LIBRO V

SOMMARIO

Premessa

1. La ragione storica dell'impero romano e di tutti gli imperi non è affidata al caso e non dipende dalla posizione degli astri.

2. Eguaglianza e diversità dello stato di salute nei gemelli.

3. L'astrologo Nigidio derivò dalla ruota del vasaio un argomento sul problema dei gemelli.

4. I gemelli Esaù e Giacobbe differirono molto per carattere e circostanze della vita.

5. Con quali argomenti si possono convincere gli astrologi di professare una scienza infondata.

6. I gemelli di sesso diverso.

7. La scelta del giorno per prendere moglie o per piantare e seminare nel campo.

8. Alcuni considerano fato non la posizione degli astri ma la connessione delle cause dipendente dalla volontà di Dio.

9. La prescienza divina e la libera volontà umana contro la teoria di Cicerone.

10. La necessità non condiziona l'umana volontà.

11. Tutto è concluso nelle leggi della provvidenza di Dio.

12. I Romani antichi ottennero con i buoni costumi che il vero Dio, sebbene non lo adorassero, incrementasse il loro dominio.

13. L'amore della gloria, sebbene sia un difetto, è considerato virtù perché per suo mezzo sono impediti mali peggiori.

14. Si deve reprimere l'amore della lode umana, perché tutta la gloria dei giusti è in Dio.

15. La ricompensa nel tempo che Dio concesse ai buoni costumi dei Romani.

16. La ricompensa dei cittadini della città eterna per i quali sono stimolanti gli esempi di virtù dei Romani.

17. Il vantaggio delle guerre mosse dai Romani e l'utilità apportata a coloro che essi hanno vinto.

18. I cristiani debbono essere alieni dal vantarsi se hanno fatto qualche cosa per amore della patria eterna, poiché i Romani hanno compiuto tante imprese per la gloria umana e per la città terrena.

19. Differiscono fra di loro in qualche cosa la passione della gloria e la passione del dominio.

20. È egualmente disonesto che la virtù sia asservita alla gloria umana o al piacere sensibile.

21. L'impero romano è stato destinato a un fine dal vero Dio, perché da lui è ogni potere e tutto è retto dalla sua provvidenza.

22. La durata e l'esito delle guerre dipendono dal giudizio di Dio.

23. La guerra in cui il pagano Radagaiso re dei Goti in un solo giorno fu sconfitto assieme al suo grande esercito.

24. Quale fu il successo degli imperatori cristiani e qual è il vero successo.

25. I successi che Dio concesse a Costantino imperatore cristiano.

26. La fede e la pietà dell'imperatore Teodosio.

 

Libro quinto

VISIONE IRRAZIONALISTA E RAZIONALISTA DELLA STORIA

 

Concetti di una visione irrazionalista e razionalista (1-11)

Premessa - È evidente ormai che la felicità è la pienezza dei beni che si devono desiderare, che essa non è una dea ma un dono di Dio e dunque che gli uomini devono adorare soltanto il Dio che li può render felici. Quindi, se fosse una dea, sarebbe giusto dire che essa sola si deve adorare. Mi rimane pertanto da esaminare la ragione per cui Dio, il quale può concedere pure i beni che possono essere conseguiti anche dai non buoni e quindi anche non felici, ha voluto che l'impero romano fosse di tanta grandezza e durata. Sul motivo per cui non fu opera della folla dei falsi dèi che essi adoravano ho parlato abbastanza e se sembrerà opportuno ne parlerò ancora.

Caso, fato, astri.
1.
La causa dunque della grandezza dell'impero romano non è né casuale né fatale. È la terminologia della teoria o sistema di coloro i quali considerano casuali quegli eventi che non hanno alcuna causa e non provengono da un ordinamento razionale, fatali quegli eventi che per deterministica necessità di un ordinamento si verificano indipendentemente dal volere di Dio e degli uomini 1. Al contrario gli imperi umani sono determinati direttamente dalla divina provvidenza. E se qualcuno li attribuisce al fato perché chiama fato il volere o potere di Dio, conservi pure la propria teoria ma rettifichi la terminologia. Per quale ragione non spiega in partenza il concetto che dovrà spiegare in seguito quando gli verrà chiesto che cosa intende per fato? Infatti quando si sente questa parola nel linguaggio usuale s'intende soltanto l'influsso della specifica posizione degli astri quando si nasce o si è concepiti; ma alcuni considerano il fato indipendente dalla volontà di Dio 2, altri invece affermano che anche esso dipende dal suo volere 3. Ma coloro i quali ritengono che gli astri determinano, indipendentemente dal volere di Dio, le azioni che si compiranno, il bene che si avrà, il male che si subirà, non devono essere ascoltati non solo da coloro che professano la vera religione ma neanche da coloro che preferiscono adorare vari dèi anche se falsi. Infatti questa teoria viene a sostenere che non si adori e non si preghi alcun dio. In questo momento la mia polemica non è rivolta contro i sostenitori di tale teoria ma contro coloro che per difendere gli dèi del politeismo contrariano la religione cristiana. Ci sono poi coloro i quali fanno dipendere dal volere di Dio la posizione degli astri che in qualche modo determinano la personalità del singolo e il bene e il male che gli avverranno. Se ritengono che gli astri hanno questo potere perché è stato loro concesso dal supremo potere di Dio di determinare con il loro influsso simili eventi, rivolgono al cielo un grande insulto perché ritengono che nel suo, per così dire, illustre senato e splendida curia si deliberi l'esecuzione di delitti, e tali che se li avesse deliberati una città terrena, dovrebbe essere distrutta per decisione del genere umano. E poi qual giudizio si lascia a Dio sui fatti umani, giacché su di essi cala una necessità proveniente dal cielo, dato che egli è signore degli astri e degli uomini? Se poi non dicono che sono le stelle, sia pure ricevuto il potere dal sommo Dio, a determinare col loro influsso gli eventi ma che esse, nel trasmettere la determinazione necessitante, eseguono integralmente i suoi comandi, è sconveniente pensare di Dio ciò che è sembrato molto sconveniente pensare della decisione delle stelle. Se poi affermano che le stelle sono piuttosto segni che cause, sicché la posizione degli astri sarebbe come un linguaggio che predice ma non determina il futuro, giacché questo fu il pensiero di uomini di alta cultura 4, io rispondo che gli astrologi non sono soliti parlare in questi termini. Ad esempio, non dicono che Marte in quella posizione significa un omicida ma che rende omicida 5. Tuttavia pur ammettendo che non parlano con proprietà e che dovrebbero ricevere dalla filosofia la regola del linguaggio per predire gli eventi che suppongono di scorgere nella posizione degli astri, come spiegare il fatto che non sono mai riusciti a dire perché si abbia tanta diversità nella vita dei gemelli, nelle loro attività, eventi, professioni, mestieri, cariche e nelle altre cose di pertinenza della vita umana e nella stessa morte? Per quanto attiene a questi dati, talora sono più simili fra di sé degli estranei che certi gemelli, sebbene siano separati da un brevissimo spazio di tempo nel nascere e siano generati nel concepimento mediante un solo atto generativo e anche nel medesimo istante.

Astrologia, e genetica, oroscopo.
2.
Cicerone riferisce che Ippocrate, il più illustre dei medici, ha lasciato scritto di avere arguito che due fratelli erano gemelli perché avevano cominciato a star male contemporaneamente, la loro malattia si aggravava e scemava nel medesimo tempo 6. Al contrario lo stoico Posidonio, gran cultore di astrologia, era solito affermare che i gemelli hanno una medesima complessione perché nati e concepiti sotto la medesima combinazione degli astri 7. In tal modo un fatto che il medico riteneva appartenesse alla medesima costituzione organica, il filosofo astrologo lo richiamava al potere della congiunzione degli astri verificatasi nel tempo in cui sono stati concepiti e messi al mondo. In materia è più accettabile e assai più credibile l'ipotesi della medicina. Infatti i primi giorni dei feti poterono essere fisiologicamente condizionati dal condizionamento dei genitori nel momento in cui si accoppiavano in maniera che col sopravvenire del primo nutrimento dal corpo materno poterono nascere con la medesima complessione organica. In seguito nutriti in una sola casa con i medesimi alimenti, quando, come afferma la medicina, decidono molto per una crescita fisica, robusta o gracile, il clima, la posizione del luogo e l'efficacia delle acque, abituati inoltre alla medesima attività poterono raggiungere una eguale costituzione fisica e così ammalarsi nel medesimo tempo e con la medesima eziologia. Ma non saprei proprio che razza di stramberia sia quella di voler intendere ai sensi dell'eguaglianza nella malattia la combinazione dei corpi celesti che si ebbe quando i gemelli furono concepiti o generati, giacché nel medesimo tempo, nel territorio di una medesima regione posta sotto lo stesso cielo poterono esser concepiti e generati molti individui di nascita, di attitudini e disposizioni assai diverse. Al contrario si sa per esperienza che i gemelli non solo hanno attività e residenze diverse ma che sono anche soggetti a malattie diverse. Di questo fatto Ippocrate poteva, a mio parere, fornire questa semplicissima spiegazione, che erano potuti verificarsi due diversi stati di salute a causa della diversità dell'alimentazione e delle attività che non derivano dalla complessione organica ma dalla disposizione spirituale. Invece sarebbe da meravigliarsi se Posidonio o altro fautore dell'influenza degli astri possano trovare che cosa dire, se non vogliono truffare la mente degli inesperti in cose che ignorano. Tentano infatti di stabilire una diversità ricorrendo a quell'esiguo spazio di tempo che i gemelli hanno avuto nel nascere a causa di quel frammento di cielo in cui si registra l'ora della nascita, che chiamano appunto l'oroscopo 8. Ma essa non è così grande come quella che si riscontra nella volontà, attività, moralità e vicende dei gemelli, oppure è anche superiore all'eguale umiltà o nobiltà sociale dei gemelli perché, a sentir loro, la massima diversità dipende soltanto dall'ora in cui si nasce. E per questo se essi nascono, uno dopo l'altro, così alla svelta che rimane la medesima parte dell'oroscopo, esigo destini eguali che non è possibile trovare in alcuna coppia di gemelli; se al contrario la lentezza del secondo gemello fa girare l'oroscopo, esigo genitori diversi che ai gemelli è impossibile avere.

Nigidio Figulo e di falso oroscopo dei gemelli.
3.
Inutilmente si adduce come esempio il celebre entimema sulla ruota del vasaio che, come narrano, fu formulato da Nigidio, turbato da questo problema e che per questo motivo fu detto appunto Figulo, cioè vasaio. Costui fece girare la ruota di un vasaio con quanta forza gli fu possibile 9. Mentre essa girava velocemente, la segnò due volte nella massima rapidità con inchiostro nell'intento di colpire il medesimo punto. Cessato il movimento, furono trovati i segni, che aveva impressi, notevolmente distanti nel perimetro della ruota. Allo stesso modo, disse Nigidio, nel rapido movimento del cielo, anche se i gemelli nascono uno dopo l'altro con la rapidità con cui io ho segnato due volte la ruota, nello spazio del cielo si ha una grandissima distanza. Da qui provengono, concluse, le varie dissimiglianze che si riscontrano nella vicenda umana dei gemelli 10. Questa raffigurazione è più fragile dei vasi che vengono formati dai giri della ruota. Poniamo infatti che nel cielo si abbia una distanza tanto grande che non può essere rappresentata dagli oroscopi, in modo che ad uno dei gemelli tocca in sorte l'eredità, all'altro no. Perché dunque gli astrologi osano predire agli altri che gemelli non sono, dopo avere scrutato il loro oroscopo, destini eguali che sono inclusi in quella distanza sconosciuta che non può essere rappresentata e avvertita nell'atto del loro nascere? Ma possono predire, dicono loro, destini eguali negli oroscopi dei non gemelli perché tali destini appartengono a estensioni di tempo più lunghe, mentre le piccole frazioni di tempo con cui i gemelli si distanziano nel loro nascere si assegnano alle cose trascurabili. E di simili cose abitualmente gli astrologi non vengono interpellati. Nessuno infatti va a consultarli sul tempo in cui siede o cammina oppure sul tempo e il cibo che mangia. Ma forse, io chiedo, si considerano trascurabili le cose quando si osservano molti fatti e molto diversi riguardanti la moralità, le attività e le vicende dei gemelli?

Diversità di Esaù e Giacobbe.
4.
Secondo l'antica storia dei patriarchi, tanto per citare personaggi molto noti, nacquero due gemelli così vicini l'uno all'altro che il secondo teneva con la mano il piede dell'altro 11. Nella loro vita e condotta si ebbero fatti così diversi, nelle attività tanta disuguaglianza, tanta differenza nell'amore dei genitori che la diversità stessa li rese nemici fra di loro. E questo non significa che mentre uno camminava l'altro stava seduto, mentre l'uno dormiva l'altro era sveglio, mentre l'uno parlava l'altro stava zitto. Sono appunto queste le cose trascurabili che non possono essere conosciute da coloro che delineano i segni dello zodiaco in cui si nasce e su cui si consultano gli astrologi. Uno fu a servizio per un salario, l'altro non fu a servizio; uno era amato dalla madre, l'altro no; uno perdette un privilegio importante in quel popolo, l'altro se lo arrogò. Non parliamo poi delle mogli, dei figli e delle sostanze perché si ha una grande diversità. Se dunque queste differenze dipendono da quelle piccole frazioni di tempo che i gemelli hanno nel loro nascere e non sono imputabili agli oroscopi, perché si sciorinano predizioni dopo aver osservato gli oroscopi dei non gemelli? Se poi si predicono gli eventi perché non appartengono a frazioni di tempo inavvertibili ma a periodi che possono essere osservati e avvertiti, la ruota del vasaio non fa altro che mettere nel giro individui col cuore di creta perché le imposture degli astrologi non siano smentite.

oroscopo del concepimento e della nascita.
5.
E i due fratelli che Ippocrate, osservando con la sua esperienza di medico la loro malattia, riconobbe come gemelli perché essa contemporaneamente si manifestava più grave o più leggera in entrambi, rimproverano apertamente gli astrologi che vogliono attribuire agli astri una condizione che derivava dalla complessione organica. Essi si ammalavano nel medesimo modo e tempo e non l'uno prima e l'altro dopo come erano nati, perché non era possibile che nascessero entrambi simultaneamente. E se non ebbe influsso a farli ammalare in tempi diversi il fatto che nacquero in tempi diversi, perché gli astrologi sostengono che per la diversità delle altre situazioni ha importanza il diverso tempo nel nascere? Per qual motivo, appunto perché nacquero in tempi diversi, poterono viaggiare, ammogliarsi e aver figli in tempi diversi e fare molte altre cose e non poterono per lo stesso motivo ammalarsi in tempi diversi? Se il diverso momento nella nascita ha mutato l'oroscopo e ha indotto diversità nelle altre situazioni, perché per le malattie è rimasta la condizione che il concepimento induceva con l'eguaglianza nel tempo? Ovvero se i destini della salute fisica sono nel concepimento, ma si afferma che quelli delle altre condizioni sono nella nascita, gli astrologi non dovrebbero, dopo avere scrutato gli oroscopi della nascita, parlare della salute, giacché non è possibile scrutare in essa l'ora del concepimento. Se poi predicono le malattie senza scrutare l'oroscopo del concepimento, dato che le malattie sono indicate dal periodo del nascere, in che modo potrebbero ad uno dei gemelli indicare dall'ora della nascita quando si ammalerà? Anche l'altro che non aveva il medesimo oroscopo della nascita dovrebbe anche lui necessariamente ammalarsi? E pongo altre domande. Se, dicono essi, la distanza di tempo nella nascita dei gemelli è grande, è indispensabile che si diano per loro diverse congiunzioni astrali a causa dell'oroscopo diverso e per questo diversi anche tutti i punti di riferimento 12. In essi si ha tanto influsso che anche i destini divengono diversi. Ma come è stato possibile questo, chiedo io, se è impossibile che il concepimento dei gemelli abbia tempi diversi. Se poi è stato possibile che per la nascita si avessero destini diversi dei due gemelli concepiti nella medesima frazione di tempo, perché non sarebbe possibile che per la vita e per la morte si abbiano destini diversi di due individui nati nella medesima frazione di tempo? Infatti se la medesima frazione di tempo, in cui entrambi i gemelli sono stati concepiti, non ha impedito che l'uno nascesse prima e l'altro dopo, perché se due diversi individui nascono nella medesima frazione di tempo, è un impedimento a che l'uno muoia prima e l'altro dopo? Se il concepimento che avviene in un solo istante consente che i gemelli abbiano nell'utero sorti diverse, perché la nascita verificatasi in un medesimo istante non consentirebbe a due individui diversi di avere sulla terra sorti diverse? Così sarebbero eliminati tutti i sofismi di questa arte o meglio impostura. Ma che discorso è questo, che i gemelli concepiti nel medesimo tempo, nel medesimo istante, sotto la medesima posizione del cielo, abbiano destini diversi che li portano a due diversi oroscopi, e al contrario sarebbe impossibile che individui nati nel medesimo istante di tempo e sotto una medesima posizione del cielo ma da madri diverse abbiano destini diversi che li portino a una diversa condizione della vita e della morte? Si vuol dire forse che gli individui nell'atto del concepimento non hanno ancora il destino, giacché non possono averlo se non nascono? E allora perché dicono che, se si conosce l'ora del concepimento, possono essere previste molte cose per più alta divinazione? Si racconta perfino in proposito che un sapiente scelse l'ora in cui unirsi alla moglie per avere un figlio meraviglioso. E alla fin fine in proposito si ha anche il responso che in merito ai due gemelli ammalati alla stessa maniera diede Posidonio, grande astrologo e filosofo, e cioè che il fenomeno si verificò perché erano nati e concepiti nel medesimo tempo. Ed aggiungeva il concepimento appunto perché non gli si obiettasse che necessariamente non erano potuti nascere nel medesimo tempo individui che era assolutamente accertato fossero stati concepiti nel medesimo tempo. Così poteva non attribuire il fatto che si erano ammalati nel medesimo modo e tempo alla medesima costituzione fisiologica ma assegnare alle congiunzioni astrali la simiglianza dello stato di salute. Se dunque nel concepimento si ha un così grande influsso ai sensi dell'eguaglianza dei destini, essi non sarebbero dovuti cambiare con la nascita. Se poi i destini dei gemelli sono diversi perché nascono in tempi diversi, perché non si dovrebbe piuttosto capire che erano già diversi perché nascessero in tempi diversi? Ma davvero che la volontà di chi vive non muta il destino della nascita, sebbene la successione nel nascere cambierebbe il destino del concepimento?

Gemelli si sesso diverso.
6.
Comunque anche negli stessi concepimenti gemellari, in cui certamente l'istante è il medesimo per entrambi, come avviene che sotto il medesimo fatale oroscopo l'uno sia concepito maschio e l'altra femmina? Conosco personalmente gemelli di sesso diverso; entrambi ancora vivono e godono ancora buona salute. Le loro fisionomie sono simili, per quanto è possibile data la diversità di sesso, tuttavia per sistema e regola di vita sono molto diversi, a parte le funzioni virili o femminili che sono per naturale necessità diverse. Egli è militare con la carica di conte ed è quasi sempre lontano da casa, lei non si allontana dalla località di origine e dal proprio campo. Aggiungo un particolare che sarebbe incredibile se si credesse al destino dell'oroscopo, e normale se si tengono presenti le scelte degli uomini e i doni di Dio. Egli è sposato, lei è una vergine consacrata; egli ha messo al mondo parecchi figli, lei non si è neanche sposata. Ma, dicono, l'influsso dell'oroscopo è determinante. Io invece ho già sufficientemente dimostrato che non significa proprio niente. Ma qualunque sia, gli astrologi dicono che è determinante quello della nascita. E quello del concepimento anche? È chiaro infatti che in esso si ha un solo accoppiamento e che vi è una legge naturale ineluttabile per cui è assolutamente impossibile che se una femmina ha concepito un individuo ne concepisca poco dopo in quello stato un altro. Ne consegue necessariamente che nei gemelli non si distinguono gli attimi del concepimento. Oppure, dato che sono nati con un oroscopo diverso, mentre venivano alla luce, l'uno è stato cambiato in maschio e l'altra in femmina? In verità non è del tutto assurdo che alcuni influssi degli astri siano determinanti per certi fenomeni naturali, ad esempio: con l'avvicinarsi e l'allontanarsi del sole si dà il variare delle stagioni dell'anno e col crescere e il calare della luna aumentano e diminuiscono alcuni fenomeni, come la crescita dei ricci di mare e delle ostriche perlifere e il mirabile flusso e riflusso dell'oceano. Rimane però che le attività spirituali non dipendono dalla posizione degli astri. Ora gli astrologi, sforzandosi di far derivare dagli astri anche gli atti umani, ci stimolano a cercare dei casi in cui l'applicazione non è valida neanche per il mondo dei corpi. Infatti non v'è nulla che appartenga tanto al corpo come il sesso del corpo, eppure è stato possibile che gemelli di sesso diverso siano concepiti sotto la medesima posizione degli astri. Pertanto vi possono essere un discorso e una teoria più cretini di questi? Da una parte la posizione delle stelle, identica per entrambi in merito all'oroscopo del concepimento, non ha potuto fare che la donna avesse il sesso diverso dal fratello col quale aveva la medesima costellazione; dall'altra la posizione degli astri che si ebbe nell'oroscopo della nascita ha potuto fare che lei fosse ben diversa da lui per la consacrazione verginale.

Pregiudizio dei giorni fausti e infausti.
7.
Ma è proprio insopportabile che con la scelta dei giorni tentino di determinare destini nuovi alle proprie azioni. Il sapiente suddetto non era nato per avere un figlio meraviglioso ma piuttosto insignificante e quindi, da persona intelligente qual era, ha scelto lui l'ora per unirsi alla moglie. Il destino che non aveva se lo sarebbe fatto lui e da quel fatto avrebbe cominciato ad essere destinato ciò che nella nascita non lo era. Che sciocchezza! Si sceglierebbe un giorno per ammogliarsi, perché, penso, se non si scegliesse, si potrebbe incappare in un giorno non buono con infelice auspicio per il matrimonio. Ma allora che cosa hanno già destinato gli astri per il nascituro? Può forse l'uomo cambiare con la scelta di un giorno ciò che gli è destinato e ciò che egli avrà di mira nell'eleggere il giorno non potrà essere mutato da un altro potere? Inoltre se gli uomini soltanto e non tutte le cose che sono sotto il cielo sono soggette all'oroscopo, perché scelgono alcuni giorni adatti per piantare viti, alberi e biade ed altri per domare gli animali o mandarli alla monta in cui dai maschi saranno fecondati i branchi di cavalle o di mucche o di altri animali? Se al contrario sono determinanti a questi effetti i giorni scelti appunto perché la posizione degli astri secondo la diversità dei momenti di tempo domina tutti i fenomeni fisici e biologici, riflettano quanti esseri in un solo attimo di tempo nascano, sorgano e comincino, e quali fini diversi abbiano. Così rendono tali previsioni oggetto di scherno perfino ai bambini. Nessuno è tanto stupido da azzardarsi a dire che tutti gli alberi, tutte le erbe, tutte le bestie, cioè serpenti, uccelli, pesci, vermi hanno singolarmente attimi diversi del loro nascere. Si suole, per provare la bravura degli astrologi, portare ad essi gli oroscopi di animali muti, di cui si notano diligentemente le nascite a casa ai fini di questa verifica e si ritengono superiori agli altri quegli astrologi i quali, scrutato l'oroscopo, dicono che non è nato un uomo ma un animale. Si azzardano perfino a dire quale animale, e cioè se adatto alla lana, al traino o all'aratro o alla custodia della casa. Si avventurano appunto a predire il destino ai cani e danno i loro responsi fra le esclamazioni degli ammiratori. Gli uomini sono tanto sciocchi da pensare che quando nasce uno di loro sia arrestato il verificarsi di ogni altro fenomeno sicché contemporaneamente sotto il medesimo segno dello zodiaco non nascerebbe neanche una mosca. Infatti se lasciassero passare la mosca, il ragionamento si allarga e un po' alla volta con leggere concessioni dalle mosche giunge ai cammelli e agli elefanti. E non vogliono riflettere che nel giorno scelto per seminare il campo molti granelli di frumento assieme arrivano alla terra, assieme germogliano e, nata la pianta, assieme verdeggiano, maturano e biondeggiano e tuttavia, in seguito, delle spighe nate nel medesimo tempo e per così dire dal medesimo germe alcune ne distrugge la ruggine, altre ne saccheggiano gli uccelli ed altre ne raccolgono gli uomini. Non potranno dire che hanno oroscopi diversi, sebbene le vedano fare una fine tanto diversa. Ovvero cesseranno di scegliere i giorni propizi per queste cose, le sottrarranno al responso delle stelle e crederanno soggetti agli astri soltanto gli uomini sebbene a loro soltanto sulla terra Dio ha concesso la libera volontà. Dopo tutte queste considerazioni giustamente si ritiene che quando gli astrologi danno molti responsi stupendamente veri, il fatto non avviene in virtù dell'arte inesistente di leggere e scrutare l'oroscopo, ma per una occulta suggestione di spiriti non buoni che si danno da fare per imprimere a fondo nelle umane coscienze falsi e dannosi pregiudizi sul destino proveniente dagli astri.

La dottrina stoica del destino come nesso causale.
8.
Alcuni non considerano il fato come la diversa combinazione degli astri quando un essere qualsiasi viene concepito, generato o incominciato ma come il nesso ordinato di tutte le cause per cui si verificano tutti i fenomeni. Con loro non è necessario polemizzare faticosamente in una controversia sul significato delle parole se riconoscono al volere e al potere del Dio sommo l'ordine e un determinato nesso delle cause. Si crede con somma certezza e verità che egli conosca tutte le cose prima che avvengano, che non lasci nulla fuori dell'ordine, perché da lui dipende ogni potere sebbene non da lui dipende il volere di tutti. Che gli stoici chiamino destino principalmente la stessa volontà del Dio sommo, il cui potere si estende sovranamente su tutto, si dimostra nella maniera seguente. Sono di Anneo Seneca, salvo errore, questi versi: Conducimi, o padre sommo e dominatore dell'alto cielo, dove tu vuoi, non indugerò ad obbedirti, sono pronto; se al contrario non vorrò, ti seguirò gemendo ed essendo cattivo subirò ciò che se fossi buono era piacevole fare. Il destino conduce chi vuole, trascina chi non vuole 13. In quest'ultimo verso ha evidentemente considerato destino ciò che in precedenza aveva definito la volontà del padre sommo, si dichiara pronto ad eseguirla per essere da lei condotto volente e non trascinato nolente, giacché il destino conduce chi vuole, trascina chi non vuole. Sono favorevoli a questa dottrina anche i seguenti versi di Omero che Cicerone tradusse in latino: La coscienza degli uomini è come la luce con cui Giove padre illumina la terra feconda 14. In materia non avrebbero autorità le parole di un poeta ma Cicerone afferma che gli stoici nel sostenere il potere del fato sono soliti ricorrere a questi versi di Omero. Non si tratta quindi di una teoria di quel poeta ma dei filosofi suddetti. Infatti mediante questi versi usati da loro nella teoresi sul destino viene dichiarata apertamente la loro dottrina sul destino, perché considerano Giove come il sommo Dio da cui, secondo loro, dipende la concatenazione dei destini.

Cicerone per affermare la libertà contro il destino...
9.
1. Cicerone polemizza contro gli stoici con la convinzione che non addurrebbe prove valide contro di loro se non eliminasse la divinazione. E tenta di eliminarla così da negare la conoscenza del futuro e da sostenere con tutte le forze che è assolutamente impossibile sia nell'uomo che in Dio: non vi può essere nessuna predizione delle cose. Nega così la prescienza di Dio e cerca di demolire ogni profezia anche se evidentissima con vuote argomentazioni e col rilevare le contraddizioni di alcuni oracoli che è facile respingere. Tuttavia neanche di essi ha dato una vera confutazione. Nel respingere le supposizioni degli astrologi il suo discorso riceve autorità dalla considerazione che esse sono tali che si eliminano e confutano da sé. Ma coloro che ammettono per lo meno destini stellari sono più sopportabili di lui che esclude la prescienza del futuro. È evidente mancanza di intelligenza ammettere l'esistenza di Dio e negarne la prescienza del futuro. Essendosene accorto pure lui, saggiò perfino l'argomento di quel verso della Scrittura che dice: Ha detto lo sciocco in cuor suo: Dio non esiste 15, ma non come propria personale teoria. Notava infatti che era una parte spiacevole e sgradita e perciò nei libri de La natura degli dèi introdusse Cotta nella disputa contro gli stoici sull'argomento, e preferì esporre la propria teoria nella parte di Lucilio Balbo, al quale affidò la difesa della tesi stoica, anziché in quella di Cotta il quale nega l'esistenza di un essere divino 16. Invece nei libri su La divinazione da sé apertamente polemizza contro la prescienza del futuro 17. E, come sembra, tutto il suo impegno consiste nel non ammettere il destino per non negare la libera volontà. Pensa infatti che data la premessa della conoscenza del futuro si ha la conclusione assolutamente innegabile dell'esistenza del destino. Ma comunque siano i tortuosi cavilli e discussioni dei filosofi, noi per ammettere l'esistenza del Dio sommo e vero, ammettiamo anche la sua volontà, il sommo potere e la prescienza e non temiamo di non fare con la volontà ciò che con la volontà facciamo. Di questo ha prescienza colui la cui prescienza non può errare. Lo temettero Cicerone per negare la prescienza e gli stoici per non ammettere che tutto avviene per necessità, sebbene sostengano che tutto avviene per destino.

...nega la prescienza.
9.
2. Che cosa dunque ha temuto Cicerone nella prescienza del futuro per tentare di escluderla con una argomentazione censurabile? Se tutti gli eventi futuri, egli dice, sono presciti, si verificheranno nella serie secondo cui sono stati presciti e se si verificheranno in quella serie, la serie degli avvenimenti è determinata nella prescienza di Dio e se è determinata la serie degli avvenimenti, è determinata anche la serie delle cause. Non può infatti verificarsi un effetto che non sia preceduto da una causa efficiente. E se è determinata la serie delle cause, secondo cui si verifica ogni evento, tutti gli eventi si verificano fatalmente. Se è così, nulla è in nostro potere e non esiste l'arbitrio della volontà. Se concediamo questo, continua Cicerone 18, è sovvertita la realtà della vita umana, è inutile fare le leggi, è inutile usare punizioni e lodi, rimproveri e consigli, e contro ogni giustizia sono stabiliti premi per i buoni e pene per i cattivi. E affinché non si abbiano queste condizioni ingiuste, assurde e dannose per l'umanità, egli esclude la prescienza del futuro. In tal modo comprime la coscienza religiosa in un'alternativa così angusta che è costretto a scegliere l'una delle due cose, o che qualcosa sia in potere della nostra volontà o che si dà la prescienza del futuro. Pensa che non siano compossibili ma che se si sceglie l'uno si elimina l'altro. Se si sceglie la prescienza del futuro, si elimina l'arbitrio della volontà; se si sceglie l'arbitrio della volontà, si elimina la prescienza del futuro. Ed egli da uomo eccellente e dotto, che molto e con competenza si preoccupava per la vita umana, fra le due cose scelse il libero arbitrio della volontà; e per affermarlo negò la prescienza del futuro e così per rendere gli uomini liberi, li ha resi miscredenti. Una coscienza religiosa sceglie l'uno e l'altro, ammette l'uno e l'altro, mediante la pietà fedele afferma l'uno e l'altro. E come? chiede lui, perché se si dà la prescienza del futuro, si hanno di conseguenza tutte le affermazioni che se ne deducono fino alla conclusione che non si dà oggetto della nostra volontà. Se al contrario si dà un oggetto del nostro volere, ripercorrendo le medesime premesse si giunge all'affermazione che non si dà la prescienza del futuro. E si ripercorrono le varie premesse in questo modo: se si dà l'arbitrio della volontà, non tutto avviene fatalmente; se non tutto avviene fatalmente, non è determinata la serie di tutte le cause; se non è determinata la serie di tutte le cause, neanche la serie degli avvenimenti è determinata nella prescienza di Dio, non tutti gli avvenimenti si verificano senza una causa precedente ed efficace; se la serie degli avvenimenti non è determinata nella prescienza di Dio, non tutti gli eventi avvengono come egli ha conosciuto per prescienza che si verificheranno; quindi se non tutti gli eventi si verificano come egli ha conosciuto per prescienza che si verificheranno, non v'è, conclude Cicerone, in Dio la prescienza di tutti gli eventi futuri 19.

La fede cristiana afferma libertà e prescienza...
9.
3. Noi contro queste sacrileghe ed empie affermazioni sosteniamo che Dio conosce tutte le cose prima che avvengano e che noi facciamo con la nostra volontà tutte le azioni che abbiamo coscienza e conoscenza di fare soltanto perché lo vogliamo. Non affermiamo che tutti gli eventi si verifichino fatalmente, anzi affermiamo che nessuno di essi si verifica fatalmente. Sosteniamo appunto che il concetto di fato, come si considera nel linguaggio usuale, cioè attraverso la combinazione degli astri nel concepimento e nascita degli individui, viene affermato senza alcuna prova ed è quindi insignificante. Non neghiamo però la serie delle cause, sulla quale l'azione di Dio è determinante e non la chiamiamo fato, a meno che fato non s'intenda etimologicamente derivato da fari, cioè parlare 20. Non possiamo negare che nella sacra Scrittura è stato scritto: Dio ha parlato una sola volta ma io ho ascoltato queste due cose, che Dio ha il potere e che tu, o Signore, hai la bontà, perché rendi a ciascuno secondo le sue azioni 21. Il concetto: Ha parlato una sola volta significa che ha parlato senza muoversi, cioè senza porsi nel divenire. Ha parlato, come conosce senza divenire tutti gli eventi che si verificheranno e che porterà a compimento. In questo senso potremmo derivare fato da fari, se la parola non fosse già intesa con un altro concetto, al quale noi non vogliamo che il cuore umano sia favorevole. Non è consequenziale che se per Dio è determinata la serie delle cause, per noi ne derivi la negazione del libero arbitrio della volontà. Anche la nostra volontà rientra nella serie delle cause che per Dio è determinata ed è compresa nella sua prescienza perché anche la volontà umana è causa di azioni umane. Così egli che ha avuto prescienza delle cause di tutti gli avvenimenti non ha potuto certamente non conoscere in quelle cause anche la nostra volontà di cui sapeva per prescienza che sarebbe stata causa delle nostre azioni.

...e l'influire delle cause disposte da Dio.
9.
4. Ma anche la concessione dello stesso Cicerone, che non si ha effetto se non precede la causa efficiente, basta a confutarlo su questo problema 22. In che cosa lo suffraga la sua tesi che non si ha effetto senza la causa ma che non ogni causa è fatale, dal momento che si hanno la causa casuale, la causa naturale e la causa volontaria? Basta questo a confutarlo, perché egli ammette che l'effetto si ha soltanto se precede la causa. Non si intende affermare che le cause dette casuali, da cui si ha anche l'etimologia di caso, non siano cause ma che sono nascoste e che si attribuiscono al volere del Dio vero o di spiriti di vario genere. Così non s'intende considerare indipendenti dalla sua volontà le cause naturali perché egli è autore e principio di ogni natura. Infine le cause volontarie sono o di Dio o degli angeli o degli uomini o anche dei vari animali se tuttavia si possono considerare volontà i movimenti di anime prive di ragione con cui esse, nell'appetire o fuggire, compiono azioni secondo la propria natura. Quando parlo della volontà degli angeli, intendo tanto di quelli buoni che chiamiamo semplicemente angeli di Dio come di quelli cattivi che chiamiamo angeli del diavolo o anche demoni. Altrettanto si dica degli uomini, tanto dei buoni come dei cattivi. Se ne conclude che le cause efficienti di tutti i fenomeni non sono che volontarie, cioè di quell'essere che è spirito di vita. Anche l'aria o vento è detto spirito, ma poiché è corpo non è spirito di vita. Lo spirito di vita che vivifica tutto ed è creatore dell'universo corporeo e dell'universo spirituale creato è Dio, cioè lo spirito non creato. Nel suo volere è il sommo influsso causale, perché esso aiuta le volontà buone degli spiriti creati, giudica le cattive, le ordina tutte e ad alcune concede gli influssi causali, ad altre no. Come è creatore di tutte le nature, così è datore di tutti gli influssi causali ma non di tutti i voleri. Il volere cattivo infatti non è da lui perché è contro la natura che è da lui. I corpi quindi sono maggiormente soggetti alla volontà, alcuni alla nostra, cioè di tutti i viventi mortali e maggiormente degli uomini che delle bestie, alcuni alla volontà degli angeli, ma tutti sono principalmente soggetti alla volontà di Dio, alla quale sono soggette anche tutte le volontà, perché hanno soltanto l'influsso causale che egli concede. Dio è dunque causa efficiente e non fatta delle cose, le altre cause invece sono efficienti e fatte, come tutti gli spiriti creati e soprattutto quelli ragionevoli. Le cause corporee che sono più fatte che efficienti non sono da considerare fra le cause efficienti, perché influiscono soltanto sulla cosa che la volontà degli spiriti da esse produce. In qual modo dunque la serie delle cause, che è determinata nella prescienza di Dio, farebbe sì che nulla sia in potere della nostra volontà, quando le nostre volontà hanno un ruolo importante nella serie delle cause stesse?. Cicerone dunque se la prenda con i filosofi che considerano fatale la serie delle cause, anzi la chiamano fato. Noi respingiamo il fato soprattutto in vista della parola che si è soliti intendere nel significato non vero. Per il fatto poi che la serie delle cause è sommamente determinata e nota alla prescienza di Dio, riproviamo Cicerone più noi cristiani che gli stoici. Infatti o nega l'esistenza di Dio, cosa che ha tentato di fare nei libri Sulla natura degli dèi affidando l'incarico a un altro; o se ammette l'esistenza di Dio, pur negandone la prescienza del futuro, anche così fa la medesima affermazione dello sciocco che ha detto in cuor suo: Dio non esiste 23. Un essere che non ha prescienza di tutti gli eventi futuri, certamente non è Dio. Pertanto le nostre volontà hanno l'influsso causale nei limiti che Dio ha voluto con la sua prescienza. Quindi l'influsso causale che hanno, lo hanno infallibilmente e tutto ciò che causeranno lo causeranno esse stesse, perché colui, la cui prescienza non può fallire, ha determinato che avessero influsso causale e che causassero. Quindi se avessi voglia di applicare il nome di fato a una cosa, preferirei dire che il fato del meno efficiente è la volontà del più efficiente che lo ha in potere, anziché dire che è tolto l'arbitrio della nostra volontà con quella serie di cause che gli stoici non nel significato comune ma con un loro significato chiamano fato.

Coesistenza di necessità e libertà...
10.
1. Pertanto non si deve avere tanta paura della necessità. Avendone paura gli stoici si affaticarono a distinguere le cause delle cose in maniera da esimerne alcune dalla necessità e di assoggettarne altre. Fra quelle che considerarono libere dalla necessità hanno posto anche le nostre volontà perché non sarebbero libere se fossero soggette alla necessità. Se si deve considerare nostra necessità la condizione che non è in nostro potere e che, anche se noi non vogliamo, effettua ciò che è in suo potere, come è la necessità della morte, è chiaro che la nostra volontà, con cui si vive autenticamente o banalmente, non è soggetta a una necessità di questo tipo. Infatti compiamo molte azioni che non compiremmo se non volessimo. A questa categoria appartiene il volere stesso perché, se vogliamo, esiste, se non vogliamo, non esiste. Non vorremmo se non volessimo. Se al contrario necessità significa la condizione con cui s'intende che è necessario che una cosa abbia questa essenza o avvenga in questo modo, non capisco perché si teme che ci tolga la libertà del volere. Infatti non s'intende considerare soggetta alla necessità la vita e la prescienza di Dio, se si afferma la necessità che Dio vive nell'eternità e che ha prescienza di tutto. Allo stesso modo non si diminuisce il suo potere quando si dice che egli non può morire e ingannarsi. Non lo può appunto perché se lo potesse avrebbe minor potere. Eppure con ragione si dice che è onnipotente sebbene non possa morire e ingannarsi. Si dice onnipotente perché fa ciò che vuole, non perché subisce ciò che non vuole; se questo si verificasse in lui, non sarebbe affatto onnipotente. E appunto perché è onnipotente non può alcune cose. Affermare che necessariamente, quando si vuole, si vuole con il libero arbitrio è senza dubbio affermare il vero, ma non per questo il libero arbitrio si considera soggetto alla necessità che toglie la libertà. C'è dunque una nostra volontà ed essa è causa efficiente di ogni azione che si compie volendo e che non sarebbe compiuta se non si volesse. Ed anche se un individuo subisce senza volere un'azione dalla volontà degli altri, anche in questo caso la volontà influisce sebbene non la sua, comunque volontà umana, ma il potere è di Dio. Infatti se fosse soltanto volontà e non potesse ciò che vuole, sarebbe impedita da una volontà superiore, ma anche in questo caso la volontà rimane volontà e non di un altro ma di colui che vuole, anche se non può effettuare ciò che vuole. Ne consegue che non deve attribuire l'influsso che subisce indipendentemente dal proprio volere a volontà umane o angeliche o di altro spirito creato ma di colui che concede di influire a chi usa la volontà.

...di libertà e prescienza divina.
10.
2. Dunque non perché Dio ha conosciuto per prescienza ciò che avverrà nella nostra volontà, non si dà nulla in potere della nostra volontà. Infatti se ha previsto questo fatto, ha previsto qualche cosa. Quindi se colui che ha previsto ciò che sarebbe avvenuto nella nostra volontà, non ha previsto un nulla ma qualche cosa; certamente anche se egli ne ha prescienza, c'è qualcosa in potere della nostra volontà. Pertanto non si è costretti o affermando la prescienza di Dio a negare l'arbitrio della volontà o affermando l'arbitrio della volontà a negare che Dio è presciente del futuro. Sarebbe questa un'affermazione empia. Noi cristiani accettiamo l'uno e l'altro, affermiamo per fede e ragione l'uno e l'altro, la prescienza per creder bene, l'arbitrio per viver bene. Si vive male se di Dio non si pensa bene. Per volere liberamente non si deve negare la sua prescienza, perché col suo aiuto siamo o saremo liberi. Quindi non è inutile che vi siano le leggi, le punizioni, i consigli, le lodi e i rimproveri, perché Dio ha conosciuto per prescienza che si sarebbero verificati; inoltre influiscono moltissimo nei limiti in cui egli ha conosciuto per prescienza che avrebbero influito. Così influiscono le preghiere per ottenere i favori che egli ha conosciuto per prescienza di concedere a chi prega; e giustamente sono stati stabiliti premi per le buone azioni e castighi per i peccati. Ma l'uomo non pecca perché Dio ha conosciuto per prescienza che avrebbe peccato. Anzi è innegabile che pecca, quando pecca, perché Dio, la cui prescienza non può fallire, non ha conosciuto per prescienza che il destino, o il caso o altro di simile, ma che proprio lui avrebbe peccato. Se non vuole non pecca, ma se non vorrà peccare, anche questo Dio ha conosciuto per prescienza.

Dio è l'universale provvidenza.
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Dunque il Dio sommo e vero con il Verbo e con lo Spirito Santo, che sono una sola essenza in tre persone, è un solo Dio onnipotente, creatore e fattore dell'universo spirituale e sensibile. Partecipando di lui sono felici tutti gli esseri che sono felici nella verità e non nella menzogna. Egli ha creato l'uomo come animale ragionevole composto di anima e di corpo e non ha permesso che dopo il peccato rimanesse impunito ma non lo ha privato della sua misericordia. Ha concesso ai buoni e ai cattivi l'essere comune con le pietre, la vita del seme comune con gli alberi, la vita del senso comune con le bestie, la vita dell'intelligenza comune con i soli angeli. Da lui sono ogni misura, ogni bellezza, ogni ordine, la proporzione, il numero e il peso. Da lui è ogni essere secondo la propria natura, di qualsiasi genere, di qualsiasi valore. Da lui sono i semi delle forme e le forme dei semi e il divenire dei semi e delle forme. Anche alla carne egli ha dato l'origine, la bellezza, il vigore, la fecondità per la propagazione, la struttura delle membra, il benessere organico. Anche all'anima irragionevole ha dato la memoria, il senso e l'appetito e a quella ragionevole la mente, l'intelligenza e la volontà. Egli non ha lasciato senza l'armonia e quasi la pace delle parti non solo il cielo e la terra, l'angelo e l'uomo, ma anche l'interno di un piccolo e insignificante animale, la piuma di un uccello, il fiore dell'erba, la foglia dell'albero. Quindi non si deve assolutamente pensare che abbia voluto rendere estranei alle leggi della sua provvidenza i regni umani, i loro domini e soggezioni.

Confronto fra la visione irrazionalista e razionalista (12-26)

Virtù civili dei Romani: amore alla libertà.
12.
1. Ed ora esaminiamo le virtù civili dei Romani che il vero Dio ha voluto favorire per l'ingrandimento dell'impero e quale ne è la ragione, poiché in suo potere sono tutti i regni terreni. Per poterne trattare più esaurientemente, ho scritto, in aderenza all'argomento, il libro precedente, in quanto gli dèi, che i Romani hanno ritenuto di dover adorare anche per banali interessi, non hanno alcun potere in questo settore. Ho premesso anche la prima parte di questo libro fino a questo punto per definire la questione del fato, affinché chi fosse convinto che l'impero non si era ingrandito e conservato mediante il culto degli dèi non attribuisse il fatto a non saprei quale destino piuttosto che alla volontà altamente potente del sommo Dio. Ora i più antichi Romani, stando a quanto insegna e ricorda la loro storia, sebbene adorassero falsi dèi e sacrificassero non a Dio ma ai demoni, come gli altri popoli eccetto il popolo ebraico, tuttavia erano desiderosi di lode e non attaccati al guadagno, volevano una grande gloria e una dignitosa ricchezza 24. Amarono la gloria ardentemente, per essa vollero vivere, per essa non esitarono a morire, repressero le altre passioni nella veemente passione della sola gloria. E poiché ritenevano inglorioso essere soggetti e glorioso assoggettare col dominio, desiderarono che la loro patria fosse dapprima libera e poi dominatrice. Per questo motivo non tollerando il dominio dei re, costituirono annuali le cariche del comando e due capi 25. Essi furono chiamati consoli da consigliare e non re o signori da regnare e signoreggiare 26. E sebbene i re, come sembra, siano denominati da reggere come il regno dai re e i re, come è stato detto, da reggere, tuttavia l'orgoglio regale fu considerato non l'esercizio del potere di chi regge o la benevolenza di chi consiglia ma la superbia di chi la fa da padrone. Perciò dopo l'espulsione di Tarquinio e la costituzione del consolato si verificò ciò che il citato autore scrisse in lode dei Romani: È incredibile quanto progredì la città col conseguimento della libertà, perché era sopravvenuta la grande passione della gloria 27. Dunque il desiderio di lode e la passione della gloria produssero opere degne di ammirazione, cioè lodevoli e gloriose secondo la valutazione umana.

L'ambizione al potere e alla gloria in Cesare...
12.
2. Il citato Sallustio esalta come grandi e illustri uomini del suo tempo Marco Catone e Caio Cesare. Dice che da tempo lo Stato non aveva avuto un individuo eccellente per valore ma che al suo tempo si ebbero quei due di grande valore, sebbene di diverse attitudini. A lode di Cesare ricorda che ambiva per sé un forte dominio, un esercito e una nuova guerra, durante la quale potesse segnalarsi il suo valore. C'era dunque nell'ambizione degli individui valorosi che Bellona spingesse alla guerra popoli disgraziati e li sconvolgesse in una sventura sanguinosa perché si presentasse l'occasione in cui emergesse il valore degli individui. Lo esigevano certamente il desiderio di lode e la passione della gloria. I Romani perciò compirono grandi imprese dapprima per amore della libertà e poi anche del dominio e per la passione della lode e della gloria. Un loro insigne poeta rende loro testimonianza dell'uno e dell'altro; ha cantato: Porsenna ingiungeva di riammettere l'espulso Tarquinio e assediava Roma con un grande esercito. I discendenti di Enea accorrevano alla guerra per la difesa della libertà 28. In quel tempo quindi considerarono grandezza o morire da forti o vivere liberi. Ma conseguita la libertà era sopraggiunta una così grande passione della gloria che diveniva trascurabile la sola libertà, se non si cercava anche il dominio. Si considerava grande il sentimento che il medesimo poeta esprime facendo parlare Giove: Anzi la spietata Giunone, che ora sconvolge col timore mare, terra e cielo, muterà in meglio le proprie intenzioni e favorirà con me i Romani padroni del mondo e gente togata. Così ho disposto. Col passare degli anni verrà un tempo, in cui i discendenti di Assaraco assoggetteranno Ftia e la illustre Micene e signoreggeranno sui Greci vinti 29. Ovviamente Virgilio facendo prevedere da Giove come futuri questi eventi, li rievocava come passati o li osservava come presenti. Comunque io ho voluto richiamarli per mostrare appunto che dopo la libertà i Romani considerarono il dominio in maniera tale che apparisse fra le lodi loro dovute. Da qui deriva la concezione del medesimo poeta di considerare superiori alle arti delle altre genti le attività proprie dei Romani, del reggere col dominio e di sottomettere con la guerra. Ha cantato: Gli altri scolpiranno con maggiore delicatezza i bronzi che sembrano respirare, lo ammetto, faranno uscire dal marmo dei volti vivi, difenderanno meglio le cause, tracceranno in un cerchio i movimenti del cielo e definiranno il sorgere degli astri. Tu, o Romano, ricordati, poiché queste sono le tue arti, di reggere i popoli col dominio, d'imporre le condizioni della pace, di risparmiare i soggetti e di sconfiggere i ribelli 30.

... e negli inetti.
12.
3. Esercitavano queste arti con tanto maggior bravura quanto meno si davano ai piaceri e all'infiacchimento spirituale e fisico nel procacciarsi e aumentare le ricchezze e nel rendere con esse depravati i costumi rubando ai cittadini onesti e largheggiando con gli attori disonesti. Pertanto giacché la depravazione morale, quando Sallustio scriveva e Virgilio cantava questi fatti, aveva il pieno sopravvento, ambivano cariche onorifiche e gloria non con le arti del potere ma con brogli fraudolenti. Perciò scrive il citato Sallustio: Dapprima più l'ambizione che l'avarizia travolgeva la coscienza degli individui. Tuttavia il vizio dell'ambizione è molto vicino alla virtù. Infatti tanto la persona capace che l'inetta cercano di procacciarsi gloria, onore e potere, ma il primo vi tende per la via giusta, l'altro, giacché gli mancano le buone arti, vi aspira con i brogli fraudolenti 31. Sono queste le buone arti: il raggiungere, cioè, l'onore, la gloria e il potere mediante la virtù e non mediante l'ambizione; tuttavia tanto la persona capace che l'inetta si affannano a raggiungerli, ma quegli, cioè la persona capace, vi tende per la via giusta. La via è la virtù con cui si tende come alla mèta del conseguimento, cioè alla gloria, all'onore e al potere. Che i Romani avessero innato questo sentimento lo indicano nella loro città anche i tempietti, costruiti appunto in contiguità, degli dèi Virtù e Onore 32, sebbene considerassero dèi i doni di Dio. Dal fatto è possibile capire quale, secondo le loro intenzioni, fosse la mèta della virtù e a che cosa la riferivano quelli che erano buoni, cioè all'onore. I cattivi non avevano la virtù, sebbene bramassero conseguire l'onore che tentavano di conquistare con le cattive arti, cioè con i brogli fraudolenti.

Virtù e gloria in Catone l'Uticense.
12.
4. Più distintamente è stato esaltato Catone. Di lui ha detto Sallustio: Quando meno cercava la gloria, tanto più essa lo seguiva 33. Ma se la gloria, della cui passione ardevano, è il giudizio di individui che hanno una buona opinione di altri, è migliore la virtù che non è contenta del riconoscimento umano, salvo quello della propria coscienza. Per questo dice l'Apostolo: La nostra gloria è questa, il riconoscimento della nostra coscienza 34; e in un altro passo: Ciascuno esamini la propria azione e allora avrà gloria soltanto in se stesso e non in un altro 35. Dunque la virtù non deve seguire la gloria, l'onore e il potere, cui i Romani aspiravano e che i buoni tendevano a raggiungere con le buone arti, ma questi beni devono seguire la virtù. Infatti non è vera virtù se non tende a quel fine che è per l'uomo il bene ottimo. Quindi Catone non avrebbe dovuto aspirare alle cariche onorifiche, cui aspirò, ma lo Stato avrebbe dovuto conferirgliele anche se non vi aspirava.

Concetto di virtù civile in Catone.
12.
5. Ma dato che nel ricordo di Sallustio i due Romani, Cesare e Catone, furono grandi per virtù, la virtù di Catone, a mio parere, fu molto più vicina di quella di Cesare al suo vero significato. Pertanto ascoltiamo dalle parole stesse di Catone la condizione dello Stato in quel tempo e anteriormente. Non crediate, egli dice, che i nostri antenati hanno con le armi reso grande lo Stato da piccolo che era. Se così fosse, ne avremmo uno molto più perfetto. Noi infatti abbiamo nei confronti degli antenati un numero più grande di cittadini e di alleati, di armi e di cavalli. Ma furono altre le doti che li resero grandi e che a noi mancano: l'operosità in privato, una giusta amministrazione in pubblico, l'animo libero nelle decisioni, non soggetto alla delinquenza e alla passione. Al loro posto noi abbiamo la dissolutezza e l'avarizia, nell'amministrazione dello Stato il dissesto, in quella privata l'abbondanza. Apprezziamo la ricchezza e facciamo l'ozio, non esiste distinzione fra onesti e disonesti, l'ambizione usurpa le prerogative della virtù. Non c'è da meravigliarsene. Quando voi deliberate nella prospettiva dei vari individualismi, quando in privato vi rendete schiavi dei piaceri e in pubblico del lucro e dei favoritismi, ne consegue un assalto allo Stato privo di difensori 36.

La virtù e il valore dei pochi.
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6. Chi ascolta le parole di Catone o meglio di Sallustio pensa che tutti gli antichi Romani o molti di loro fossero tali quali vengono esaltati. Non è così; altrimenti non sarebbero veri i fatti che lo stesso Sallustio narra e che io ho ricordato nel secondo libro di quest'opera 37. Egli afferma in quei passi che le ingiustizie dei potenti e a causa di esse la secessione della plebe dai patrizi e le altre discordie si ebbero in città fin dal principio. Si amministrò, aggiunge, con diritto equo e moderato non più a lungo del periodo in cui, con l'espulsione dei re, si ebbe il timore proveniente da Tarquinio, finché, cioè, non finì la grave guerra che per colpa di lui era stata intrapresa con l'Etruria. In seguito i patrizi trattarono la plebe da schiava, l'afflissero con un potere regale, la privarono dei campi e amministrarono da soli lo Stato con l'esclusione degli altri 38. Queste discordie, rinfocolate perché gli uni volevano dominare e gli altri non volevano sottostare, ebbero fine con la seconda guerra punica, perché un nuovo grave timore cominciò a incalzare e a frenare, a causa di un'altra più grave preoccupazione, gli spiriti inquieti dalle turbolenze, e a richiamarli alla concordia civica. Ma i grandi successi si ottennero per l'opera di pochi individui, onesti nel loro limite, sicché, affrontata e superata la difficile situazione mediante l'accortezza di poche persone dabbene, lo Stato progredì. Il medesimo storico confessa che, quando leggeva o udiva le molte celebri imprese compiute dal popolo romano in pace e in guerra, in guerre navali e terrestri, amava rivolgere l'attenzione sulla forza che aveva portato a compimento opere tanto grandi 39. Sapeva infatti che spesso una piccola schiera di Romani si era battuta con potenti legioni nemiche, aveva conosciuto le guerre compiute da soldati sprovvisti con regni forniti di mezzi. A forza di pensare, egli confessa, ha dovuto concludere che l'eccellente valore di pochi cittadini aveva realizzato tutte queste opere col risultato che la povertà aveva superato la ricchezza, i pochi avevano sconfitto i molti. Ma dopo che, soggiunge, la città fu depravata dal lusso e dall'inerzia, di nuovo lo Stato doveva mantenere con la propria grandezza i vizi dei capi e dei magistrati 40. Dunque anche da Catone è stata lodata la virtù dei pochi che aspiravano alla gloria, all'onore e al potere per la via giusta, cioè la stessa virtù. Da essa derivava l'operosità in privato, ricordata da Catone, in modo che l'erario fosse fornito e modeste le sostanze private. Per conseguenza, con la depravazione dei costumi, il vizio contrappose in pubblico la miseria e in privato l'abbondanza 41.

La gloria e l'eroe pagano.
13.
Per la qual cosa dopo la lunga durata degli illustri imperi dell'Oriente Dio volle che se ne formasse uno occidentale il quale, pur essendo posteriore nel tempo, fosse più illustre per l'estensione e la grandezza del dominio. Per punire la grave immoralità di molti popoli lo concesse di preferenza a individui che nella prospettiva dell'onore, della fama e della gloria provvidero alla patria, in cui aspiravano alla gloria stessa. Essi non dubitarono di anteporre la sua salvezza alla propria perché reprimevano il desiderio del guadagno e molti altri vizi per soddisfare questo solo vizio, cioè l'amore della fama. A proposito pensa più giustamente chi riconosce come vizio anche l'amore della fama. Il motivo non sfuggì neanche al poeta Orazio che dice: Se sei gonfio dell'amore alla fama, ci sono mezzi di purificazione che potranno rinnovarti; basta che leggi con animo schietto per tre volte un piccolo libro 42. E in un'ode così ha cantato per reprimere la brama sulla passione del potere: Dominerai su una estensione più vasta se domerai lo spirito avido che se unissi la Libia al territorio di Cadice e se fossero soggetti soltanto a te i Fenici e i Cartaginesi 43. Tuttavia coloro che non frenano le passioni più turpi con la fede religiosa mediante la partecipazione dello Spirito Santo e con l'amore della bellezza ideale, ma almeno col desiderio della fama e della gloria, non sono certamente santi ma meno disonesti. Anche Cicerone non ha potuto tacere sull'argomento nei citati libri Della repubblica, là dove parla della formazione del capo dello Stato. Afferma che egli deve essere nutrito di gloria e in seguito ricorda che i propri antenati per il desiderio della gloria compirono azioni degne di alta ammirazione 44. Quindi non solo non resistevano a questo vizio, anzi ritenevano di doverlo stimolare e accendere, perché pensavano che fosse utile per lo Stato. Ed anche nelle opere filosofiche Cicerone non passa sotto silenzio questa imperfezione, anzi ne parla apertamente. Trattando appunto degli studi filosofici che si devono seguire con lo scopo del vero bene e non per l'orgoglio della fama, espresse questa opinione che era quella di tutti: L'onore alimenta le arti e dalla gloria tutti sono stimolati alle varie attività e saranno sempre neglette quelle attività che sono disapprovate dall'opinione pubblica 45.

la gloria e l'eroe cristiano.
14.
A questa passione dunque senza dubbio è meglio resistere che acconsentire. Si è infatti tanto più simili a Dio quanto più si è immuni da questa colpa. Ed anche se nella vita presente non si estirpa completamente dal cuore, perché non cessa di tentare anche le coscienze che fanno buoni progressi, si superi per lo meno la passione della gloria con l'amore alla giustizia. E se in certi casi rimangono neglette le attività che sono disapprovate dall'opinione pubblica, se esse sono buone e oneste, anche l'amore della fama abbia il pudore di cedere all'amore della verità. Il vizio in parola infatti è molto contrario alla fede religiosa se nella coscienza è maggiore la passione della gloria che il timore e l'amore di Dio. In proposito ha detto il Signore: Come potete credere se cercate la gloria l'un dall'altro e non cercate la gloria che viene soltanto da Dio? 46. Per lo stesso motivo ha detto un Evangelista nei confronti di alcuni che avevano creduto nel Cristo ma temevano di confessarlo apertamente: Hanno amato di più la gloria degli uomini che quella di Dio 47. I santi Apostoli non si comportarono così. Essi predicavano il cristianesimo dove esso era disapprovato secondo le parole di Cicerone: Rimangono sempre neglette le attività che sono disapprovate dall'opinione pubblica. In alcuni luoghi anzi esso era oggetto di grandissima esecrazione. Ma essi tenevano presente ciò che avevano udito dal divino Maestro che è anche medico delle coscienze: Se qualcuno mi rinnegherà davanti agli uomini, lo rinnegherò anche io davanti al Padre mio che è nei cieli o anche davanti agli angeli di Dio 48. Quindi fra le maledizioni e gli insulti, fra gravissime persecuzioni e pene crudeli non si lasciavano distogliere dalla predicazione della salvezza umana per timore dello strepito della disapprovazione umana. E conseguirono nella Chiesa di Cristo una gloria straordinaria appunto perché affermavano una dottrina divina con l'azione, la parola e la vita disarmando con la loro condotta i cuori duri e facendo intravedere la pace della giustizia. Ma essi non si fermavano alla gloria come a un obiettivo della propria vita ma la riferivano alla gloria di Dio, perché con la sua grazia erano quel che erano. Ed anche con questo stimolo accendevano coloro di cui si prendevano cura affinché anche i proseliti fossero quali essi erano. Appunto perché non fossero buoni per la gloria umana, il loro Maestro li aveva educati con queste parole: Guardatevi dal fare le vostre opere di giustizia davanti agli uomini per essere osservati da loro; altrimenti non avrete la ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli 49. Ma a sua volta, affinché interpretando male quelle parole non avessero timore di essere graditi agli uomini e nascondendo la propria bontà non giovassero di meno, egli mostrando il fine per cui devono farsi conoscere, ha detto: Le vostre opere buone risplendano davanti agli uomini perché osservino le vostre buone azioni e diano gloria al Padre vostro che è nei cieli 50. Dunque non affinché siate osservati da loro, cioè con l'intenzione di farli volgere verso di voi, giacché non da voi siete qualche cosa, ma affinché diano gloria al Padre vostro che è nei cieli, cioè affinché volgendosi a lui divengano quel che voi siete. Li seguirono i martiri i quali superarono gli Scevola, i Curzio, i Decio, perché non s'inflissero la pena da sé ma, essendo stata loro inflitta, la subirono con vera virtù perché con vera pietà e in numero straordinario. I Romani però erano nella città terrena e ad essi era stato assegnato come obiettivo di tutti i doveri verso di lei la sua sopravvivenza e il regno non in cielo ma in terra, non nella vita eterna ma nel recedere di coloro che morivano e nel succedere di altri che sarebbero morti anche essi. Che altro dunque potevano amare se non la gloria, mediante la quale volevano quasi sopravvivere nella fama?

Gloria ricompensa divina ai Romani.
15.
Ad essi dunque Dio non avrebbe data la vita eterna con i suoi santi angeli nella città celeste, perché al suo consorzio conduce la vera pietà la quale tributa il servizio religioso, che i Greci chiamano soltanto al vero Dio. Ma se egli non avesse concesso loro la gloria terrena di un impero altamente illustre, non avrebbe assegnata la ricompensa alle loro oneste doti civili, cioè alle virtù con cui aspiravano a raggiungere una gloria tanto insigne. Di individui che mostrano di fare qualche cosa di bene con lo scopo di avere la gloria dagli uomini, anche il Signore ha detto: In verità vi dico: hanno percepito la loro ricompensa 51. Per questo anche i Romani disprezzarono gli interessi privati per l'interesse comune che è lo Stato e per il suo erario, resistettero all'avarizia, provvidero alla patria con libere consultazioni e in virtù delle proprie leggi non furono soggetti alla delinquenza e alla passione. Con tutte queste belle doti aspirarono come per una via giusta agli onori, al potere e alla gloria. Sono stati onorati quasi presso tutti i popoli, hanno imposto le obbligazioni del potere a molti popoli ed oggi hanno la gloria pressoché in tutti i popoli nella letteratura e nella storia. Non hanno da lamentarsi della giustizia del vero e sommo Dio; hanno percepito la propria ricompensa.

Confronto con la città di Dio.
16.
Al contrario la mercede dei santi è ben altra, anche se qui sopportano oltraggi per la verità divina che è odiosa agli amatori di questo mondo. La città di Dio è eterna. In essa non si nasce perché non si muore. In essa è la vera e piena felicità, non una dea, ma un dono di Dio. Della sua esistenza abbiamo ricevuto come caparra la fede, finché esuli sospiriamo alla sua bellezza. In essa non sorge il sole sopra i buoni e i cattivi 52, ma il sole della giustizia inonda soltanto i buoni. In essa non sarà un grande lavoro arricchire con le misere fortune private l'erario pubblico perché il tesoro della verità è comune. Quindi l'impero romano fu reso grande per la gloria umana non solo perché fosse corrisposta una ricompensa come quella a uomini come quelli, ma anche perché i cittadini della città eterna, finché sono esuli in questo mondo, osservino con attenzione e prudenza quegli esempi e capiscano l'amore che si deve alla patria celeste in vista della vita eterna, se la patria terrena fu tanto amata dai suoi cittadini in vista della gloria umana.

A parte la gloria eguaglianza fra vinti e vincitori.
17.
1. Infatti per quanto attiene alla vita di individui destinati a morire, la quale in pochi giorni si svolge e giunge alla fine, che differenza fa il potere della persona, alla quale un individuo che deve morire vive soggetto, se i governanti non costringono ad azioni empie ed ingiuste? O forse i Romani hanno recato un qualche danno ai popoli assoggettati, ai quali hanno imposto le proprie leggi, se la sottomissione non fosse stata realizzata mediante l'enorme sterminio delle guerre? Se fosse avvenuta per accordo, sarebbe avvenuta con esito più felice ma non si sarebbe avuta la gloria dei vincitori. In definitiva anche i Romani vivevano sotto le proprie leggi che imponevano agli altri. Se la sottomissione fosse avvenuta senza Marte e Bellona, così che non si sarebbe avuta neanche Vittoria, poiché non si vinceva se non si combatteva, si sarebbe avuta una sola e identica condizione per i Romani e gli altri popoli. Questo vale soprattutto se fin d'allora si fosse preso il provvedimento, preso in seguito con squisito senso di umanità, che tutti i dipendenti dell'impero romano avessero i diritti di cittadinanza e fossero cittadini romani e così fosse di tutti quello che era il privilegio di pochi. Ovviamente la plebe che non aveva campi avrebbe dovuto ricevere il sostentamento a spese dello Stato ed esso nella gestione di buoni amministratori statali sarebbe stato elargito più volentieri da individui consenzienti che se fosse estorto ai vinti.

La virtù romana stimolo alla cristiana.
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2. Non vedo proprio che importanza abbia per il benessere e la moralità, i quali sono certamente valori umani, che gli uni abbiano vinto e gli altri siano stati vinti, se si esclude il vuoto orgoglio dell'umana gloria. Proprio in questo orgoglio hanno ricevuto la propria ricompensa coloro che divamparono di questa immane passione e fecero divampare delle guerre. Forse che i loro campi non pagano le tasse? O a loro è possibile farsi una cultura e agli altri non è possibile? Non vi sono forse molti senatori in altre regioni che non conoscono Roma neanche di vista? A parte la vanagloria, che altro sono tutti gli uomini se non uomini? Ed anche se il pervertimento del mondo consentisse che i migliori fossero più onorati, neanche in questa prospettiva si dovrebbe apprezzare tanto l'onore umano, perché il fumo non ha alcun peso. Ma anche da questa considerazione approfittiamo della bontà del Signore Dio nostro. Riflettiamo che coloro, i quali hanno meritato di avere come ricompensa la gloria umana, per raggiungerla hanno rinunciato a grandi agi, hanno affrontato molti disagi, hanno inibito tante passioni. Valga dunque anche questa considerazione per reprimere la superbia. Inoltre la città, in cui ci è stato promesso di regnare, è così diversa dalla terrena quanto il cielo dalla terra, la vita eterna dalla gioia nel tempo, una gloria piena dalle vuote esaltazioni, la società degli angeli da quella dei mortali, la luce di chi ha creato il sole e la luna dalla loro luce. Non pensino dunque i cittadini di una patria così sublime di aver fatto tanto se per raggiungerla faranno qualche opera buona o sopporteranno qualche sofferenza, quando i Romani per la patria terrena già realizzata hanno compiuto grandi imprese e affrontato grandi disagi. Si aggiunge che la remissione dei peccati che aduna i cittadini alla patria eterna ha un aspetto col quale, per una certa analogia, ebbe somiglianza l'asilo di Romolo, perché l'impunità dei vari delitti vi radunava la moltitudine con cui fondare la città.

Confronto fra la città nell'abnegazione...
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1. È forse un grande sacrificio respingere tutte le lusinghe, per quanto deliziose, di questo mondo per l'eterna patria in cielo, se per quella passeggera in terra Bruto ha potuto perfino uccidere i figli 53? Ed è un'azione che la patria celeste non costringe nessuno a compiere. Certo, è più difficile il gesto di mandare a morte i figli che quello da compiere per la città eterna, e cioè dare ai poveri le ricchezze che si era ritenuto doveroso mettere da parte per i figli ovvero rinunziarle se s'impone la scelta che spinga a compiere il gesto per la religione e per la giustizia. Infatti le ricchezze terrene non rendono felici né noi né i nostri figli perché o si devono perdere mentre ancora viviamo o perché dopo la nostra morte saranno possedute da chi non conosciamo o forse anche da chi non vorremmo. Soltanto Dio rende felice perché è la vera ricchezza delle coscienze. Al contrario anche un poeta, che pur loda Bruto, ne dichiara l'infelicità per il fatto che uccise i figli. Dice: Un padre per l'amata libertà condannerà a morte i figli che preparano nuove guerre? Sciagurato, in qualsiasi modo i posteri giudicheranno quei fatti. Ma nel verso seguente consola l'infelice: Vincono l'amore della patria e l'immensa passione della gloria 54. Sono i due valori, la libertà e la passione della gloria umana, che spinsero i Romani ad azioni degne di ammirazione. Ora per la libertà di individui destinati a morire e per il desiderio delle lodi che si aspettano da individui mortali fu possibile che i figli fossero uccisi dal padre. È forse dunque un grande gesto se per la vera libertà, che ci rende liberi dal potere dell'iniquità, della morte e del diavolo, e non mediante la passione delle lodi umane ma mediante l'amore per la liberazione degli uomini e non dal re Tarquinio ma dai demoni e dal loro capo, senza mandare a morte i propri figli, si riconoscono come figli i poveri di Cristo?

...nel compimento di nobili azioni...
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2. Un altro capo romano, Torquato di cognome, uccise il figlio non perché aveva combattuto contro la patria ma perché, provocato da un nemico, per ardore giovanile aveva combattuto per la patria, tuttavia contro il proprio comando, cioè contro ciò che aveva comandato il padre comandante e nonostante che avesse vinto 55; e lo fece affinché non si avesse maggior male nell'esempio della trasgressione di un comando che bene nella gloria dell'uccisione di un nemico. Perché si vanterebbero dunque coloro che per le leggi della patria immortale disprezzano tutti i beni terreni che sono amati molto meno dei figli? Furio Camillo, dopo aver rimosso dal collo di Roma il giogo dei Veienti, nemici implacabili, e sebbene fosse stato fatto condannare dagli invidiosi, ancora una volta liberò l'ingrata patria dai Galli, perché non ne aveva una migliore in cui vivere più gloriosamente 56. Perché dunque si inorgoglirebbe come di un gesto magnanimo chi, avendo sofferto nella Chiesa da parte di avversari una grave diffamazione, non è passato agli eretici nemici di lei o non ha fondato contro di lei una nuova setta, anzi l'ha difesa secondo le sue possibilità dalla pericolosa depravazione degli eretici? In definitiva è la sola società in cui non si vive certamente per avere la reputazione degli uomini ma per raggiungere la vita eterna. Muzio, affinché si venisse alla pace con Porsenna che impegnava i Romani con una guerra molto dura, dato che non riuscì ad uccidere Porsenna e per errore uccise un altro in vece sua, in sua presenza stese la mano su un braciere acceso e gli manifestò che molti come lui avevano cospirato per ucciderlo. Il re temendo la fortezza, il coraggio e il giuramento di uomini così coraggiosi, senza esitazione stipulando la pace, rinunciò a continuare la guerra 57. Chi dunque potrà rinfacciare al regno dei cieli le proprie benemerenze se per esso sacrificherà sulle fiamme, non agendo di propria iniziativa ma subendo da un altro, non soltanto una mano ma tutto il corpo? Curzio armato si precipitò a cavallo spronato in un precipizio in obbedienza agli oracoli dei propri dèi perché avevano ordinato che vi fosse gettato ciò che i Romani avevano di meglio 58. Essi capirono che erano eccellenti in uomini e armi e per questo era necessario che in esecuzione agli ordini degli dèi un uomo armato andasse incontro a quella morte. Perché dunque dovrà dire di avere fatto un grande sacrificio per la patria eterna chi dovendo subire un nemico della propria fede morrà non perché incontra una morte simile di propria iniziativa ma perché vi è mandato dall'altro? Tanto più che ha avuto dal suo Signore che è anche il re della sua patria un più sicuro oracolo: Non temete coloro che uccidono il corpo ma non possono uccidere l'anima 59. I Decii con determinate parole si offrirono in certo senso ad essere uccisi [come vittime] affinché, placatasi con la loro morte l'ira degli dèi, l'esercito romano riuscisse a liberarsi 60. Dunque i santi martiri non dovranno insuperbire, come se abbiano fatto un'azione sublime per far parte della patria celeste, dove la felicità è vera ed eterna, se hanno combattuto fino allo spargimento del sangue, perché con la fede della carità e con la carità della fede amavano, come è stato loro comandato, non solo i propri fratelli, per i quali il loro sangue era versato, ma anche i nemici, dai quali era versato. A Marco Polvillo, mentre dedicava il tempio di Giove, Giunone e Minerva, fu annunziata falsamente da alcuni invidiosi la morte del figlio, affinché, angosciato da quella notizia, si allontanasse e così il suo collega avesse la gloria della dedicazione; ma egli non se ne curò, anzi diede ordine di lasciare il figlio insepolto, perché nel suo cuore la passione della gloria era superiore al dolore della perdita 61. Perché dunque dovrebbe dire di aver fatto un grande sacrificio per la diffusione del santo Vangelo, con cui i cittadini della patria superna sono liberati e raccolti nell'unità dalle varie dottrine erronee, colui che, preoccupato della sepoltura del proprio padre, ascoltò dal Signore: Seguimi e lascia che i morti seppelliscano i propri morti? 62. Regolo, per non spergiurare a nemici spietati, da Roma se ne tornò presso di loro perché, come si narra che abbia risposto ai Romani i quali volevano trattenerlo, non avrebbe potuto, dopo essere stato schiavo degli Africani, mantenere in patria la dignità di cittadino onorato. I Cartaginesi, giacché in senato aveva parlato contro il loro intento, lo fecero morire in mezzo a indicibili tormenti 63. Quali tormenti dunque non si devono affrontare nella fedeltà alla patria celeste, alla cui felicità la fedeltà stessa ci conduce? Ovvero che cosa si renderà al Signore per tutti i benefici che ci ha reso 64 se, per la fedeltà che gli si deve, un individuo subirà tormenti eguali a quelli subiti da Regolo nella fedeltà che doveva a nemici sanguinari? Come oserà il cristiano inorgoglirsi della povertà volontaria, con la quale nell'esilio di questa vita camminerà più speditamente per la via che conduce alla patria in cui vera ricchezza è Dio, quando ascolta o legge che Lucio Valerio, il quale morì durante il proprio consolato, era tanto povero che il suo funerale fu pagato con i denari raccolti dal popolo? 65, quando ascolta o legge che Quinzio Cincinnato, il quale possedeva quattro iugeri e li coltivava con le proprie mani, mentre arava fu chiamato ad essere dittatore, superiore quindi per carica al console, e dopo aver conseguito una gloria insigne con la vittoria sui nemici, si mantenne nella medesima povertà? 66. O quale grande vanto vorrà menare chi senza alcun vantaggio terreno sarà attratto dalla patria eterna, quando saprà che non fu possibile strappare Fabrizio dalla cittadinanza romana nonostante le grandi offerte di Pirro, re di Epiro, compresa la quarta parte del regno e che preferì rimanere privato cittadino in patria nella propria povertà? 67. I Romani possedevano dunque un patrimonio pubblico, cioè del popolo e della patria, cioè patrimonio comune, molto ricco. Eppure come patrimonio domestico erano tanto poveri che uno di loro, sebbene fosse stato console due volte, fu cacciato da quel senato di poveri con nota del censore perché si trovò che aveva negli scrigni dieci libbre di argento 68. Ed erano poveri proprio quelli dalle cui vittorie era arricchito l'erario pubblico. Anche alcuni cristiani con intenzione più nobile mettono in comune le proprie ricchezze attenendosi alla narrazione degli Atti degli Apostoli 69, in modo che si distribuisca a ciascuno secondo il bisogno e non si consideri nulla proprio ma per loro tutti i beni siano in comune. Tutti costoro non capiscono forse che non è bello gonfiarsi di orgoglio perché compiono quel gesto per raggiungere la società degli angeli, quando quella gente faceva qualche cosa di pressoché eguale per conservare la gloria di Roma?.

...e nelle rispettive ricompense.
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3. Questi esempi ed altri, se ve ne sono nella loro letteratura, non sarebbero divulgati ed esaltati da una fama così grande se l'impero romano, diffuso in ogni parte, non fosse reso illustre da gesti nobilissimi. Quindi mediante l'impero, tanto esteso e durato tanto a lungo, splendido per gloria a causa delle virtù di uomini grandi, fu data all'impegno dei Romani la ricompensa che chiedevano e a noi sono stati proposti esempi di stimolante incentivo. Dobbiamo appunto provare rimorso se non pratichiamo per la gloriosissima città di Dio le virtù, alle quali in certo modo sono simili quelle che essi praticavano per la gloria della città terrena. Se al contrario le abbiamo praticate, non dobbiamo insuperbirci perché, come dice l'Apostolo, non sono adeguati i patimenti di questo tempo alla gloria futura che si manifesterà in noi 70. Al contrario la vita dei Romani era considerata profondamente adeguata alla gloria umana del tempo presente. Anche i Giudei che hanno ucciso il Cristo sono stati consegnati con perfetta giustizia alla gloria dei Romani. La nuova alleanza ci svela appunto un motivo che nella vecchia alleanza era rimasto velato e cioè che il Dio uno e vero non si deve onorare per i benefici terreni e temporali che la divina provvidenza indistintamente concede ai buoni e ai cattivi ma per la vita eterna, per i beni indefettibili e per la società della città superna. Così coloro che con le varie virtù cercarono e raggiunsero la gloria terrena hanno assoggettato coloro che a causa dei grandi vizi hanno respinto il datore della vera gloria e della città eterna, condannandolo a morte.

Virtù civile e virtù cristiana.
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Certamente c'è una bella differenza fra la passione della gloria e la passione del dominio. E sebbene sia naturale che chi si compiace eccessivamente della gloria umana si dia da fare con ardore per raggiungere il potere, tuttavia coloro che desiderano la gloria, sia pure della reputazione umana, si impegnano di non dispiacere ai benpensanti. Vi sono infatti molti valori morali di cui molti giudicano bene, anche se non sono molti ad averli. Mediante questi valori morali aspirano alla gloria, al potere e al dominio le persone di cui Sallustio ha detto: Ma egli vi aspira per la via giusta 71. Se al contrario senza la passione della gloria, per cui si teme di dispiacere ai benpensanti, si desidera dominare col potere, si cerca il più delle volte di raggiungere ciò che si ama attraverso palesi delitti. Quindi chi desidera la gloria, o vi aspira per la via giusta, o si batte con brogli fraudolenti perché vuole apparire un grande uomo e non lo è. E per questo per chi ha le virtù è grande virtù disprezzare la gloria, perché il disprezzo per essa è sotto l'occhio di Dio ma non si manifesta al giudizio umano. E se si crede che ogni azione che egli compie davanti agli uomini per provare che disprezza la gloria, la compie per avere una fama maggiore, cioè una gloria maggiore, non ha mezzi per dimostrare allo sguardo dei sospettosi di essere diverso da come sospettano. Ma chi non si cura dei giudizi di chi loda, non si cura neanche della leggerezza di chi sospetta. Tuttavia, se è veramente buono, si prende cura della loro salvezza perché chi riceve la virtù dallo Spirito di Dio è di tanta onestà da amare gli stessi nemici, e li ama in maniera che desidera di avere nemici e detrattori, una volta convertiti, come compartecipi non nella patria terrena ma in quella celeste. Al contrario in quelli che lo lodano, sebbene non tenga conto del fatto che lo lodano, tuttavia tiene conto del fatto che gli vogliono bene e non vuol deludere la loro lode per non ingannare la loro benevolenza. Perciò insiste con ardore affinché sia lodato piuttosto colui da cui l'uomo riceve tutto ciò che in lui giustamente si loda. Colui che al contrario, pur essendo sprezzatore della gloria, è avido del potere e peggiore delle bestie nei vizi della crudeltà e della lussuria. Di questa stoffa furono alcuni Romani perché, pur non curando la buona reputazione, non furono privi della passione del dominio. La storia informa che molti furono così, ma l'imperatore Nerone per primo raggiunse la cima e quasi la rocca di questo vizio. Fu così grande la sua lussuria da far pensare che non si doveva temere da lui alcun gesto di forza, e così grande la sua crudeltà da far credere, se non fosse notorio, che non avesse alcuna inclinazione al piacere 72. Anche ad uomini simili il pubblico potere viene accordato dalla provvidenza del sommo Dio, quando giudica l'umanità meritevole di padroni di tal risma. Ci è stata fatta udire in proposito la voce di Dio nelle parole della sacra Scrittura: Da me i re regnano e i tiranni governano il mondo 73. Si potrebbe pensare che i tiranni del testo non siano i sovrani pessimi e ingiusti ma, come nella vecchia terminologia, gli uomini forti. Anche Virgilio ha detto in questo senso: Per me è quasi pace fatta l'aver stretto la mano del tiranno 74. Ma chiaramente è stato detto di Dio in un altro passo che Dio fa regnare un buffone a causa del pervertimento di un popolo 75. Ho trattato esaurientemente secondo le mie capacità la ragione per cui Dio uno, vero e giusto ha aiutato i Romani, onesti secondo un determinato modello della città terrena, a conseguire la gloria di un impero così grande. Vi può essere tuttavia una ragione più nascosta a causa delle varie attitudini della razza umana, più nota a Dio che a noi, purché sia indiscutibile per tutti gli uomini veramente religiosi che senza la vera pietà, cioè la vera adorazione del vero Dio, non si può avere la virtù e che essa non è vera quando è subordinata alla gloria umana. Coloro però che non sono cittadini della città eterna, che nella sacra Scrittura è detta città di Dio 76, sono più utili alla città terrena se hanno per lo meno quel tipo di virtù che se non l'abbiano. È poi la soluzione più felice per l'umanità che per un dono della bontà divina abbiano il potere coloro che, dotati di un vero sentimento religioso, menano una buona condotta, posto che abbiano anche la scienza politica. Individui di questo temperamento soltanto alla grazia di Dio attribuiscono le proprie virtù, quelle che è loro possibile avere in questa vita, perché le ha concesse al loro desiderio, alla loro fede, alla loro richiesta. Capiscono a un tempo quanto manchi loro alla perfezione della giustizia che si ha nella società degli angeli santi, alla quale si sforzano di adeguarsi. E per quanto si esalti con lodi la virtù che senza la vera religione è ordinata alla gloria umana, essa non si può affatto raffrontare agli esigui inizi dei fedeli, perché la speranza di costoro è riposta nella grazia e nella misericordia del vero Dio.

Virtù strumentalizzata al piacere e alla gloria.
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Per indurre al rossore alcuni filosofi i quali ammettono le virtù ma le dimensionano dal fine della voluttà sensibile e sostengono che essa in se stessa si deve considerare come fine e le virtù per lei 77, i filosofi, che al contrario stabiliscono nella virtù in sé il bene supremo dell'uomo 78, sono soliti dipingere un quadro con didascalie. Nel quadro la voluttà è assisa in trono come un'affascinante regina, le virtù le sono soggette come serve, intente a spiare un suo cenno per eseguire il suo comando 79, e cioè gli ordini che impartisce alla prudenza affinché con vigilanza cerchi il modo con cui la voluttà possa dominare e conservarsi; alla giustizia affinché accordi i favori di cui dispone per acquistare le amicizie indispensabili ai vantaggi materiali e non commetta ingiustizia contro gli altri perché non avvenga che a causa della violazione delle leggi la voluttà non possa vivere tranquilla; alla fortezza affinché, se sopravverrà un dolore fisico che non conduce alla morte, mantenga coraggiosamente nel pensiero la propria padrona, cioè la voluttà, allo scopo di mitigare le fitte del dolore presente col ricordo dei precedenti godimenti; alla temperanza per farle usare dei cibi e degli altri piaceri nel giusto limite, affinché non avvenga che con la smodatezza qualche cosa di nocivo turbi la salute e si pregiudichi così la voluttà che gli epicurei ripongono prevalentemente nel benessere fisico 80. In questo modo le virtù con tutta la gloria del proprio valore obbediranno alla voluttà come a un'imperiosa e laida donnicciuola. Si dice che non v'è figurazione più vergognosa e ributtante di questa pittura e di meno sopportabile dalla vista delle persone oneste. Ed è vero. Ma io penso che non sarebbe della dovuta dignità neanche la pittura che figurasse le virtù umane come schiave della gloria. Infatti sebbene la gloria non sia un donna affascinante, tuttavia è tronfia ed ha molto della volubilità. Per questo non è decoroso che le obbediscano quella certa pienezza e fermezza propria delle virtù. Ne conseguirebbe che la prudenza non provvede, la giustizia non distribuisce, la fortezza non sopporta, la temperanza non modera se non per piacere agli uomini e sottomettersi alla gloria volubile. Non sarebbero immuni da questa bruttura neanche coloro che, sebbene col pretesto dello sprezzo della gloria disdegnino i giudizi altrui, tuttavia si riconoscono sapienti da soli e si compiacciono di se stessi. La loro virtù, se pur lo è, si assoggetta per un altro verso alla lode umana, perché chi si compiace di se stesso è pur sempre un uomo. Chi al contrario con vero sentimento religioso crede e spera nel Dio che ama si preoccupa più dei difetti per cui si dispiace che delle virtù, se in lui ve ne sono, che non piacciono tanto a lui quanto alla verità. Quindi soltanto alla misericordia di colui, al quale può dispiacere, attribuisce le virtù per cui ormai può piacere; e ringrazia di avere raggiunto le guarigioni in alcune cose e prega di raggiungerle nelle altre.

Storia e provvidenza divina nel domino.
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Stando così le cose, dobbiamo attribuire il potere di concedere il dominio regio e imperiale soltanto al vero Dio che dà la felicità nel regno dei cieli solamente ai fedeli e il regno terreno tanto ai fedeli che agli infedeli, come piace a lui al quale non piace l'ingiustizia. Quantunque abbia esposto qualche concetto che mi è sembrato chiaro, è tuttavia difficile per me e supera di molto le mie capacità umane trattare argomenti inaccessibili alla ragione e valutare con indagine scientifica le benemerenze degli imperi. Il solo vero Dio che non cessa di giudicare e aiutare la razza umana ha concesso, quando ha voluto e nella misura in cui ha voluto, l'impero ai Romani. Lo ha concesso anche agli Assiri e anche ai Persiani, sebbene da costoro, come riferiscono i loro documenti, fossero adorati soltanto due dèi, uno buono e uno cattivo 81. Non parlo del popolo ebraico, di cui ho già parlato sufficientemente, come mi è sembrato opportuno 82, il quale anche nel periodo in cui ebbe il regno, adorò un solo Dio. Dunque il Dio, il quale diede ai Persiani le messi indipendentemente dal culto della dea Segezia, il quale diede i prodotti del suolo indipendentemente dal culto dei tanti dèi che i Romani hanno preposto singolarmente ai singoli prodotti o anche più per ciascun prodotto, ha concesso ai Persiani anche il dominio indipendentemente dal culto degli dèi mediante il quale i Romani ritengono di averlo ottenuto. Altrettanto si dica per gli individui. Sempre il medesimo Dio ha concesso il dominio a Mario e a Caio Cesare, ad Augusto e a Nerone, ai primi due Flavi, padre e figlio, che furono imperatori molto miti e al crudele Domiziano e, per non nominarli tutti, al cristiano Costantino e all'apostata Giuliano. Una sacrilega e detestabile superstizione causata dalla passione del dominio trasse in errore il nobile temperamento di questo imperatore. Applicatosi infatti ai bugiardi oracoli di tale superstizione, fidente nella sicurezza della vittoria, fece incendiare le navi da cui era trasportato il vettovagliamento necessario; in seguito attaccando ardentemente con gravi rischi e caduto per colpa della propria audacia, lasciò l'esercito sfornito di mezzi in territorio nemico. Esso non sarebbe potuto scampare se a dispetto dell'auspicio del dio Termine, di cui ho parlato nel libro precedente, non fossero ridotti i confini dell'impero romano 83. Così il dio Termine che non aveva ceduto a Giove cedette all'ineluttabile. Evidentemente questi fatti li dispone e ordina il Dio uno e vero secondo un suo disegno e sempre con ragioni giuste, anche se occulte.

...e nella varia durata delle guerre.
22.
Altrettanto si dica della durata delle guerre, e cioè che l'una duri poco e l'altra più a lungo, perché è nel suo arbitrio, giusto giudizio e clemenza di abbattere e di risollevare la razza umana. Furono condotte a termine con incredibile celerità e in breve da Pompeo la guerra dei pirati e da Scipione la terza guerra punica. Anche la guerra dei gladiatori fuggitivi, sebbene fossero sconfitti molti condottieri romani e due consoli e l'Italia fosse ridotta all'estrema desolazione, ebbe termine dopo molte distruzioni al terzo anno. I Piceni, i Marsi e i Peligni, popolazioni non straniere ma italiche, dopo una lunga e fedele soggezione al giogo romano, tentarono di sollevarsi per conquistare la libertà. Erano state già assoggettate molte nazioni all'impero romano ed era stata già distrutta Cartagine. In questa guerra detta italica i Romani furono più volte sconfitti, vi morirono due consoli e altri nobili senatori. Tuttavia il disastro non si trascinò a lungo perché ebbe fine al quinto anno. Ma la seconda guerra punica indebolì e quasi logorò la potenza romana per diciotto anni con gravi rovine e sciagure; basti dire che in due battaglie caddero circa settantamila Romani. La prima guerra punica si protrasse per ventitré anni e quella mitridatica per quaranta. E affinché non si pensi che gli antichi Romani fossero più vigorosi nel condurre a termine più celermente le guerre nei tempi anteriori celebrati per ogni forma di valore, la guerra sannitica si trascinò per circa cinquanta anni. E in questa guerra i Romani furono sconfitti così duramente che vennero persino fatti passare sotto il giogo. Ma poiché non amavano la gloria per la giustizia ma amavano, come è evidente, la giustizia per la gloria non rispettarono il trattato di pace. Ricordo questi episodi perché molti che non conoscono la storia passata ed altri anche che fingono di non conoscerla, se vedono che nei tempi cristiani qualche guerra si trascina un po' più a lungo, immediatamente saltano su con enorme sfacciataggine contro la nostra religione, strepitando che se non vi fosse lei e si continuasse ad adorare le divinità nel vecchio rito, col celebre valore romano che con l'aiuto di Marte e di Bellona condusse a termine celermente tanto dure guerre, anche l'attuale finirebbe ben presto. I letterati dunque ricordino che dagli antichi Romani sono state fatte delle guerre molto lunghe con alterne vicende e con disastrose sconfitte. È sempre avvenuto che la terra, a guisa di mare in piena burrasca, sia flagellata dalla tempesta di simili malanni. Lo ammettano una buona volta, anche se non fa piacere, e non facciano del male a sé con discorsi insensati contro Dio e non ingannino gli illetterati.

L'episodio del re goto Radagaiso.
23.
Comunque non vogliono ricordare con riconoscenza ciò che Dio mirabilmente e misericordiosamente ha compiuto in un tempo molto vicino a portata della nostra memoria, anzi, per quanto dipende da loro, se fosse possibile, si sforzano di affondarlo nella dimenticanza di tutti gli uomini. Ma se fosse passato sotto silenzio da noi, saremmo ingrati come loro. Radagaiso, re dei Goti, già giunto in prossimità di Roma con un numeroso e temibile esercito, fu sconfitto con grande celerità in un solo giorno; e sebbene non fosse, non dico caduto, ma neanche ferito un solo romano, del suo esercito ne furono abbattuti molto più di centomila, ed egli stesso, fatto prigioniero, fu messo a morte con la dovuta pena. Se egli, uomo tanto spietato e con milizie tanto spietate, fosse entrato in Roma, non avrebbe risparmiato nessuno, non avrebbe privilegiato le basiliche dei martiri, non avrebbe mostrato di temere Dio considerando immuni alcune persone, avrebbe versato il sangue di ogni cittadino, non avrebbe lasciata intatta la pudicizia di alcuna donna. E per questo i nostri avversari lancerebbero molte grida in favore dei loro dèi e ci rinfaccerebbero con grande insolenza il fatto che il goto aveva vinto ed aveva potuto tanto, perché con sacrifici quotidiani propiziava l'intervento degli dèi, ciò che la religione cristiana non permetteva di fare ai Romani. Infatti avvicinandosi egli a quei luoghi, in cui per decisione della somma maestà fu sconfitto, mentre la sua fama si allargava dovunque, a Cartagine ci si diceva che i pagani ritenevano, divulgavano e rinfacciavano che egli con l'aiuto e la protezione degli dèi ai quali, come si raccontava, immolava ogni giorno, non poteva assolutamente essere vinto da individui che non offrivano sacrifici agli dèi romani e non permettevano che fossero offerti. E, miserabili, non ringraziano la grande misericordia di Dio il quale, avendo stabilito di punire con la razzia barbarica la condotta di individui, meritevoli di subire sventure più gravi, mitigò con grande clemenza la propria indignazione. Concesse quindi dapprima che Radagaiso fosse prodigiosamente sconfitto affinché non si attribuisse, con scandalo delle coscienze dei più deboli, la gloria ai demoni che, come era noto, egli invocava. In seguito permise che Roma fosse saccheggiata dai barbari che, contro l'usanza delle guerre combattute in precedenza, considerarono immuni coloro che si rifugiavano negli edifici sacri. Concesse anche che i barbari stessi fossero in base alla fede cristiana così contrari ai demoni e ai riti dei sacrifici empi, di cui Radagaiso si era fidato, da sembrare che facessero una guerra più spietata contro di loro che contro gli uomini. Così il vero signore e ordinatore degli eventi afflisse i Romani per clemenza e mostrò a un tempo, con l'imprevedibile sconfitta degli adoratori dei demoni, che i sacrifici pagani non sono necessari per la conservazione dei beni terreni, affinché da coloro che non resistono per ostinazione ma riflettono con prudenza non si abbandoni la vera religione per le presenti difficoltà ma si conservi con maggiore attaccamento nella fedele attesa della vita eterna.

Il principe ideale.
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Infatti noi non affermiamo che sono felici alcuni imperatori cristiani perché hanno regnato più a lungo o perché hanno lasciato con una morte non violenta il potere ai figli o perché hanno sottomesso i nemici dello Stato o perché hanno evitato o domato le rivolte degli avversari. Anche gli adoratori dei demoni hanno ottenuto di ricevere questi ed altri favori e conforti della travagliata vita presente, sebbene non appartengano al regno di Dio, mentre vi appartengono gli imperatori cristiani. Il fatto si è verificato per la bontà di Dio affinché i suoi adoratori non desiderino da lui questi beni come i più grandi. Li consideriamo felici al contrario se esercitano il potere con giustizia, se in mezzo agli encomi degli adulatori e agli inchini servili dei cortigiani non s'insuperbiscono e se si ricordano di essere uomini; se pongono il potere al servizio della maestà di Dio per estendere il suo culto; se temono amano e onorano Dio; se amano di più il suo regno in cui non temono di avere rivali; se sono ponderati nell'applicazione della pena e inclini all'indulgenza; se usano la pena soltanto per l'esigenza di amministrare e difendere lo Stato e non per sfogare gli odi delle rivalità; se usano l'indulgenza non per lasciare impunita la violazione della legge ma nella speranza della correzione; se compensano una decisione severa che spesso sono costretti a prendere con la mitezza della compassione e con la munificenza; se in essi la lussuria è tanto più contenuta quante maggiori possibilità ha di essere incontrollata; se preferiscono dominare più le brutte passioni che molti popoli e se si comportano così non per la brama di una futile gloria ma per amore della felicità eterna; se non trascurano di offrire al vero Dio il sacrificio dell'umiltà, della clemenza e della preghiera per i propri peccati. Degli imperatori cristiani con tali doti noi affermiamo che sono felici frattanto nella speranza e che in seguito lo saranno di fatto, quando si avvererà l'oggetto della nostra attesa.

Costantino e gli imperatori cristiani fino a Teodosio.
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Infatti il buon Dio, affinché gli uomini, i quali credono che egli si deve adorare in vista della vita eterna, non pensino che senza propiziare i demoni non si possono raggiungere le cariche ambite e i regni della terra, nella persuasione che questi spiriti siano assai influenti per tali cose, colmò Costantino, che non propiziava i demoni ma adorava lo stesso Dio vero, di tanti favori terreni quanti non si oserebbe desiderare. Gli concesse perfino di fondare una città associata all'impero romano, quasi figlia della stessa Roma, ma priva di qualsiasi tempio e idolo. Egli tenne il potere a lungo, come unico Augusto resse e difese tutto il mondo romano, fu sempre vittorioso nel dirigere e condurre le operazioni belliche, ebbe successo sotto ogni aspetto nell'eliminare gli usurpatori, morì già avanti negli anni di malattia e di vecchiaia e lasciò l'impero ai figli. Ma affinché un imperatore non fosse cristiano col solo intento di ottenere il successo di Costantino, giacché si deve essere cristiani per la vita eterna, tolse di vita Gioviano molto più presto di Giuliano, permise che Graziano fosse ucciso da un usurpatore, tuttavia con un destino molto più mite di quello di Pompeo il Grande che adorava i sedicenti dèi romani. Infatti Pompeo non poté essere vendicato da Catone che egli aveva lasciato in certo senso erede della guerra civile; Graziano invece, sebbene le anime religiose non cerchino simili conforti, fu vendicato da Teodosio che egli aveva associato all'impero perché aveva un fratello ancor bambino ed era più desideroso di una fidata alleanza che dell'eccessivo potere 84.

Esempio di Teodosio.
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1. Per la qual cosa Teodosio non solo mantenne la fedeltà che doveva a Graziano mentre era in vita ma anche dopo la sua morte accolse da buon cristiano come pupillo nella parte dell'impero che gli competeva il di lui fratellino Valentiniano, spodestato dall'assassino Massimo, lo protesse con affetto paterno, sebbene, essendo quegli privo di ogni mezzo, lo avrebbe potuto eliminare senza alcuna difficoltà, se fosse stato mosso più dalla passione del dominio che da una benevola carità. Anzi, conservatagli la dignità imperiale, lo confortò, accogliendolo con amichevole umanità. In seguito, poiché il successo rendeva Massimo terribile, egli, nonostante le sue preoccupazioni non si lasciò andare alle illecite pratiche misteriche ma fece interpellare Giovanni, un eremita dell'Egitto che per fama conosceva come servo di Dio dotato di spirito profetico e ricevette da lui la predizione certa della vittoria. Avendo ucciso l'usurpatore Massimo, restituì con umana devozione al fanciullo Valentiniano i territori dell'impero di cui era stato spodestato. Essendo stato poco dopo ucciso Valentiniano o a tradimento o per congiura o per altra circostanza, dopo aver ricevuto un altro profetico messaggio, appoggiandosi alla fede sconfisse l'altro usurpatore Eugenio che era stato messo illegittimamente al posto dell'imperatore e combatté contro il suo esercito agguerritissimo più con la preghiera che con le armi. I soldati presenti mi hanno riferito che venivano strappati loro di mano i giavellotti, perché un vento impetuoso soffiava dalle schiere di Teodosio contro le schiere avverse e non solo portava via con violenza tutti i dardi che erano scagliati contro di loro ma addirittura faceva tornare indietro contro i nemici le loro stesse frecce. Per questo il poeta Claudiano, per quanto contrario al cristianesimo, ha cantato nel panegirico per lui: O prediletto di Dio, per cui Eolo fa uscire dagli antri un ciclone in anni, per cui combatte l'atmosfera e i venti si adunano come alleati per le azioni militari 85. Dopo la vittoria, ottenuta come aveva creduto e previsto, fece abbattere gli idoli di Giove che non saprei con quali riti erano stati intenzionalmente sacralizzati alla sua sconfitta e collocati sulle Alpi e con gioviale munificenza ne donò i fulmini, dato che erano d'oro, agli inviati i quali per scherzo, giustificato d'altronde dal lieto evento, dicevano che desideravano essere fulminati da essi. La violenza della guerra aveva levato di vita, ma non per suo comando, alcuni suoi nemici, e i loro figli non ancora cristiani avevano cercato scampo nella Chiesa. Egli, data l'occasione, volle che divenissero cristiani, li amò con carità cristiana, non li privò dei beni e li onorò con cariche. Non tollerò che dopo la vittoria le inimicizie private si volgessero a danno di qualcuno. A differenza di Cinna, Mario, Silla e altri simili, che non vollero considerare finite le guerre civili anche dopo che erano finite, egli, anziché volere che una volta terminate fossero di danno a qualcuno, detestava che cominciassero. Nonostante tutte queste attività dall'inizio dell'impero non cessò di soccorrere con leggi giuste e clementi contro i miscredenti la Chiesa travagliata. L'aveva messa in difficoltà grave Valente fautore degli ariani; egli al contrario godeva più di essere membro della Chiesa che imperatore. Diede ordine che gli idoli dei pagani fossero abbattuti in ogni parte dell'impero perché capiva che anche i valori terreni non sono posti in potere dei demoni ma del vero Dio. E che cosa è più ammirevole della sua religiosa umiltà? Dall'agitazione di alcuni suoi aderenti era stato spinto a punire severamente un grave delitto degli abitanti di Tessalonica, sebbene in seguito all'intervento dei vescovi avesse promesso di usare indulgenza. Colpito dalla censura ecclesiastica fece penitenza con tale impegno che il popolo in preghiera per lui ebbe più dolore nel vedere umiliata la maestà imperiale che timore nel saperla sdegnata per la loro colpa. Egli dal fumo terreno della più alta vetta e altezza umana portò con sé queste buone azioni e altre simili che è lungo passare in rassegna. Loro ricompensa è la felicità eterna che Dio dà soltanto a coloro che sono veramente credenti. Elargisce invece ai buoni e ai cattivi le grandezze e gli agi di questa vita, come il mondo stesso, la luce, l'aria, la terra, l'acqua e i prodotti del suolo e inoltre l'anima, il corpo, il senso, l'intelligenza e la vita dell'uomo stesso. Fra di essi v'è anche la grandezza del potere che egli dispensa per lo svolgimento della storia.

Fra la prima e la seconda parte dell'opera.
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2. Ritengo quindi che ormai si deve polemizzare con coloro i quali, pienamente convinti dalle prove evidenti con cui si dimostra che per il conseguimento dei beni temporali, i soli che gli insipienti bramano di avere, non giova affatto la moltitudine degli dèi falsi, si arrabattano ad affermare che gli dèi non si devono adorare per i vantaggi della vita presente ma per quella che si avrà dopo la morte. Infatti penso di avere esaurientemente risposto con questi primi cinque libri a coloro che vogliono adorare esseri inesistenti in vista dei favori di questo mondo e con fanciullesco risentimento lamentano che non è loro permesso. Dopo aver pubblicato i primi tre libri, quando essi erano già nelle mani di molta gente, ho udito che alcuni stavano preparando per iscritto non saprei quale polemica contro di essi. In seguito mi è stato riferito che l'hanno già fatto ma stanno cercando il tempo propizio per pubblicare senza rischio. Li consiglio a non desiderare ciò che loro non conviene. È facile che chi non sa stare zitto ritenga di aver risposto. Non c'è nulla di più ciarliero della menzogna; ma, non perché essa può urlare più forte della verità, ha le medesime possibilità della verità. Piuttosto considerino attentamente tutti i temi e se giudicando imparzialmente si accorgeranno che essi sono più da esaminare ripetutamente che da demolire con la chiacchiera sfrontata o senz'altro con satirica o istrionesca leggerezza, trattengano le proprie ciance e scelgano di essere piuttosto rimproverati dalle persone prudenti che lodati dagli sfacciati. Ma se essi attendono il tempo propizio non per avere la libertà di dire il vero ma il permesso di dir male, badino che non si verifichi per loro ciò che Cicerone diceva di un tizio il quale era considerato fortunato perché gli era permesso di peccare: Disgraziato, perché gli era permesso di peccare 86. Pertanto chiunque si reputa fortunato se avrà il permesso di dir male, sarà molto più fortunato se non gli sarà affatto permesso. Infatti lasciato da parte il vuoto orgoglio può anche in questo tempo, nell'intento di esprimere il proprio parere, fare delle obiezioni. Da coloro cui si rivolge, nei limiti delle loro possibilità, e in una discussione amichevole condotta con onestà, dignità e libertà, può avere la risposta conveniente.