce così a noi da farli provenire solamente da noi. Spiega inoltre che dalla grazia di Dio non sono aiutati i due fattori che vuole esclusivamente nostri, cioè la volontà e l'attività, ma è aiutato dalla grazia di Dio il fattore che non è in nostro potere e ci proviene da Dio, cioè la possibilità. Come se i fattori che sono nostri, ossia la volontà e l'attività, fossero tanto forti per tener lontano il male e fare il bene da non aver bisogno dell'aiuto divino, e viceversa il fattore che ci proviene da Dio, ossia la possibilità, fosse debole e dovesse esser sempre aiutato dall'aiuto della grazia 4.

Le parole stesse di Pelagio.

4. 5. Ma perché qualcuno non dica forse che o noi non intendiamo bene come parla Pelagio o travolgiamo maliziosamente le sue parole in un altro senso nel quale non sono state dette, state ora a sentire le sue stesse parole. Dice: " Noi distinguiamo così questi tre fattori e li disponiamo come distribuiti in questo determinato ordine. Al primo posto mettiamo il potere, al secondo il volere, al terzo l'essere. Collochiamo il potere nella natura, il volere nell'arbitrio, l'essere nell'attività. Il primo, cioè il potere, appartiene propriamente a Dio che l'ha concesso alla sua creatura, gli altri due invece, il volere e l'essere, sono da riportarsi all'uomo, perché discendono dalla fonte dell'arbitrio. Dunque nel volere il bene e nel fare il bene c'è il merito dell'uomo, anzi e dell'uomo e di Dio il quale ha dato la possibilità del volere stesso e del fare e aiuta sempre con il soccorso della sua grazia tale possibilità. Al contrario la possibilità che l'uomo ha di volere il bene e di fare il bene è dono di Dio soltanto. Può dunque esistere la possibilità da sola senza gli altri due fattori, questi invece non possono sussistere senza la possibilità. Io pertanto sono libero di non avere né la buona volontà né la buona attività, non posso invece in nessun modo non avere la possibilità del bene: essa risiede in me anche contro la mia volontà e in questo la natura non viene mai meno a se stessa. Alcuni esempi ci renderanno più chiara l'idea. Poter vedere con gli occhi non è merito nostro, vedere invece bene o vedere male è affar nostro. La possibilità che abbiamo di parlare è dono di Dio; ma parlare bene o male è affar nostro. E per abbracciare tutto in blocco, la possibilità che abbiamo riguardo ad ogni bene di farlo, di dirlo, di pensarlo è di colui che ci ha donato questa possibilità e aiuta questa possibilità; al contrario fare bene o parlare bene o pensare bene è affar nostro, perché possiamo volgere anche al male tutte queste nostre scelte. Quando perciò noi, e per la vostra calunnia dobbiamo ripeterlo spesso, diciamo che l'uomo può essere senza peccato, noi allora, con il riconoscimento della possibilità che abbiamo ricevuta, lodiamo Dio che ci ha elargito questa possibilità. Né c'è nessuna ragione di lodare l'uomo qui dove si tratta soltanto di Dio: non si parla infatti del volere, né dell'essere, ma unicamente di ciò che può essere " 5.

Pelagio contro S. Paolo.

5. 6. Ecco, questo è tutto il dogma di Pelagio diligentemente enunziato con le stesse sue parole nel terzo libro della sua opera In difesa del libero arbitrio. Con tanta sottigliezza ha curato di distinguere questi tre elementi, prima il potere, poi il volere, terzo l'essere, cioè la possibilità, la volontà, l'attività, che ogni volta ci càpiti di leggere o di ascoltare che egli riconosce l'aiuto della grazia divina per allontanarci dal male e fare il bene 6, sia quando ripone l'aiuto nella legge e nella dottrina, sia quando lo ripone dove gli piace, noi sappiamo già quello che dice, né ci sbagliamo intendendo diversamente il suo pensiero. Dobbiamo sapere appunto che egli crede che né la nostra volontà, né la nostra attività sono aiutate dall'aiuto divino, ma è aiutata unicamente la nostra possibilità di volere e di agire, la quale dei tre fattori è la sola che secondo lui riceviamo da Dio: come se questo fattore che Dio stesso ha posto nella nostra natura fosse infermo e gli altri invece che Pelagio vuole nostri fossero così sani e forti e autosufficienti da non aver bisogno di alcun aiuto divino. Perciò Dio non ci aiuta a volere, non ci aiuta ad agire, ma ci aiuta solamente ad avere la possibilità di volere e di agire. Al contrario l'Apostolo dice: Attendete alla vostra salvezza con timore e tremore 7. E perché i fedeli si sapessero aiutati da Dio non soltanto nel poter operare - l'avevano infatti già ricevuto per mezzo della natura e della dottrina -, ma anche nel fatto stesso di operare, non dice: È Dio che suscita in voi il potere, come se il volere e l'operare li avessero già da se stessi e non abbisognassero in questi due fattori dell'aiuto di Dio, ma dice: È Dio che suscita in voi il volere e il compiere 8, o come si legge in altri codici specialmente greci: il volere e l'operare. Vedete voi se l'Apostolo non ha previsto molto tempo prima per mezzo dello Spirito Santo i futuri avversari della grazia di Dio e non ha detto che è Dio a suscitare in noi questi due fattori, cioè il volere e l'operare, che Pelagio ha voluti così nostri, come se non fossero aiutati in se stessi dall'aiuto della grazia divina.

Agostino smaschera Pelagio.

6. 7. Né Pelagio inganni gli incauti e i semplici o anche se stesso per il fatto che dopo aver detto: " Nel volere dunque il bene e nel fare il bene c'è il merito dell'uomo " si è quasi corretto ed ha aggiunto: " Anzi e dell'uomo e di Dio ". Egli infatti non lo dice volendo far intendere che secondo la sana dottrina Dio suscita in noi il volere e l'operare, ma in che senso lo dica l'ha indicato ben evidentemente soggiungendo subito: " Il quale ha dato la possibilità del volere stesso e del fare ". Che poi tale possibilità egli la riponga nella natura è chiaro dalle sue parole precedenti. Ma perché non sembrasse che non aveva detto nulla della grazia, ha continuato dichiarando: " E aiuta sempre con la sua grazia tale possibilità ". Non dice: Aiuta la stessa volontà o la stessa attività. Se lo dicesse, non dimostrerebbe avversione alla dottrina dell'Apostolo. Ma dice: " Tale possibilità ", cioè quel fattore che dei tre ha riposto nella natura, " aiuta sempre con il soccorso della sua grazia ". Ne segue che la ragione per cui nel volere e nel fare c'è il merito e di Dio e dell'uomo non è secondo Pelagio il fatto che l'uomo vuole in quanto è Dio che ispira nella sua volontà l'ardore dell'amore, e parimenti il fatto che l'uomo opera non è perché coopera con lui Dio - e senza l'aiuto di Dio che sarebbe mai l'uomo? -; ma la ragione per cui Pelagio ha aggiunto al merito dell'uomo anche il merito di Dio è perché se non esistesse la natura, nella quale Dio ci ha creati perché con essa potessimo volere ed agire, non vorremmo né agiremmo.

Pelagio ripone la grazia divina nella legge e nella dottrina.

6. 8. Quanto poi al riconoscimento da parte di Pelagio che la possibilità naturale è aiutata dalla grazia di Dio, non è chiaro in questo testo né quale sia la grazia di cui parla, né in quale misura ritenga che da essa sia aiutata la natura, ma, come si può capire in altri passi dove parla con più evidenza, vuole che s'intenda che ad aiutare la possibilità naturale non sia nient'altro che la legge e la dottrina.

7. 8. Infatti dice in un suo testo: " Qui i più ignoranti degli uomini credono che noi rechiamo offesa alla grazia divina perché diciamo che essa senza la nostra volontà non porta in nessun modo alla perfezione in noi la santità, come se Dio avesse comandato qualcosa alla sua grazia e non somministrasse anche l'aiuto della sua grazia a quelli ai quali ha comandato qualcosa, perché gli uomini possano adempiere più facilmente per mezzo della grazia ciò che è comandato ad essi di fare per mezzo del libero arbitrio " 9. E come sul punto di spiegare di quale grazia parli, ha di seguito aggiunto: " E noi riconosciamo che la grazia non sta solo nella legge, come tu pensi di noi, ma anche nell'aiuto di Dio ". Chi a questo punto non desidererebbe che egli indichi quale grazia vuole che s'intenda? Per questo in modo particolare da lui dobbiamo aspettare che si voglia spiegare quando dice di non riporre la grazia unicamente nella legge. Ma mentre ce ne stiamo sospesi in quest'attesa, guardate che cosa ha soggiunto: " Dio infatti ci aiuta con la sua dottrina e con la sua rivelazione quando apre gli occhi del nostro cuore, quando ci mostra i beni futuri perché non c'ingombrino i beni presenti, quando sventa le insidie del diavolo, quando ci illumina con il dono multiforme ed ineffabile della grazia celeste ". Poi, concludendo la sua sentenza con una specie d'autogiustificazione, domanda: " Ti sembra che neghi la grazia di Dio chi dice così? O non confessa e il libero arbitrio dell'uomo e la grazia di Dio? ". In tutto questo testo non si è discostato dal fare l'elogio della legge e della dottrina, inculcando diligentemente che la legge e la dottrina sono la grazia adiuvante di Dio e rispettando ciò che si era proposto nel dire: " Ma noi riconosciamo che la grazia sta anche nell'aiuto di Dio ". Poi ha creduto di dover insinuare l'aiuto di Dio sotto molteplici aspetti ricordando la dottrina e la rivelazione, l'aprire gli occhi del cuore, l'indicazione dei beni futuri, il mandare a vuoto le insidie diaboliche, la nostra illuminazione con il dono multiforme ed ineffabile della grazia celeste: tutto questo serve appunto a che noi impariamo i comandamenti di Dio e le sue promesse. Questo è dunque riporre la grazia di Dio nella legge e nella dottrina.

La legge senza la grazia.

8. 9. Da qui dunque apparisce che Pelagio riconosce come grazia quella con la quale Dio mostra e rivela che cosa dobbiamo fare, non quella con la quale Dio ci dona di fare e ci aiuta a fare. Ora, la cognizione della legge, se manca la cooperazione della grazia, vale piuttosto a far sì che ci sia la trasgressione del comandamento. Dice infatti l'Apostolo: Dove non c'è legge, non c'è nemmeno trasgressione 10, e: Non avrei conosciuto la concupiscenza, se la legge non avesse detto: Non desiderare 11. Sono quindi tanto diverse tra loro la legge e la grazia, che la legge, se la grazia non ci aiuta, non solo non giova a nulla, ma anzi ci nuoce moltissimo, e l'utilità della legge si manifesta in questo: tutti quelli che essa fa rei di trasgressione li costringe a ricorrere alla grazia per esser liberati e anche aiutati a vincere le cattive concupiscenze. La legge infatti più che aiutare comanda, diagnostica il male, non lo guarisce, anzi il male che essa non guarisce piuttosto lo acuisce, perché si cerchi più attentamente e più sollecitamente la medicina della grazia. Tanto che è scritto: La lettera uccide, lo Spirito dà vita 12. Se fosse stata data una legge capace di conferire la vita, la giustificazione scaturirebbe davvero dalla legge 13. Tuttavia, perché anche la legge presta un suo aiuto, l'Apostolo aggiunge: La Scrittura invece ha rinchiuso ogni cosa sotto il peccato, perché ai credenti la promessa venisse data in virtù della fede in Gesù Cristo. Così la legge è per noi come un pedagogo che ci ha condotti a Gesù Cristo 14. Ai superbi dunque lo stesso esser rinchiusi sotto il peccato più strettamente e più manifestamente è utile, perché nel fare la giustizia non presumano delle forze del libero arbitrio come se fossero forze proprie di esso, ma sia chiusa ogni bocca e tutto il mondo sia riconosciuto colpevole di fronte a Dio. Infatti in virtù delle opere della legge nessun uomo sarà giustificato davanti a lui, perché per mezzo della legge si ha solo la conoscenza del peccato. Ora invece, indipendentemente dalla legge si è manifestata la giustizia di Dio, testimoniata dalla legge e dai profeti 15. Ma come si è manifestata indipendentemente dalla legge, se è testimoniata dalla legge? Dunque la giustizia non si è manifestata senza la legge, però non dipende dalla legge perché è la giustizia di Dio, cioè la giustizia che non viene a noi dalla legge, ma da Dio, non la giustizia che è oggetto di timore attraverso la conoscenza di un Dio che comanda, ma la giustizia che è oggetto di possesso attraverso l'amore di un Dio che dona, perché chi si vanta, si vanti nel Signore 16.

Pelagio non riesce a coprirsi.

9. 10. Che senso ha infatti che costui reputi la legge e la dottrina una grazia dalla quale siamo aiutati a operare la giustizia, quando la legge e la dottrina, per molto che ci aiuti, ci aiuta al massimo perché si cerchi la grazia? Nessuno può adempiere la legge per mezzo della legge. Infatti pieno adempimento della legge è l'amore 17. L'amore di Dio però non è stato riversato nei nostri cuori per mezzo della legge, ma per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato 18. Perciò per mezzo della legge si addita la grazia, perché per mezzo della grazia si attui la legge. Che giova a Pelagio dire la medesima cosa con parole diverse per impedire di far capire che ripone nella legge e nella dottrina la grazia, dalla quale asserisce che è aiutata la possibilità della natura? Per quanto ne giudico io, egli teme di farsi capire, proprio perché ha condannato coloro che dicono che la grazia di Dio e il suo aiuto non si dà per le nostre singole azioni, ma consiste nel libero arbitrio e nella legge e nella dottrina. E tuttavia egli crede di riuscire a nascondersi, girando e rigirando in tutti i versi il concetto di legge e di dottrina.

La grazia è più della dottrina.

10. 11. In un altro passo, dopo essersi dilungato nell'asserire che a fare in noi la buona volontà non è l'aiuto di Dio, ma siamo noi stessi, affronta l'obiezione che gli nasce dalla lettera dell'Apostolo e dice: " Come si giustificherà allora l'affermazione: È Dio che suscita in voi il volere e l'operare 19? ". Poi per fare vista di sciogliere quest'obiezione che sentiva molto forte contro il suo dogma soggiunge: " Dio suscita in noi la volontà di ciò che è buono e la volontà di ciò che è santo in tre modi: primo, perché con la grandezza della gloria futura e con la promessa dei premi infiamma noi che siamo dediti ai desideri terreni e affezionati unicamente ai beni terreni e guisa d'animali muti; secondo, perché mediante la rivelazione della sapienza sommove la nostra volontà indolente al desiderio di Dio; terzo, perché - e tu non temi di negarlo altrove - ci persuade di tutto ciò che è buono " 20. Che cosa potrebbe essere più manifesto di tutto questo per farci capire che Pelagio nient'altro che la legge e la dottrina dice esser la grazia con la quale Dio suscita in noi la volontà di ciò che è buono? È infatti nella legge e nella dottrina delle sante Scritture che si promette la grandezza della gloria futura e dei premi. Nella dottrina rientra pure che la sapienza si riveli, nella dottrina rientra che si persuada tutto ciò che è buono. Se poi tra insegnare e persuadere o meglio esortare sembra che ci sia qualche differenza, tuttavia anche persuadere è compreso nel termine generale di dottrina, che abbraccia qualsiasi forma di discorsi o di scritti: infatti anche le sante Scritture e insegnano ed esortano, e l'uomo altresì può operare nell'insegnare e nell'esortare. Ma noi vogliamo da Pelagio una buona volta il riconoscimento di quella grazia che non solo promette la grandezza della gloria futura, ma la fa pure credere e sperare; la grazia che non solo rivela la sapienza, ma la fa pure amare; la grazia che non fa solo opera suasiva per quanto è buono, ma fa anche opera persuasiva. Non di tutti infatti è la fede 21 tra coloro che ascoltano il Signore promettere per mezzo delle Scritture il regno dei cieli, o non con tutti riesce ad essere persuasiva l'opera suasiva che li invita ad andare da colui che dice: Venite a me, voi tutti che siete affaticati 22. Di quali poi sia la fede e quali siano quelli che si lasciano persuadere ad andare da lui, l'ha ben indicato lui stesso là dove dice: Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato 23. E poco dopo, parlando di coloro che non credevano, dichiara: Vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre mio 24. Questa è la grazia che Pelagio deve riconoscere, se vuole non solo chiamarsi cristiano, ma anche essere cristiano.

Senza la grazia non giovano nemmeno le più grandi rivelazioni.

11. 12. Che dire poi della rivelazione della sapienza? Nessuno potrà facilmente sperare di poter giungere in questa vita alla grandezza delle rivelazioni dell'apostolo Paolo, e in esse appunto che altro c'è da credere che gli fosse solitamente rivelato se non ciò che concerneva la sapienza? Eppure egli dice: Perché non montassi in superbia per la grandezza delle mie rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un messo di satana incaricato di schiaffeggiarmi. A causa di questo per ben tre volte ho pregato il Signore che l'allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: Ti basta la mia grazia: la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza 25. Al riparo da ogni dubbio, se già fin da quel momento la carità fosse stata nell'Apostolo somma e tale che nulla le fosse da aggiungere, se fosse stata una carità che non potesse gonfiarsi in nessun modo, sarebbe forse stato necessario un messo di satana che con i suoi schiaffi reprimesse il levarsi di Paolo in superbia, che gli poteva capitare nella grandezza delle rivelazioni? Che cos'è poi " levarsi in superbia " se non gonfiarsi? E della carità appunto è stato detto con tutta verità: La carità non è invidiosa, non si gonfia 26. Questa carità pertanto, anche in un Apostolo così grande, andava certamente aumentando di giorno in giorno, mentre si rinnovava in lui di giorno in giorno l'uomo interiore 27, ed era destinata la sua carità a diventare perfetta senza dubbio là dove non avrebbe più potuto gonfiarsi. Per il momento invece la mente dell'Apostolo era ancora in questa vita dove poteva gonfiarsi per la grandezza delle rivelazioni, fino a quando non si fosse riempita della solida struttura della carità: la sua corsa non era ancora arrivata a conquistare il premio, al quale si andava avvicinando sempre di più.

Chi non si confessa debole, non diventa forte.

12. 13. Perciò a Paolo che non voleva sopportare quel fastidio incaricato di reprimere il suo levarsi in superbia, prima che ci fosse in lui l'ultima e somma perfezione della carità si dice ottimamente: Ti basta la mia grazia: la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza 28. S'intende nella debolezza non della carne soltanto, come crede Pelagio, ma e della carne e dello spirito, perché anche l'animo di Paolo era debole a confronto di quella perfezione somma e al suo animo s'intendeva data la spina della carne, il messo di satana, perché non si levasse in superbia 29, sebbene a confronto con le persone carnali o animali che non comprendono ancora le cose dello Spirito di Dio 30 l'animo di Paolo fosse fortissimo. Se dunque la potenza divina si manifesta pienamente nella debolezza umana 31, chi non si riconosce debole, non arriva a manifestarsi pienamente forte della potenza divina. Questa grazia poi, per la quale la potenza divina si manifesta pienamente nella debolezza umana 32, è la grazia che conduce alla sommità della perfezione e alla glorificazione coloro che sono stati predestinati e chiamati secondo il disegno divino 33. E tale grazia ci procura non solo la conoscenza dei doveri da compiere, ma anche la forza di compiere i doveri conosciuti, né ci procura solo il dono di credere nei beni da amare, ma anche la forza d'amare i beni creduti.

Con la grazia Dio insegna meglio che con la dottrina.

13. 14. Se questa grazia si deve chiamare dottrina, si chiami pure così, ma in modo da credere che sia Dio a infonderla più profondamente e più interiormente con ineffabile soavità nell'animo umano, non solo attraverso l'opera di coloro che piantano e irrigano all'esterno, ma anche con il suo intervento diretto che dà occultamente il suo incremento 34, così che questa grazia non additi semplicemente la verità, ma somministri anche la carità. Dio infatti insegna a coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno 35 in modo da fare ad essi nello stesso tempo e il dono di sapere che cosa fare e il dono di fare ciò che sono venuti a sapere. Perciò l'Apostolo parla così ai Tessalonicesi: Riguardo all'amore fraterno, non avete bisogno che io ve ne scriva: voi stessi infatti avete imparato da Dio ad amarvi gli uni gli altri. E a prova che avevano imparato da Dio soggiunge: E questo voi fate verso tutti i fratelli nell'intera Macedonia 36. Come se il segno più certo che hai imparato da Dio sia questo: se fai ciò che hai imparato. In questo modo tutti coloro che sono stati chiamati secondo il disegno divino hanno imparato da Dio 37, com'è scritto nei profeti. Al contrario, chi conosce, sì, ciò che si deve fare, ma non lo fa, costui non ha ancora imparato da Dio secondo la grazia, ma solo secondo la legge, non ancora secondo lo Spirito, ma solo secondo la lettera. Sebbene sembri che molti facciano ciò che comanda la legge per timore della pena e non per amore della giustizia, e questa è la giustizia che l'Apostolo chiama la sua giustizia derivante dalla legge, come giustizia comandata e non data. Se invece è data, non si chiama giustizia nostra, ma giustizia di Dio, perché diventa nostra, ma venendoci da Dio. Scrive infatti: Per essere trovato nel Cristo non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Gesù, cioè con la giustizia che deriva da Dio 38. C'è dunque tanta distanza tra la legge e la grazia che, sebbene non si dubiti della provenienza della legge da Dio, tuttavia nel linguaggio di Paolo la giustizia che viene dalla legge non viene da Dio, ma viene da Dio la giustizia che ha il compimento per la grazia. Infatti giustizia derivante dalla legge si dice quella che Dio fa mediante la maledizione della legge, giustizia derivante da Dio si dice quella che è data mediante il beneficio della grazia, allo scopo che il comandamento di Dio non sia terribile, ma soave, come si prega nel salmo: Soave sei tu, o Signore: nella tua soavità insegnami i tuoi decreti: 39 cioè ti prego che io non sia costretto a vivere servilmente sotto la legge per paura della pena, ma goda la gioia di vivere con la legge per libera carità. Osserva appunto la legge liberamente chi l'osserva volentieri. E chi impara in questo modo fa sempre e perfettamente tutto quello che gli è stato insegnato di fare.

L'insegnamento del Padre mediante la grazia illustrato da Gesù.

14. 15. Relativamente a questo modo d'insegnare da parte di Dio anche il Signore dice: Chiunque ha udito il Padre mio e ha imparato da lui, viene a me 40. Dunque di chi non viene non si può dire con esattezza: Ha udito, sì, e ha imparato di dover venire, ma non vuol fare ciò che gli è stato insegnato. Non è assolutamente esatto dirlo del modo d'insegnare di Dio per mezzo della grazia. Se infatti, come dichiara la Verità, chiunque ha imparato viene, vuol dire che se non viene non ha certamente nemmeno imparato. Chi non vede poi che ciascuno viene e non viene in forza dell'arbitrio della sua volontà? Ma questo arbitrio rimane da solo nel caso che l'uditore non vada al Signore; non può fare a meno invece d'essere aiutato l'uditore che va al Signore, e aiutato così che non solo conosca che cosa fare, ma anche faccia ciò che è venuto a conoscere. Pertanto quando Dio insegna non per mezzo della lettera della legge, ma per mezzo della grazia dello Spirito, insegna in tal modo che chiunque ha imparato non solo veda con l'intelligenza ciò che gli è stato insegnato, ma anche lo brami! con la volontà e lo compia perfettamente con l'attività. E da questo modo divino d'insegnare ricevono aiuto anche lo stesso volere e lo stesso agire, non solamente la possibilità naturale di volere e di agire. Se infatti questa grazia fosse d'aiuto soltanto al nostro potere, il Signore direbbe così: Chiunque ha udito il Padre e ha imparato, può venire a me. Invece non dice così, ma dice: Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Pelagio ripone nella natura il poter venire o anche, come ha cominciato a dire adesso, lo ripone nella grazia, qualunque sia l'opinione che ha di essa: " Dalla quale, dice, è aiutata la stessa possibilità " 41; il venire invece dipende già dalla volontà e dall'attività. Ma non ne segue che, chi può venire, venga di fatto, se in realtà non lo vuole e non lo fa. Al contrario chi ha imparato dal Padre, non solo può venire, ma viene, e qui ci sono insieme già tutti e tre i fattori: il vantaggio della possibilità, l'affetto della volontà, l'effetto dell'attività.

La critica degli esempi che Pelagio porta per illustrare la sua dottrina.

15. 16. A che servono dunque i suoi esempi se non a renderci davvero più chiaro, come ha promesso, il suo pensiero? Non perché noi dobbiamo condividere le sue idee, ma perché veniamo a conoscerle più manifestamente e più esplicitamente. Egli scrive: " Poter vedere con gli occhi non è merito nostro, vedere invece bene o vedere male è affar nostro " 42. Gli risponda il salmo dove si dice a Dio: Distogli, o Dio, i miei occhi dal vedere le cose vane 43. Anche se è detto degli occhi della mente, è proprio da lì che proviene agli occhi della carne di vedere bene o male. Non nel senso in cui si dice che vedono bene quelli che hanno gli occhi sani e vedono male quelli che li hanno malati, ma vedere bene per sovvenire e vedere male per desiderare. Sebbene infatti vediamo per mezzo di questi occhi esterni tanto il povero cui si presta assistenza, quanto la donna che si fa oggetto di concupiscenza, tuttavia è dagli occhi interiori che proviene la pietà o la sensualità a vedere bene o male. Perché dunque si direbbe a Dio: Distogli i miei occhi dal vedere le cose vane? Perché, se Dio non viene in aiuto della nostra volontà, si domanda a lui quello che appartiene alla nostra possibilità?

Continua la critica.

16. 17. Scrive Pelagio: " La possibilità che abbiamo di parlare è dono di Dio, ma parlare bene o male è affar nostro " 44. Non insegna così Gesù che parla bene: Non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi 45. Scrive Pelagio: " E per abbracciare tutto in blocco, il potere che abbiamo riguardo ad ogni bene di farlo, di dirlo, di pensarlo è di colui che ci ha donato questo potere ed aiuta questo potere" 46. Ecco che anche qui ripete il pensiero di prima: dei tre elementi, cioè possibilità, volontà, attività, unicamente la possibilità viene aiutata. E aggiunge a completamento del suo pensiero: "Al contrario, fare bene o parlare bene o pensare bene è merito nostro " 47. Si è dimenticato di quella sua specie di correzione apportata più sopra, dove, dopo aver detto: " Nel volere dunque il bene e nel fare il bene c'è il merito dell'uomo ", aveva aggiunto: " Anzi e dell'uomo e di Dio, il quale ha dato la possibilità del volere stesso e del fare " 48. Perché non se n'è ricordato anche in questi esempi per dire almeno alla fine: il potere che abbiamo riguardo ad ogni bene di farlo, di dirlo, di pensarlo è di colui che ci ha donato questo potere e aiuta questo potere; al contrario, fare bene o parlare bene o pensare bene è merito nostro e di Dio? Non l'ha detto, ma io mi avvedo di vedere, se non sbaglio, che cosa l'ha intimorito.

Dio si deve lodare del bene che facciamo, non si deve accusare del male che facciamo.

17. 18. Infatti, volendo spiegare come sia merito nostro dice: " Perché possiamo volgere anche al male tutte queste nostre scelte " 49. Ebbe dunque paura di dire che è merito e nostro e di Dio, perché non gli si rispondesse: Se fare bene, parlare bene, pensare bene è merito e nostro e di Dio, perché egli ha dato a noi questo potere, allora è merito e nostro e di Dio anche se facciamo male, se parliamo male, se pensiamo male, perché Dio ci ha dato quel potere per ambedue le scelte, e in tal modo verrebbe fuori un'assurda conseguenza: come nelle opere buone siamo lodati assieme a Dio, così siamo incolpati assieme a Dio nelle opere cattive. La possibilità infatti che egli ci ha data ci dà di poter fare tanto il bene quanto il male.

Il bene e il male non provengono dalla stessa radice.

18. 19. Di tale possibilità Pelagio nel primo libro del suo In difesa del libero arbitrio parla così: "Ora, abbiamo da Dio la possibilità innata di ambedue le scelte, quasi, per così dire, una radice fruttifera e feconda, che per volontà della creatura umana generi e produca frutti diversi e che a seconda dell'arbitrio del proprio coltivatore possa o splendere dei fiori delle virtù o coprirsi delle spine dei vizi" 50. Qui, senza intuire quello che dice, stabilisce una sola e medesima radice dei beni e dei mali, in contraddizione con la verità evangelica e con la dottrina apostolica. Infatti da una parte il Signore dice che né un albero buono può fare frutti cattivi, né un albero cattivo frutti buoni 51, dall'altra l'apostolo Paolo, quando afferma che la radice di tutti i mali è la cupidità 52, ci ricorda certamente di sottintendere la carità come radice di tutti i beni. Perciò se i due alberi, buono e cattivo, sono due uomini, buono e cattivo, che cos'è l'uomo buono se non l'uomo di buona volontà, cioè un albero dalla radice buona? E che cos'è l'uomo cattivo se non l'uomo di cattiva volontà, cioè un albero dalla radice cattiva? I frutti poi di queste radici e di questi alberi sono le azioni, sono le parole, sono i pensieri: quelli buoni provengono dalla volontà buona, quelli cattivi dalla volontà cattiva.

L'uomo con la grazia è un albero buono, l'uomo senza la grazia è un albero cattivo.

19. 20. Ma a fare buono l'albero è l'uomo, quando accoglie la grazia di Dio. Non è infatti da se stesso che l'uomo si fa buono da cattivo, ma diventa buono per iniziativa di Dio e per mezzo di Dio e per unione a Dio che è sempre buono. E non solo per essere un albero buono, ma anche per fare buoni frutti è necessario all'uomo d'essere aiutato dalla medesima grazia, senza la quale non può fare alcunché di buono. Alla produzione dei frutti coopera appunto negli alberi buoni Dio stesso che all'esterno irriga e coltiva per mezzo di ogni suo ministro e all'interno dona da sé la crescita 53. Al contrario, è l'uomo che fa cattivo l'albero, quando fa cattivo se stesso, quando si distacca dal Bene immutabile: è questo distacco da Dio che dà origine appunto alla volontà cattiva. Tale distacco non inizia un'altra natura cattiva, ma vizia quella che è stata creata buona. Risanato però quel vizio, non rimane più nessun male, perché nella natura c'era, sì, il vizio, ma il vizio non era la natura.

Radice del bene è nell'uomo la carità, radice del male la cupidità.

20. 21. Non è dunque vero che quella possibilità sia, come pensa Pelagio, una sola e medesima radice dei beni e dei mali 54. Altra cosa è infatti la carità radice dei beni, altra cosa la cupidità radice dei mali e differiscono tanto tra loro quanto la virtù e il vizio. Ma certamente quella possibilità è capace di contenere ambedue le radici, perché l'uomo può avere non solo la carità per essere con essa un albero buono, ma può avere anche la cupidità per essere con essa un albero cattivo. Ora, la cupidità dell'uomo, che è un vizio, ha per suo autore o l'uomo o l'ingannatore dell'uomo, ma non il Creatore dell'uomo. La cupidità stessa è infatti la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi, la superbia della vita, che non viene dal Padre, ma dal mondo 55. Chi ignora poi che la Scrittura è solita chiamare con il nome di mondo coloro che abitano questo mondo?

La carità che è anche la buona volontà ci viene da Dio e non da noi.

21. 22. Al contrario la carità che è una virtù viene a noi da Dio e non da noi, attestandolo la Scrittura che dice: L'amore è da Dio: chi ama è generato da Dio e conosce Dio, perché Dio è amore 56. Meglio in riferimento a questa carità s'intende detto: Chiunque è nato da Dio non commette peccato 57 e non lo può commettere 58. Perché la carità, per la quale è generato da Dio, non agisce sconsideratamente e non pensa al male 59. Perciò quando l'uomo pecca, non pecca secondo la carità, ma secondo la cupidità per la quale non è generato da Dio. Infatti quella possibilità, come si è detto, è capace di ambedue le radici. Poiché dunque la Scrittura afferma che l'amore è da Dio 60 o ancora di più che Dio è amore 61, e poiché l'apostolo Giovanni esclama assai apertamente: Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo veramente 62, come mai Pelagio, pur sentendo dire che Dio è amore, insiste tanto nel sostenere che di quei tre fattori noi riceviamo da Dio esclusivamente la possibilità e abbiamo da noi invece la buona volontà e la buona attività? Come se la buona volontà fosse una cosa diversa dalla carità che la Scrittura proclama venirci da Dio e data a noi dal Padre perché fossimo suoi figli.

Contraddizione di Pelagio.

22. 23. Ma forse saranno i nostri meriti precedenti a farci ricevere il dono dell'amore, come Pelagio pensa della grazia di Dio in quel libro che mandò ad una vergine consacrata e di cui fece cenno anche nella lettera inviata a Roma 63. In esso infatti, dopo aver riferito il testo dell'apostolo Giacomo: Sottomettetevi a Dio, resistete al diavolo ed egli fuggirà da voi 64, lo commenta così: " Spiega come dobbiamo resistere al diavolo. Stando sottomessi a Dio e facendo la sua volontà meritiamo la grazia divina e con l'aiuto dello Spirito Santo resistiamo più facilmente allo spirito cattivo " 65. Ecco con quale sincerità egli ha condannato nel giudizio ecclesiastico palestinese quanti dicono che la grazia di Dio si dà secondo i nostri meriti! Possiamo dubitare ancora che questo sia il suo pensiero e il suo esplicitissimo insegnamento? Come dunque fu sincera quella sua confessione nell'interrogatorio episcopale? Aveva già scritto forse questo libro, dove dice nel modo più aperto che la grazia divina si dà secondo i nostri meriti: ciò che nel Sinodo palestinese ha condannato senza opporre nessun rifiuto? Confesserebbe allora d'aver ritenuto così antecedentemente, ma di non ritenerlo più adesso, e godremmo pubblicamente della sua correzione. Al contrario, essendogli stata contestata in quell'occasione anche questo tra gli altri errori, rispose: " Se queste affermazioni siano di Celestio lo vedano coloro stessi che gliele attribuiscono. Quanto a me, io non ho ritenuto mai così, ma anatematizzo coloro che ritengono così ". Come non l'ha ritenuto mai, se aveva già scritto questo libro? O come anatematizza coloro che lo ritengono, se questo libro l'ha scritto dopo?

Pelagio sottomette al merito dell'uomo la grazia di Dio.

22. 24. Ma non vorrei che rispondesse d'aver detto: " Facendo la volontà di Dio meritiamo la grazia divina " nel modo in cui ai fedeli e a coloro che vivono piamente si aggiunge altra grazia, perché con essa resistano fortemente al tentatore, pur avendo già precedentemente ricevuto la grazia per poter fare la volontà di Dio. Perché non dia dunque eventualmente questa risposta, sentite altre sue parole sul medesimo argomento: " Chi corre al Signore e desidera essere governato da lui, ossia lega la sua volontà alla volontà di Dio, e chi aderendo a Dio continuamente diventa un solo spirito con lui 66, secondo le parole dell'Apostolo, non fa tutto questo se non in forza della libertà dell'arbitrio " 67. Vedete quale grande risultato fa dipendere dalla libertà dell'arbitrio. Pelagio quindi pensa che noi senza l'aiuto di Dio aderiamo a Dio. Questo significano le sue parole: " Se non in forza della libertà dell'arbitrio ". E questo importa che dopo aver aderito a Dio senza bisogno del suo aiuto, allora, proprio perché abbiamo aderito a lui, meritiamo finalmente anche il suo aiuto.

23. 24. Prosegue infatti a dire: " Chi usa bene di essa ", cioè chi usa bene della libertà dell'arbitrio, " si consegna così totalmente a Dio e mortifica così ogni sua volontà da poter dire con l'Apostolo: Non sono più io che vivo, ma il Cristo vive in me 68, e pone il suo cuore nelle mani di Dio perché lo volga dove vuole " 69. Grande aiuto certamente della grazia divina quello con il quale Dio volge dove vuole il nostro cuore! Ma questo così grande aiuto noi allora lo meritiamo, come fantastica Pelagio, quando senza nessun aiuto divino e solo in forza della libertà dell'arbitrio corriamo al Signore, desideriamo d'essere governati da lui, leghiamo alla sua la nostra volontà e aderendo costantemente a lui diventiamo un solo spirito con lui 70. Cioè questi benefici così ingenti non li otteniamo secondo Pelagio se non in forza della libertà dell'arbitrio e per questi nostri meriti antecedenti conseguiamo tanta grazia di Dio che egli volga dove vuole il nostro cuore. In che modo dunque è grazia, se non viene data gratis? In che modo è grazia, se viene pagata per debito? In che modo sarebbe vero allora quello che dice l'Apostolo: Non viene da voi, ma è dono di Dio, né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene 71; e ancora: Se lo è per grazia, non lo è per le opere, altrimenti la grazia non sarebbe più grazia 72? In che modo, dico, è vero tutto questo, se precedono opere tanto grandi da dare a noi il merito di ricevere la grazia, per il quale merito la grazia non ci è regalata gratuitamente, ma pagata debitamente? È forse vero dunque che per giungere ad avere l'aiuto di Dio si corre a Dio senza bisogno del suo aiuto, e per essere aiutati da Dio quando aderiamo già a lui, siamo in grado di aderire a Dio senza bisogno del suo aiuto? Quale altro bene più grande o uguale potrà prestare all'uomo la grazia stessa, se già senza di essa e solo in forza della libertà dell'arbitrio l'uomo è potuto diventare un solo spirito con il Signore 73?

Agostino confuta Pelagio con l'episodio di Assuero.

24. 25. Vorrei però che Pelagio dicesse qualcosa su quel re d'Assiria di cui quella santa donna di Ester aborriva il letto 74, quando, era assiso sul trono del suo regno, vestito del manto della sua gloria, tutto scintillante d'oro e di pietre preziose, terribilissimo in volto. Levò la faccia, fiammeggiante di splendore, a guardare Ester, come un toro nell'impeto del suo furore, tanto che la regina ebbe paura, mutò di colore, svenne e dovette appoggiarsi sulla spalla di un'ancella che la precedeva 75. Vorrei dunque che costui ci dicesse se quel re era già corso al Signore, se aveva già desiderato d'essere governato da lui, se aveva già legato la sua volontà alla volontà di Dio, se aderendo costantemente a lui era già diventato un solo spirito con lui 76, unicamente in forza della libertà dell'arbitrio, se si era già affidato totalmente a Dio e aveva mortificato ogni sua volontà e posto il suo cuore nelle mani di Dio. Chi giudica così di quel re come era allora, non credo che sia uno sciocco, ma un pazzo: e, ciò nonostante, Dio convertì lo sdegno di Assuero in dolcezza 77. Ora, chi non vede che è un'operazione molto più grande cambiare lo sdegno facendolo passare all'opposto, in dolcezza, che inclinare il cuore a qualcosa, quando non è attaccato a nulla per partito preso, ma equidistante dalle parti opposte? Leggano dunque e comprendano, lo capiscano e lo riconoscano: non con la legge e la dottrina che risuona dal di fuori, ma con un intervento interno ed occulto, mirabile ed ineffabile, Dio non fa negli animi degli uomini solamente delle rivelazioni perché conoscano la verità, ma opera altresì per far buone le loro volontà.

La grazia non s'identifica con il nostro potere naturale, ma è una forza aggiunta che investe il volere e il fare.

25. 26. La smetta dunque ormai Pelagio d'ingannare se stesso e gli altri discorrendo contro la grazia di Dio. La grazia di Dio verso di noi non si deve predicare solamente per uno solo di quei tre fattori, ossia per la possibilità di volere il bene e di fare il bene, ma anche per la volontà buona e per l'attività buona. Pelagio dichiara infatti che tale possibilità vale per ambedue le scelte, e tuttavia non sono da attribuirsi per questo a Dio anche i nostri peccati, come solo per la medesima possibilità gli vuole attribuire le nostre opere buone. Non per questo si deve celebrare l'aiuto così grande della grazia divina, perché aiuta la possibilità naturale. La smetta Pelagio di dire: " Il potere che abbiamo riguardo ad ogni bene di farlo, di dirlo, di pensarlo, è di colui che ci ha donato questo potere e aiuta questo potere. Al contrario fare bene o parlare bene o pensare bene è merito nostro " 78. La smetta, ripeto, di dire questo. Dio infatti non solo ci ha donato il nostro potere e lo aiuta, ma anche suscita in noi il volere e l'operare 79. Non nel senso che non siamo noi a volere e non siamo noi a operare, ma perché senza il suo aiuto né vogliamo né facciamo alcunché di buono. Come si può dire: " Il potere che noi abbiamo di fare il bene è di Dio, ma fare il bene è merito nostro " 80, quando l'Apostolo dice che pregava Dio per quelli a cui scriveva perché non facessero nulla di male e facessero il bene? Non dice infatti: Preghiamo perché non possiate fare alcun male, ma dice: Perché non facciate alcun male. Non dice: Perché possiate fare il bene, ma: Perché facciate il bene 81. Coloro infatti dei quali è scritto: Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio 82, certamente perché facciano il bene sono guidati da colui che è il Bene. Come può dire Pelagio: " Il potere che abbiamo di parlare bene è di Dio, che parliamo bene è merito nostro ", mentre il Signore dice: È lo Spirito del Padre vostro che parla in voi 83? E infatti non dice: Non siete stati voi a darvi il potere di parlare bene, ma dice: Non siete voi a parlare. Né dice: È lo Spirito del Padre vostro che a voi dà o ha dato il potere di parlare bene, ma dice: Che parla in voi, non indicando il vantaggio della possibilità, ma esprimendo l'effetto di una nostra attività concorde con quella di Dio. Come può dire quell'esaltato assertore del libero arbitrio: " Il potere che abbiamo di pensare bene è di Dio, ma pensare bene è merito nostro"? Gli risponde quell'umile predicatore della grazia: Non che da noi stessi siamo capaci di pensare qualcosa come proveniente da noi, ma la nostra capacità viene da Dio 84. Non dice: " Poter pensare", ma: Pensare.

Non vale il bene, dove manca la carità, che è grazia.

26. 27. Questo tipo di grazia divina, manifesto nella parola di Dio, lo riconosca manifestamente anche Pelagio e non copra con un pudore spudoratissimo che per tanto tempo ha nutrito idee contrarie a questa dottrina, ma lo scopra con un dolore salutarissimo, perché la Chiesa santa non sia turbata dalla sua ostinazione pervicace, ma sia allietata dalla sua correzione verace. Distingua come si devono distinguere, la cognizione e l'amore: La scienza gonfia, la carità edifica 85. Ed è quando la carità edifica che la scienza non gonfia più. Ed essendo ambedue doni di Dio, ma uno minore e l'altro maggiore, non esalti così la nostra giustizia al di sopra della lode che è dovuta al nostro Giustificatore, eviti cioè di attribuire il minore di questi due doni all'aiuto divino e di usurpare il dono maggiore per l'arbitrio umano. E se accorderà che è dalla grazia di Dio che noi riceviamo la carità, eviti di pensare che alcuni buoni meriti da parte nostra abbiano preceduto il dono della carità. Quali meriti buoni potevamo avere quando non amavamo Dio? Fu appunto per ricevere l'amore con il quale amare Dio che siamo stati amati da Dio quando non avevamo ancora il suo amore. Lo dice in forma tanto chiara l'apostolo Giovanni: Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi 86, e anche: Noi amiamo, perché egli ci ha amati per primo 87. Affermazione davvero ottima e verissima! Non avremmo infatti l'amore per amarlo, se non lo ricevessimo da lui che ce lo dona amandoci per primo. Che bene poi faremmo se non amassimo? O come ci è possibile non fare il bene se amiamo? Benché infatti sembri talvolta che i comandamenti di Dio siano osservati non da gente che ama, ma da gente che teme, tuttavia dove manca l'amore nessun'opera si accredita come buona, né è giusto che si chiami opera buona, perché tutto ciò che non viene dalla fede è peccato 88, e la fede opera per amore 89. E quindi chi vuole riconoscere veracemente la grazia di Dio, che riversa nei nostri cuori l'amore di Dio per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato 90, la riconosca così da non dubitare che senza di essa non si può fare assolutamente nulla di buono che riguardi la pietà e la vera giustizia. Non si comporti come Pelagio, il quale, dicendo che " la ragione per cui si dà la grazia è che si adempia più facilmente ciò che Dio comanda " 91, mostra abbastanza chiaramente quale sia il suo pensiero sulla grazia: anche senza di essa, sebbene meno facilmente, si può fare tuttavia ciò che Dio comanda.

Secondo Pelagio la grazia è utile, ma non necessaria.

27. 28. Svela appunto con certezza il suo pensiero nel libro già ricordato 92 che egli indirizzò ad una vergine consacrata, quando dice: " Cerchiamo di meritare la grazia divina e più facilmente con l'aiuto dello Spirito Santo resisteremo allo spirito cattivo " 93. Perché mai ha inserito questa espressione " più facilmente "? Non era completo il senso delle parole: " Con l'aiuto dello Spirito Santo resisteremo allo spirito cattivo "? Ma chi non riuscirebbe a capire quanto danno abbia fatto con quell'aggiunta? Volendo evidentemente dare ad intendere che le forze della natura, che egli danneggia esaltandole, sono così grandi che, sebbene meno facilmente, si può tuttavia resistere in qualche modo allo spirito cattivo anche senza l'aiuto dello Spirito Santo.

La stessa dottrina di Pelagio nella sua opera Pro libero arbitrio.

28. 29. Similmente scrive nel primo libro del suo In difesa del libero arbitrio: " Ma pur avendo in noi, per non peccare, così forte e così saldo il libero arbitrio, che il Creatore ha inserito universalmente nella natura umana, in più, per la sua inestimabile benevolenza, siamo difesi dal suo quotidiano aiuto " 94. Che bisogno c'è di quest'aiuto, se il libero arbitrio è tanto forte, se è tanto saldo per non peccare? Ma anche qui vuol dare ad intendere che l'aiuto divino ha questo scopo: che per mezzo della grazia si faccia più facilmente ciò che crede possibile fare, sebbene meno facilmente, anche senza la grazia.

Un altro testo dell'opera Pro libero arbitrio.

29. 30. Lo stesso dice in un altro passo del medesimo libro: " Perché gli uomini possano per mezzo della grazia fare più facilmente ciò che si comanda ad essi di fare per mezzo del libero arbitrio ". Togli " più facilmente " e il senso non solo sarà pieno, ma anche sano, se si dice in questo modo: Perché gli uomini possano per mezzo della grazia fare ciò che si comanda ad essi di fare per mezzo del libero arbitrio. Aggiungendo invece " più facilmente " si suggerisce in sordina che il compimento dell'opera buona è possibile anche senza la grazia di Dio. È l'idea riprovata da colui che dice: Senza di me non potete far nulla 95.

Nessuno degli scritti di Pelagio e di Celestio si dichiara positivamente per la grazia.

30. 31. Si corregga Pelagio su tutti questi punti, perché, se l'umana infermità ha errato nella profondità di grandi verità, non aggiunga al suo errore anche una diabolica falsità o animosità, sia negando d'aver ritenuto l'errore, sia difendendo l'errore che ha ritenuto, benché abbia conosciuto per l'evidenza della verità che non avrebbe dovuto ritenere gli errori ricordati. È proprio di questo tipo di grazia, dalla quale siamo giustificati, dalla quale cioè si riversa nei nostri cuori la carità per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato 96, che io negli scritti di Pelagio e di Celestio, tra quanti ne ho potuti leggere, non ho mai trovato che essi in nessun passo l'abbiano mai professato nella maniera in cui si deve professare 97. Io non mi sono mai accorto assolutamente in nessun loro testo che essi riconoscano nel modo in cui si devono riconoscere i figli della promessa, dei quali l'Apostolo dice: Non sono considerati figli di Dio i figli della carne, ma come discendenza sono considerati solo i figli della promessa 98. Ebbene, quello che Dio promette non siamo noi a farlo con l'arbitrio o con la natura, ma è lui stesso che lo fa con la grazia.

Agostino limita il suo esame agli ultimi scritti mandati da Pelagio a Roma.

30. 32. Non voglio occuparmi per ora degli opuscoli di Celestio o dei suoi libelli che allegò agli Atti del processo ecclesiastico e che noi vi abbiamo fatti mandare al completo insieme ad altre lettere, stimate da noi necessarie. Da tutti questi scritti, dopo un diligente esame, potrete accorgervi che Celestio non ripone la grazia di Dio, dalla quale siamo aiutati o ad allontanarci dal male o a fare il bene 99, in nient'altro che nella legge e nella dottrina, oltre che nell'arbitrio naturale della volontà, tanto che ammette la necessità delle stesse orazioni solo perché sia indicato all'uomo ciò che deve desiderare e amare. Per tacere dunque sul momento di tutti questi documenti, cade a proposito che poco tempo fa lo stesso Pelagio ha mandato a Roma e una lettera e il libello della sua professione di fede, scrivendo al papa Innocenzo di beata memoria, di cui egli ignorava la morte. In tale lettera dice dunque: " Ci sono due punti sui quali certuni tentano d'infamarmi. Uno di negare il sacramento del battesimo ai bambini e di promettere ad alcuni i regni dei cieli senza bisogno della redenzione del Cristo. L'altro di dire che l'uomo può così bene evitare il peccato da escludere l'aiuto di Dio, e di confidare tanto nel libero arbitrio da ripudiare l'aiuto della grazia " 100. Ma quanto il suo errore riguardo al battesimo dei bambini, sebbene conceda che lo si deve dare ai bambini, sia contrario alla fede cristiana e alla verità cattolica, non è questo il momento di discutere con tutta la necessaria diligenza. Adesso infatti dobbiamo portare a termine il lavoro che abbiamo intrapreso sull'aiuto della grazia. Vediamo perciò quale sia anche in questa lettera la sua risposta alle accuse da lui riferite. Per non dire nulla delle sue astiose lamentele nei riguardi dei suoi nemici, quando arrivò all'argomento rispose nei termini seguenti.

Nella sua lettera a papa Innocenzo Pelagio non esce dall'equivoco.

31. 33. Scrive: " Ecco, mi scagioni presso la tua beatitudine questa lettera, nella quale diciamo puramente e semplicemente che per peccare e non peccare noi abbiamo integro il nostro libero arbitrio, il quale in tutte le opere buone è aiutato sempre dall'aiuto divino " 101. Vedete comunque, con l'intelligenza che il Signore vi ha data, che non bastano a risolvere la questione queste sue parole. Chiediamo ancora una volta da quale aiuto dica aiutato il libero arbitrio, perché non voglia malauguratamente far intendere, com'è solito, la legge e la dottrina. Se infatti domandi per quale ragione dice " sempre ", potrà rispondere: Perché è scritto: La sua legge medita giorno e notte 102. Più avanti, dopo aver interposto alcune considerazioni sulla condizione dell'uomo e sulla sua naturale possibilità di peccare e di non peccare, aggiunge: " Questo potere del libero arbitrio diciamo che esiste universalmente in tutti: nei cristiani, nei giudei e nei gentili. In tutti c'è ugualmente per natura il libero arbitrio, ma unicamente nei cristiani è aiutato dalla grazia " 103. Chiediamo di nuovo: da quale grazia? Ed egli potrà rispondere ancora: dalla legge e dalla dottrina cristiana.

La grazia di Pelagio non è grazia, perché non è gratuita.

31. 34. Poi, comunque intenda la grazia, dice che essa si dà ai cristiani secondo i loro meriti, mentre in Palestina aveva già condannato con quella sua bella autodifesa coloro che lo dicevano, come ho ricordato già più sopra. Le sue parole sono precisamente queste: " In quelli il bene della condizione è nudo e inerme ": si riferisce a coloro che non sono cristiani. Poi proseguendo nell'ordine dice: " Al contrario in questi che appartengono al Cristo è protetto dall'aiuto del Cristo ". Vedete che rimane ancora incerto da quale aiuto, secondo quanto abbiamo già detto. Ma continua a parlare ancora di quelli che non sono cristiani e dice: " La ragione per cui devono subire il giudizio e la condanna è che, sebbene abbiano il libero arbitrio per mezzo del quale potrebbero giungere alla fede e meritare la grazia di Dio, usano male la libertà ricevuta. Sono invece da premiare coloro che usando bene il libero arbitrio meritano la grazia del Signore e osservano i suoi comandamenti " 104. È manifesto dunque: egli dice che la grazia si dà secondo i meriti, qualunque contenuto e qualità egli attribuisca alla grazia, che tuttavia non spiega apertamente. Quando infatti dice che sono da premiare coloro che usano bene il libero arbitrio e per questo meritano la grazia del Signore, confessa che ad essi è pagato un debito. Dove se ne va allora l'affermazione dell'Apostolo: Giustificati gratuitamente per la sua grazia 105? Dove se ne va anche l'altra sua affermazione: Per grazia siete salvi 106? E perché non credessero d'essere salvi " per le opere ", aggiunge: mediante la fede. Perché poi non credessero d'aver diritto, senza la grazia di Dio, a ricevere la fede stessa, scrive: E ciò non viene da voi, ma è dono di Dio 107. Il senso è dunque questo: quel dono da cui partono tutti gli altri doni che si dicono ricevuti da noi per nostro merito, e cioè il dono della fede, lo riceviamo senza nostro merito. O se si nega che la fede si dà, perché allora si dice: Secondo la misura di fede che Dio ha data a ciascuno 108? Se poi la fede si dice data così da essere pagata ai nostri meriti e non regalata, perché mai l'Apostolo torna a dire di nuovo: A voi è stata concessa la grazia non solo di credere nel Cristo, ma anche di soffrire per lui 109? Di ambedue le virtù ha infatti reso testimonianza che sono state donate: e la virtù per cui ciascuno crede nel Cristo e la virtù per cui ciascuno patisce per il Cristo. Costoro viceversa fanno dipendere così intrinsecamente la fede dal libero arbitrio da far ritenere che a noi perché arriviamo alla fede non si regala una grazia gratuita, ma si paga una grazia dovuta, e quindi nemmeno più una grazia, perché, se non è gratuita, non è grazia.

Anche secondo Pelagio i bambini ricevono il battesimo in remissione dei peccati.

32. 35. Ma da questa lettera Pelagio vuole che il lettore passi al libro della sua professione di fede, del quale vi ha fatto cenno e nel quale egli ha tirato per le lunghe a discutere di argomenti su cui non era interrogato. Noi invece vogliamo vedere i punti precisi di cui ci occupiamo nella controversia con i pelagiani. Dopo aver terminato un'esposizione lunga quanto ha voluto, dall'unità della Trinità fino alla risurrezione della carne, temi sui quali nessuno sollecitava il suo parere, scrive: " Noi riteniamo un solo battesimo e diciamo che si deve celebrare nei bambini con le medesime parole del rito sacramentale con le quali si celebra pure nei grandi " 110. Questo voi avete detto d'averlo udito con certezza e proprio da lui presente: ma a che serve che ci dica che il sacramento del battesimo si celebra nei bambini con le medesime parole con le quali si celebra anche nei grandi, quando da noi si va in cerca di cose e non di sole parole? È più importante ciò che rispose a viva voce a voi che lo interrogavate, come voi scrivete: " I bambini ricevono il battesimo in remissione dei peccati ". Non ha detto infatti anche qui: I bambini si battezzano con le parole della remissione dei peccati, ma ha confessato che i bambini si battezzano proprio in remissione dei peccati; e ciò nonostante, se gli domandate che cosa si debba credere che si rimetta a loro del peccato, sosterrà che essi non hanno nulla del peccato.

Pelagio ammette il dono della scienza, ma non il dono della carità.

33. 36. Chi crederebbe che sotto questa quasi palese confessione si nasconda un senso contrario, se non l'avesse svelato Celestio? Questi nel suo libello, che allegò agli Atti ecclesiastici di Roma, confessò per un verso che i bambini si battezzano in remissione dei peccati e per un altro verso negò che essi abbiano un qualche peccato originale 111. Ma poniamo ora attenzione a che cosa Pelagio abbia ritenuto non sul battesimo dei bambini, bensì piuttosto sull'aiuto della grazia anche nel libello della sua professione di fede, mandato da lui a Roma. Scrive: " Riconosciamo il libero arbitrio così da affermare insieme che abbiamo bisogno sempre dell'aiuto di Dio " 112. Ecco una volta ancora noi domandiamo di quale aiuto ci riconosca bisognosi e lo troviamo di nuovo ambiguo, perché può rispondere che intende la legge o la dottrina cristiana, dalla quale sia aiutata quella nostra famosa possibilità naturale. Noi al contrario cerchiamo nella confessione dei pelagiani la grazia di cui parla l'Apostolo dicendo: Dio infatti non ci ha dato uno Spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza 113. Ora, non è detto che chi ha il dono della scienza per conoscere cosa fare abbia pure il dono dell'amore necessario a farlo.

Agostino ricorda altri scritti di Pelagio: mai nulla sulla vera grazia.

34. 37. Anche quei suoi libri o scritti che Pelagio ricorda nella medesima lettera da lui mandata al papa Innocenzo di santa memoria io me li sono letti tutti, meno che una sola breve lettera che dice d'aver mandata al santo vescovo Costanzo, e in nessuno di tali documenti io sono riuscito a trovare riconosciuta da lui una grazia siffatta: la grazia che non solo aiuta la possibilità naturale di volere e di agire, che Pelagio dice in nostro possesso anche se non vogliamo il bene né lo facciamo, ma aiuta pure, con la somministrazione dello Spirito Santo, la stessa volontà e la stessa nostra attività.

Una lettera di Pelagio al vescovo Paolino.

35. 38. Dice: " Leggano quella lettera che io scrissi al santo vescovo Paolino quasi dodici anni fa e che in circa trecento righe non confessa nient'altro se non la grazia di Dio e il suo aiuto, e riconosce che noi senza Dio non possiamo fare assolutamente nulla di buono" 114. Io, dunque, me la sono letta quella lettera e ho trovato in essa che Pelagio non si ferma, quasi per tutta la sua lunghezza, se non sulla facoltà e possibilità della natura e ripone la grazia di Dio appena qui soltanto: nella possibilità naturale. Quanto invece alla grazia cristiana, l'accenna ricordandone solo il nome e tanto fugacemente da non dare nessun'altra impressione che quella d'aver avuto paura di tacerla. Comunque non apparisce in nessun modo se voglia che la grazia s'intenda nella remissione dei peccati, o anche nella dottrina del Cristo, dove è compresa pure l'esemplarità della sua vita, e ciò fa in alcuni passi delle sue opere, o creda che un qualche aiuto per agire bene sia aggiunto alla natura e alla dottrina mediante l'ispirazione di un'ardentissima e luminosissima carità.

Una lettera di Pelagio al vescovo Costanzio.

36. 39. Scrive: "Leggano altresì la mia lettera al santo vescovo Costanzo, dove brevemente, è vero, ma esplicitamente, io ho aggiunto al libero arbitrio dell'uomo la grazia e l'aiuto di Dio " 115. Io questa lettera non l'ho letta, come ho detto sopra, ma se non differisce dagli altri suoi scritti a me noti che egli ricorda, non ha nemmeno essa quello che noi cerchiamo.

Una lettera di Pelagio a Demetriade.

37. 40. Dice: " Leggano inoltre la lettera che abbiamo scritta alla sacra vergine del Cristo Demetriade, in Oriente, e troveranno che difendiamo la natura dell'uomo così da associare sempre l'aiuto della grazia di Dio ". Questa l'ho letta tutta e mi aveva quasi convinto ch'egli ammettesse il tipo di grazia di cui stiamo discutendo, benché in molti luoghi di quel suo scritto sembri contraddirsi. Ma, dopo che arrivarono tra le mie mani anche altre opere che Pelagio scrisse più recentemente e più estesamente, ho visto come anche nella lettera a Demetriade aveva potuto nominare la grazia, per nascondere sotto l'ambigua genericità del termine il proprio pensiero, riuscendo tuttavia con il vocabolo di grazia a rompere il malcontento e ad evitare il sospetto. Infatti all'inizio della stessa lettera, dove dice: " Dedichiamoci all'opera che ci è stata richiesta e non diffidiamo della mediocrità del nostro ingegno, che crediamo aiutato dalla fede della madre e dal merito della vergine " 116, mi era sembrato che riconoscesse la grazia dalla quale siamo aiutati a fare qualcosa, e non avevo badato che egli aveva potuto riporla semplicemente nella rivelazione della dottrina.

Altri due passi della lettera a Demetriade.

37. 41. Similmente in un altro passo della medesima lettera scrive: " Se anche gli uomini che sono senza Dio mostrano in quali condizioni siano stati fatti da Dio, non ti sfugga che cosa possano fare i cristiani, la cui natura è stata restaurata in meglio per mezzo del Cristo e che sono aiutati inoltre dall'aiuto della grazia divina 117. Per restaurazione della natura in meglio vuole che s'intenda la remissione dei peccati, e lo indica sufficientemente in un altro testo della stessa lettera dicendo: " Anche coloro che per una lunga abitudine di peccare si sono in qualche modo induriti possono essere restaurati mediante la penitenza " 118. Quanto poi all'aiuto della grazia divina, può anche qui riporlo nella rivelazione della dottrina.

Altri passi della lettera a Demetriade.

38. 42. Ugualmente in un altro passo della medesima lettera scrive: " Se anche prima della legge, come abbiamo detto, e molto prima della venuta del nostro Signore e Salvatore si attesta che alcuni vissero nella giustizia e nella santità, quanto più si deve credere che ciò sia possibile a noi dopo l'illuminazione della sua venuta! Noi infatti siamo stati restaurati, mediante la grazia del Cristo e siamo rinati ad una umanità migliore e perciò, espiati e mondati dal suo sangue ed incitati alla perfezione della giustizia dal suo esempio, dobbiamo essere migliori di coloro che vissero prima della legge " 119. Notate come anche qui, sebbene con altre parole, faccia tuttavia consistere l'aiuto della grazia nella remissione dei peccati e nell'esempio del Cristo. Poi soggiunge: " Migliori altresì di coloro che vissero sotto la legge, dicendo l'Apostolo: Il peccato non dominerà più su di voi, poiché non siete più sotto la legge, ma sotto la grazia 120 ". Scrive ancora: " E poiché abbiamo parlato sufficientemente, come penso, di questo tema, provvediamo adesso alla formazione di una vergine perfetta che, sempre fervorosa per la bontà della natura e della grazia, testimoni con la santità del suo comportamento morale la bontà dell'una e dell'altra " 121. In queste sue parole dovete cogliere che la ragione per cui ha voluto concludere in questo modo quello che diceva è di farci intendere per bontà di natura tutto quello che noi abbiamo ricevuto nel momento della nostra creazione e per bontà invece di grazia l'esempio del Cristo al quale possiamo volgere lo sguardo. Come se a coloro che vissero o vivono sotto la legge non sia stato perdonato il peccato, perché o non hanno avuto l'esempio del Cristo o non ci credono.

Un testo del Pro libero arbitrio di Pelagio.

39. 43. Che questo sia il suo pensiero lo mostrano anche altre sue parole, non di questa lettera, ma del terzo libro del suo In difesa del libero arbitrio. Ivi, rivolgendosi al suo avversario che gli obiettava le parole, dell'Apostolo: Io non faccio quello che voglio, e le altre: Nelle mie membra vedo un'altra legge che muove guerra alla legge della mia mente 122, e il seguito di tale testo, risponde: " Quello che tu vuoi riferire all'Apostolo, tutti gli autori ecclesiastici asseriscono che egli l'afferma nella persona del peccatore che è ancora sotto la legge. Costui per la troppo inveterata abitudine dei vizi è come posseduto da una specie di necessità di peccare e, per quanto desideri con la volontà il bene, tuttavia la consuetudine lo fa precipitare nel male. Ma Paolo nella persona di un solo uomo al singolare designa il popolo che peccava ancora sotto la vecchia legge e che, dice l'Apostolo, doveva esser liberato da questo suo male dell'abitudine cattiva per mezzo del Cristo, il quale in un primo momento rimette con il battesimo tutti i peccati a coloro che credono in lui, in un secondo momento li incita alla santità perfetta attraverso la sua imitazione e vince con l'esempio delle sue virtù la consuetudine dei vizi " 123. Ecco in che modo Pelagio vuole che s'intenda l'aiuto prestato a coloro che peccano sotto la legge, perché, giustificati per mezzo della grazia del Cristo siano liberi. Siccome ad essi, per la troppo inveterata consuetudine di peccare, non basta la legge da sola, viene aggiunto come supplemento, non l'immissione nel cuore dell'uomo della carità del Cristo per mezzo dello Spirito Santo, ma attraverso la dottrina evangelica l'esempio della sua virtù che si deve contemplare ed imitare. E certo, per dire espressamente di quale grazia parlava, aveva un'occasione d'oro qui dove il testo stesso su cui stava rispondendo si chiude così per bocca dell'Apostolo: Sono uno sventurato! Chi mi libererà dal corpo di questa morte? La grazia di Dio per Gesù Cristo nostro Signore 124. Dal momento che Pelagio colloca questa grazia non nell'aiuto della potenza del Cristo, ma nell'esempio della sua imitazione, che più dobbiamo sperare da lui dovunque rammenta con ambigua genericità il nome di grazia?

Un altro testo della lettera a Demetriade.

40. 44. Similmente nella medesima lettera a quella sacra vergine di cui abbiamo già parlato sopra, scrive: " Dobbiamo stare sottomessi a Dio e facendo la sua volontà dobbiamo meritare la grazia divina per resistere più facilmente con l'aiuto dello Spirito Santo allo spirito cattivo " 125. Nelle quali sue parole è certamente manifesto questo senso: egli vuole che noi siamo aiutati dalla grazia dello Spirito Santo, non perché senza lo Spirito Santo e con la sola possibilità della natura non possiamo resistere al tentatore, ma perché gli resistiamo " più facilmente " [con lo Spirito Santo]. Tale aiuto nondimeno, di qualunque genere e portata esso sia, è da credere che egli lo faccia consistere in questo: per mezzo della dottrina comunicataci per rivelazione dallo Spirito noi riceviamo un supplemento di scienza che o non possiamo avere affatto o possiamo avere difficilmente per mezzo della natura. Questi sono i punti che ho potuti rilevare nella lettera scritta da lui a quella vergine del Cristo e nella quale sembra riconoscere la grazia. Del valore che possano avere questi testi ve ne accorgerete certamente da voi.

Il giudizio di Agostino sull'opera Pro libero arbitrio di Pelagio.

41. 45. Scrive Pelagio: " Leggano altresì la mia recente opera In difesa del libero arbitrio, che da poco tempo siamo stati spinti a pubblicare, e riconosceranno quanto ingiustamente si siano adoperati ad infamarci di negare la grazia, mentre in quasi tutto il testo di quest'opera confessiamo perfettamente e integralmente tanto il libero arbitrio, quanto la grazia" 126. Quattro sono i libri di quest'opera. Io li ho letti. Ho preso da essi i punti che mi sono proposto di esaminare e discutere, e che ho esaminati come ho potuto, prima di passare alla sua lettera spedita a Roma. Ma anche tutto quello che in questi quattro libri sembra dire a favore della grazia che ci aiuta ad allontanarci dal male e a fare il bene, lo dice in tal modo da non scostarsi per nulla da una ambiguità verbale. Egli poi risolve questa ambiguità con i suoi discepoli così che non credano in nessun altro aiuto di grazia che aiuti la possibilità della natura all'infuori della legge e della dottrina. Di conseguenza Pelagio, come afferma tanto apertamente nei suoi scritti, ritiene che anche alle stesse orazioni non si debba ricorrere per nessun altro fine che questo: che la dottrina apra a noi tutte le sue porte anche con le chiavi della rivelazione divina, e non che l'animo umano riceva un aiuto perché con l'amore e con l'azione arrivi anche a fare ciò che la dottrina gli ha insegnato di dover fare. Non recede Pelagio dunque minimamente da quel suo notissimo dogma dove stabilisce i tre elementi della possibilità, della volontà e dell'attività, e dove dice che soltanto la possibilità è sempre aiutata dall'aiuto divino, mentre ritiene che non abbiano bisogno di nessun aiuto di Dio la volontà e l'attività. Quanto poi allo stesso aiuto dal quale attesta che è aiutata la possibilità naturale, lo colloca nella legge e nella dottrina, e riguardo alla dottrina riconosce che essa ci è pure rivelata per mezzo dello Spirito Santo, per cui ammette anche la necessità di ricorrere alla preghiera. Ma è sua opinione che l'aiuto della legge e della dottrina esistesse già anche ai tempi dei profeti e invece l'aiuto della grazia, che si chiama grazia in senso proprio, consista nell'esempio del Cristo: il quale esempio tuttavia, ben lo capite, rientra nella dottrina evangelica a noi predicata, di modo che noi, ricevuta, per così dire, l'indicazione della strada su cui camminare, già con le forze del libero arbitrio, senza aver bisogno dell'aiuto di nessun altro, bastiamo a noi stessi per non svenire lungo la via 127. Sostiene però che la medesima strada si può trovare anche con la sola natura, ma si trova più facilmente, se ci aiuta la grazia.

Dalla Scrittura come l'hanno intesa i cattolici si deve ricevere la dottrina sulla grazia.

42. 46. Questo ho potuto capire, secondo i limiti della mia intelligenza, negli scritti di Pelagio, quando nomina la grazia. Ora, voi vedete che i sostenitori di queste idee, ignorando la giustizia di Dio, ne vogliono stabilire una propria 128 e se ne stanno lontani da quella che a noi deriva da Dio 129, non da noi, e che avrebbero dovuta conoscere e riconoscere massimamente nelle sante Scritture canoniche. Ma poiché costoro le leggono seguendo i loro preconcetti, non possono vedere in esse nemmeno le verità evidenti. Magari dunque considerassero attentamente negli scritti degli autori cattolici, dai quali non dubitano che le Scritture siano state intese nel modo giusto, che cosa si debba pensare dell'aiuto della grazia divina e non lo volessero passare sotto silenzio per eccessivo attaccamento alla propria opinione! Sentite infatti come lo stesso Pelagio in quella sua recente opera a cui rimanda per difendersi, cioè nel terzo libro del suo In difesa del libero arbitrio, loda S. Ambrogio.

L'ammirazione di Pelagio per S. Ambrogio.

43. 47. Scrive: " Il beato vescovo Ambrogio, nei cui libri la fede romana splende in modo particolare, che tra gli scrittori latini spiccò come un fiore pieno di bellezza, la cui fede e la cui purissima interpretazione delle Scritture non ha osato intaccare nemmeno un nemico " 130. Ecco con quali e con quante lodi celebra un personaggio santo e dotto quanto vuoi, ma non tuttavia paragonabile affatto all'autorità della Scrittura canonica. La ragione per cui lo incensa così è che gli sembra di poter adoperare un passo dei suoi libri come testimonianza per dimostrare che l'uomo può essere senza peccato. Questo non è l'argomento di cui si tratta adesso, ma si tratta dell'aiuto della grazia, dal quale siamo aiutati a non peccare e a vivere nella giustizia.

La dottrina di S. Ambrogio sulla grazia.

44. 48. Pelagio ascolti dunque quel venerabile vescovo quando spiega ed insegna, nel secondo libro dell'Esposizione del Vangelo secondo Luca, che il Signore collabora altresì con le nostre volontà. Dice Ambrogio: " Tu vedi che la potenza del Signore coopera sempre con gli sforzi dell'uomo, così che nessuno può edificare senza il Signore, nessuno può custodire senza il Signore, nessuno può cominciare alcunché senza il Signore. Perciò secondo l'Apostolo: Sia che mangiate, sia che beviate, fate tutto per la gloria di Dio 131 ". Voi vedete che Ambrogio con queste parole spazza via anche la solita affermazione comune tra la gente: " Noi cominciamo e Dio finisce ", dicendo che " nessuno può nemmeno cominciare alcunché senza Dio ". Ugualmente nel sesto libro della stessa opera, parlando di quei due debitori di un medesimo creditore, dice: " Secondo gli uomini ha offeso forse di più colui che doveva di più, ma per la misericordia del Signore la situazione si ribalta, cosicché ama di più colui che doveva di più, a patto però che ne riceva la grazia " 132. Ecco, insegna con tanta trasparenza questo dottore cattolico, che anche lo stesso amore con il quale uno ama di più appartiene al beneficio della grazia.

Un altro testo di S. Ambrogio.

45. 49. Il beato Ambrogio, nel nono libro della stessa opera, dice perfino che la stessa penitenza, che è opera senza dubbio della volontà umana, viene attuata mediante la misericordia e l'aiuto del Signore. Egli così si esprime: " Buone le lacrime che lavano la colpa! Finiscono col piangere quelli che Gesù guarda. Pietro negò una prima volta e non pianse perché il Signore non lo guardò. Negò una seconda volta e non pianse perché il Signore non lo guardò ancora. Negò una terza volta, Gesù lo guardò e Pietro pianse amarissimamente " 133. Leggano il Vangelo i pelagiani e si accorgano che in quel momento il Signore era dentro, essendo sotto l'interrogatorio dei principi dei sacerdoti, mentre l'apostolo Pietro stava fuori in basso nell'atrio con i servi, ora a sedere presso il fuoco e ora in piedi, come mostra il racconto veracissimo e concorde al massimo degli evangelisti. Non si può dire pertanto che il Signore si sia voltato a guardare Pietro con i suoi occhi corporali, rimproverandolo in modo visibile. Il fatto quindi attestato dalle parole: Il Signore, voltatosi, lo guardò 134, si compì in modo interiore, si compì nell'anima, si compì nella volontà. La misericordia del Signore intervenne segretamente, gli toccò il cuore, gli svegliò la memoria, visitò l'intimo di Pietro con la sua grazia, smosse i sentimenti nell'intimo dell'uomo e li rese palesi con le lacrime esterne. Ecco in che modo si affianca Dio con il suo aiuto alle nostre volontà e alle nostre attività, ecco in che modo suscita Dio in noi e il volere e l'operare 135.

Ancora un testo di S. Ambrogio.

45. 50. Nel medesimo libro lo stesso Ambrogio scrive: " Dal momento che cadde Pietro, il quale aveva detto: Anche se tutti si scandalizzassero di te, io non mi scandalizzerò mai 136, chi altri potrebbe giustamente fidarsi di sé? Anche Davide, che aveva affermato. Nella mia prosperità ho detto: Nulla mi farà vacillare, confessa che gli fu fatale la sua spavalderia: Quando hai nascosto il tuo volto, io sono stato turbato 137138. Un personaggio tanto grande, di cui ha elogiato la dottrina e la fede, l'ascolti Pelagio nella dottrina che insegna, lo imiti nella fede che professa. Lo ascolti umilmente, lo imiti fedelmente. Non presuma ostinatamente di se stesso per non perdere se stesso. Perché mai Pelagio vuole affogare in quel pelago dal quale per intervento della Pietra fu liberato Pietro"

Un altro testo di S. Ambrogio.

46. 51. Ascolti Pelagio il medesimo vescovo di Dio, che scrive ugualmente nel sesto libro della stessa opera: " Perché non l'abbiano accolto lo ricorda lo stesso evangelista dicendo: Era diretto verso Gerusalemme 139. I suoi discepoli si davano però da fare per avere l'accesso in Samaria. Ma Dio chiama chi si degna di chiamare e rende religioso chi vuole " 140. O sensibilità di quell'uomo di Dio, bevuta dalla stessa fonte della grazia di Dio! " Dio chiama chi si degna di chiamare " dice " e rende religioso chi vuole ". Guardate se non è quello che afferma il profeta: Farò grazia a chi vorrò far grazia e avrò misericordia di chi vorrò aver misericordia 141, e quello che attesta l'Apostolo: Quindi non dipende dalla volontà né dagli sforzi dell'uomo, ma da Dio che usa misericordia 142. Proprio quello che dice anche quest'uomo di Dio dei nostri tempi: " Dio chiama chi si degna di chiamare e rende religioso chi vuole ". Oserà forse dire qualcuno che non è ancora religioso " chi corre al Signore e desidera d'esser governato da lui e lega la propria volontà alla volontà di lui e aderendo continuamente a lui diventa, secondo l'Apostolo, un solo spirito con lui 143 "? Ma tutto questo gran lavoro di un uomo religioso, secondo Pelagio, " si compie esclusivamente con la libertà dell'arbitrio ". Al contrario, il beato Ambrogio, tanto eccellentemente lodato dalla bocca dello stesso Pelagio, dice: " Il Signore Dio chiama chi si degna di chiamare e rende religioso chi vuole ". Perché dunque corra al Signore e desideri d'esser governato da lui e leghi la propria volontà alla volontà di lui e aderendo a lui continuamente diventi con lui, secondo l'Apostolo, un solo spirito, Dio " rende religioso chi vuole ". E tutte le suddette operazioni non le fa se non l'uomo religioso. Pertanto se Dio non fa sì che l'uomo le faccia, chi mai le fa?

Il vero crinale tra il cattolicesimo e il pelagianesimo.

47. 52. Ma poiché la matassa dei rapporti tra l'arbitrio della volontà e la grazia di Dio è talmente difficile a dipanarsi che, quando si difende il libero arbitrio sembra negata la grazia, e quando viceversa si asserisce la grazia si crede portato via il libero arbitrio, Pelagio può avvolgersi così bene dentro gli oscuri risvolti di tale questione. Egli può dire che acconsente anche ai passi che io ho riferiti dagli scritti di S. Ambrogio, e proclamare di condividere anche lui le medesime convinzioni e d'averle sempre condivise, e tentare di spiegare uno ad uno i propri testi così da farli combaciare con il modo di sentire d'Ambrogio. Perciò quanto alla presente questione sulla grazia e sull'aiuto di Dio badate bene ai tre fattori che Pelagio ha distinti con tanta evidenza: il potere, il volere, l'essere, cioè la possibilità, la volontà e l'attività. Se dunque egli converrà con noi che non solo la possibilità dell'uomo, anche quando non vuole e non fa il bene, ma altresì la volontà stessa e l'attività stessa, cioè il fatto che noi vogliamo il bene ed operiamo il bene - azioni che nell'uomo non ci sono se non quando vuole effettivamente in maniera buona e agisce in maniera buona -; se, come dicevo, converrà con noi che anche la volontà stessa e l'attività stessa sono aiutate da Dio ed aiutate in tal modo che senza l'aiuto di Dio noi non vogliamo e non facciamo nulla di buono; se converrà con noi che è questa la grazia di Dio per Gesù Cristo nostro Signore 144, nella quale egli ci rende giusti della giustizia sua e non della nostra, cosicché la nostra vera giustizia sia quella che viene a noi da Dio 145, allora, per quanto posso giudicare io, non rimarrà tra noi più nulla di tutto il contenzioso sull'aiuto della grazia di Dio.

Come si deve giudicare la santità di Zaccaria e di Elisabetta.

48. 53. Il motivo perché Pelagio ha elogiato in tal modo S. Ambrogio è d'aver trovato nei suoi scritti che si può dedurre, dalle lodi tributate da lui a Zaccaria ed Elisabetta, la possibilità dell'uomo d'essere senza peccato in questa vita. Sebbene tale possibilità non si debba negare, se il risultato è voluto da Dio al quale è possibile tutto 146, consideri nondimeno Pelagio con maggiore diligenza il contesto in cui ciò è stato detto. Infatti è stato detto, per quanto sembra a me, relativamente ad un certo modo di comportarsi in mezzo agli uomini che è degno d'approvazione e di lode e di cui nessuno potrebbe giustamente lamentarsi con accuse e incriminazioni. Un simile comportamento si dice osservato da Zaccaria e dalla sua moglie davanti a Dio 147, perché essi nella loro condotta non ingannavano il prossimo con nessuna simulazione, ma come apparivano alla gente così erano noti agli occhi di Dio. Non è stato detto invece relativamente a quella perfezione di giustizia nella quale vivremo veramente ed assolutamente immacolati e perfetti. A riprova, anche l'apostolo Paolo ha detto d'essere stato irreprensibile secondo la giustizia derivante dalla legge 148. In questa legge lo stesso Zaccaria si comportava irreprensibilmente. Ma l'Apostolo reputò tale giustizia spazzatura e perdita 149 a confronto con la giustizia che speriamo nell'eternità e della quale dobbiamo avere adesso fame e sete 150, per essere saziati un giorno nella visione della medesima giustizia che ora, finché il giusto vive di fede 151, sta nella nostra fede.

Qualunque sia il giudizio di S. Ambrogio su Zaccaria ed Elisabetta, esso va inteso in accordo con la sua dichiarazione che nessuno può in questo mondo essere senza peccato.

49. 54. Pelagio ascolti inoltre lo stesso venerabile vescovo Ambrogio che nel suo Commento al profeta Isaia dice: " Nessuno può essere senza peccato in questo mondo ". Dove non si può affermare che abbia detto " in questo mondo " quasi intendesse nell'amore di questo mondo. Parlava infatti dell'Apostolo che ha scritto: La nostra patria è nei cieli 152. Spiegando il senso di queste parole il suddetto vescovo Ambrogio dice: " L'Apostolo ammette che in questo mondo, ancora viventi con lui, ci sono molti cristiani perfetti. Se però guardi alla vera perfezione, questi non potevano essere perfetti. Egli dice infatti: Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa, ma allora vedremo faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto 153. Pertanto uomini immacolati ci sono in questo mondo e uomini immacolati ci saranno nel regno di Dio, sebbene sia certo che, se esamini più sottilmente, nessuno può essere immacolato adesso, perché nessuno è senza peccato " 154. Perciò la testimonianza di S. Ambrogio di cui Pelagio si vale 155 per la propria sentenza o è stata pronunziata secondo un certo senso, buono, sì, ma non esaminato troppo minuziosamente, o, se quell'uomo santo ed umile credette che Zaccaria ed Elisabetta erano di una giustizia somma e assolutamente perfetta, alla quale non si potesse aggiungere più nulla, è certo che, esaminando più accuratamente la propria sentenza, l'ha poi corretta.

Ancora un testo di S. Ambrogio.

50. 55. Presti inoltre buona attenzione Pelagio che, in quel medesimo passo da cui ha preso la testimonianza che gli è piaciuta, Ambrogio dice pure questo: " È cosa impossibile alla natura umana essere senza macchia fin dalle origini " 156. E qui, riguardo a quella famosa possibilità naturale, che Pelagio non vuol riconoscere, in conformità con la fede, viziata dal peccato, e per questo la porta con superbia alle stelle, il venerando Ambrogio la dichiara assolutamente impotente ed inferma: senza dubbio contro la volontà di Pelagio, ma non contro la verità dell'Apostolo, dove si legge: Anche tutti noi un tempo eravamo per natura meritevoli d'ira, come gli altri 157. Fu infatti la stessa natura ad essere viziata e condannata per il peccato del primo uomo, che provenne dal suo libero arbitrio; e l'unica a venire in soccorso della natura umana è stata la grazia divina per mezzo di colui che è il Mediatore tra Dio e gli uomini 158 e il Medico onnipotente. È già un bel pezzo che discorriamo dell'aiuto della grazia per la nostra giustificazione, aiuto con il quale Dio fa concorrere tutti gli eventi al bene di coloro che lo amano 159 e che egli ha amati per primo 160, donando ad essi l'amore per amarlo. Quindi cominciamo subito, secondo l'aiuto che ci concederà il Signore, ad esporre quanto ci sembrerà sufficiente anche sul peccato, che insieme con la morte a causa di un solo uomo è entrato nel mondo e così ha raggiunto tutti gli uomini 161, contro i pelagiani, i quali hanno rotto ancora più apertamente verso l'errore che si oppone a questa verità.